Il cigno nero

Il cigno nero di Darren Aronofsky
Il cigno nero

Titolo originale: Black swan
Genere: Thriller
Origine/Anno: Usa – 2010
Regia: Darren Aronofsky
Sceneggiatura: Andres Heinz, Mark Heyman
Interpreti: Natalie Portman, Mila Kunis, Winona Ryder, Vincent Cassel, Toby Hemingway, Sebastian Stan, Barbara Hershey, Janet Montgomery, Christopher Gartin, Kristina Anapau
Montaggio: Andrew Weisblum
Fotografia: Matthew Libatique
Musiche: Clint Mansell
Scenografia: Thérèse DePrez, David Stein
Costumi: Amy Westcott
Giudizio: 7 ½

Trama: Nina, ballerina del New York City ballet, ottiene il suo primo ruolo da protagonista nella messa in scena del celebre balletto di Cajkovskij Il lago dei cigni. Tra rivali che le contendono il posto e deliri psicotici che ne minacciano la riuscita dell’esordio, trionferà nella sua prima rappresentazione pagando però un prezzo troppo elevato.

Recensione: “Una ragazza viene trasformata in un cigno, solo l’amore può spezzare l’incantesimo, ma il principe si invaghisce della ragazza sbagliata e lei si uccide”. L’incipit del film è lapidario, non dà scampo, non ammette deroghe alla spietata regola del palcoscenico e della vita – secondo cui al fallimento può corrispondere solo l’estremo sacrificio –, così come deroghe non sono ammesse al massimo impegno ed alla totale immedesimazione nel proprio ruolo da parte della prima ballerina che ne interpreterà il dramma.
Il New York City ballet mette in scena Il lago dei cigni di Cajkovskij. Nina, ballerina ambiziosa alla ricerca di un ruolo da protagonista, viene scelta a sorpresa come prima ballerina. Sarà chiamata ad interpretare la regina dei cigni, dando vita al cigno bianco, la principessa vittima dell’incantesimo, la bella Odette. Ma al tempo stesso dovrà diventare anche il cigno nero, la sensuale Odile, figlia del perfido Rothbart, nella quale il principe Siegfried crede di riconoscere Odette.
Nina però, piegata alla rigida disciplina impostale dalla madre (ex-ballerina di fila che non è mai riuscita a fare carriera), schiacciata da un intransigente autocontrollo che non le permette di esprimersi e di dare spazio alla sua parte pulsionale, che non le consente di lasciarsi andare e far fuoriuscire l’aspetto più autentico e passionale di sé, non sembra in grado di interpretare in modo credibile il seducente ed oscuro personaggio del cigno nero. “Quando ti guardo, vedo solo il cigno bianco: bellissima, spaventata, fragile; ma il cigno nero?” – dirà Leroy, il cinico direttore artistico del corpo di ballo.
A questo punto, ha quindi luogo un profondo conflitto interiore in Nina, una spietata lotta tra istanze interne per far venir fuori la parte più istintuale della propria personalità: l’unica che le possa consentire di raggiungere la completezza artistica tanto agognata e di essere in grado così di interpretare il cigno nero, realizzando finalmente il proprio sogno di gloria ed incarnando quell’ideale di perfezione ricercato fino ad allora nella esasperata ed ossessiva rincorsa ad una tecnica impeccabile che l’aveva però relegata al ruolo di prodigio estetico “frigido” e privo di autentico “pathos”.
Ma in questa lotta senza esclusione di colpi si inseriscono dei veri e propri deliri psicotici che sabotano il suo tentativo di affrontare e vincere la sfida con se stessa. Solo “uccidendo” la sua parte più rigida ed intransigente, annullando il proprio inflessibile autocontrollo, Nina riuscirà a liberare se stessa ed a vivere pienamente, a far fuoriuscire l’aspetto più spontaneo e naturale, più impulsivo e sensuale di sé in una struggente ed acclamata ultima danza che finalmente vedrà la realizzazione, stavolta sì, di quella perfezione così a lungo ed invano ricercata prima di allora.
Il film appare senz’altro spettacolare e coinvolge fin dalle prime inquadrature. Molto curato il personaggio di Nina, splendidamente interpretato da Natalie Portman, candidata all’oscar come miglior attrice protagonista (ma Il cigno nero ha ricevuto altre prestigiose candidature, tra cui quella quale miglior film e miglior regia). Alcune inquadrature tendono al sensazionalistico deviando sul genere horror; alcuni deliri psicotici sembrano calcare troppo la mano. Già autore di Requiem for a dream e del bellissimo The wrestler, premiato col leone d’oro 2008 al Festival del cinema di Venezia, Aronofsky realizza però un film che, al di là di qualche apparente incongruenza formale, non delude le aspettative per la lunga attesa che ne ha preceduto l’uscita.

Gianfranco Raffaeli

Rabbit Hole

Rabbit Hole
Rabbit Hole

Titolo originale: Rabbit Hole
Genere: Drammatico
Origine/Anno: Usa – 2010
Regia: John Cameron Mitchell
Sceneggiatura: David Lindsay-Abaire
Interpreti: Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Miles Teller, Phoenix List, Sandra Oh, Dianne Wiest, Jon Tenney, Giancarlo Esposito, Tammy Blanchard, Patricia Kalember
Montaggio: Joe Klotz
Fotografia: Frank G. DeMarco
Musiche: Anton Sanko
Scenografia: Kalina Ivanov
Giudizio: 7 ½

Trama: Una giovane coppia perde il suo unico figlio, un bambino di poco più di tre anni, in un tragico incidente stradale. Sono passati otto mesi dall’accaduto, ma il trauma non è ancora superato. Le reazioni dei due all’evento sono differenti e tali da condurli sull’orlo della rottura.

Recensione: l’ultimo lavoro di John Cameron Mitchell è un film cupo, dimesso, sofferto. Una lenta e faticosa rielaborazione di un lutto che ha sconvolto la vita di una coppia che aveva conquistato la propria fetta di benessere ed ipotecato un solido avvenire. Un implacabile resoconto dei tentativi, destinati all’insuccesso, di Becca e Howie di ritrovare una quotidianità, di continuare a dare un senso alle cose, di imprimere una direzione ai loro sforzi.
Ma i due reagiscono in modo differente. Lei convive con un dolore denso e opprimente che la costringe a chiudersi sempre più in se stessa: lascia il lavoro, si dedica ad una maniacale ed ostinata cura della casa e del giardino, rifiuta gli inviti a cena dei vicini. Lui si tuffa invece nel lavoro e nelle partite di squash, e riprende a vivere con rabbia, anche se non riesce a separarsi dal ricordo del piccolo Danny (i video dell’iPhone ossessivamente rivisti durante la notte, il seggiolino del bimbo mantenuto sul sedile di dietro dell’auto).
Così, lentamente ma inesorabilmente, Becca e Howie si allontanano. Non hanno più nulla che li tenga uniti, se non un ricordo elaborato diversamente, vissuto diversamente ed ugualmente insopportabile.
Film intenso, intimo. Personaggi autentici nel loro dolore, credibili nello sviluppo delle proprie nevrosi. La Kidman/Becca, nomination all’oscar come miglior attrice protagonista, svetta su tutti: il suo tentativo di dare gli abiti di Danny alla sorella incinta perché li faccia indossare al bambino che sta per nascere, il suo rapporto d’amicizia (un attaccamento quasi morboso) con l’adolescente che qualche mese prima era al volante dell’auto che ha travolto Danny danno il senso di una persona esausta che cerca di orientarsi a tentoni in un buio profondo. La scrittura è robusta, senza sbavature. Belle le parole di Dianne Wiest/Nat, madre di Becca, sulla perdita del proprio figlio (morto trentenne per overdose e più volte accostato al nipotino Danny, nel suo tragico destino) e sulla trasformazione del dolore che ne è derivato in un mattone che ti porti sempre dietro: qualche volta dimentichi di averlo con te, poi metti una mano in tasca e lo ritrovi là, ed è tutto quello che ti rimane.

Gianfranco Raffaeli

Il discorso del re

Locandina del film "il discorso del re"
Il discorso del re

Titolo originale: The king’s speech
Genere: Dramma storico
Origine/Anno: Gran Bretagna, Australia – 2010
Regia: Tom Hooper
Sceneggiatura: David Seidler
Interpreti: Colin Firth, Guy Pearce, Helena Bonham Carter, Timothy Spall, Geoffrey Rush, Jennifer Ehle, Derek Jacobi
Montaggio: Tariq Anwar
Fotografia: Danny Cohen
Musiche: Alexandre Desplat
Scenografia: Eve Stewart
Giudizio: 7

Trama: il duca di York balbetta fin dall’età di cinque anni. La sua balbuzie diventa un ostacolo insormontabile alla successione al trono quando – morto il padre Giorgio V e dopo meno di un anno di regno dell’erede designato – il fratello, Edoardo VIII, decide a sorpresa di abdicare per sposare l’amata Wallis Simpson: come può un re balbuziente tenere discorsi alla radio ed infondere al suo popolo il coraggio necessario ad affrontare una guerra lunga e sanguinosa come quella che si profila nel ’39 con l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche?

Recensione: Bertie e Lionel. Il re ed il logoterapeuta. L’incontro di due mondi lontani anni luce. Il duca di York da un lato, che si appresta a salire sul trono col nome di Giorgio VI, divenendo così re del Regno Unito, d’Irlanda e dei Territori Britannici d’Oltremare, oltreché Imperatore d’India, e l’esperto di dizione dall’altro, completamente privo di referenze o titoli, persino di quello di dottore. Eppure, Bertie ha bisogno di Lionel; e ne ha bisogno per riuscire a parlare in pubblico. Il re d’Inghilterra, per poter credibilmente svolgere il proprio ruolo, deve esser capace di superare la propria balbuzie e di parlare alla nazione; e deve riuscire a farlo con il carisma di un leader: “- Che cosa dice? – Non lo so, ma… sembra che lo dica piuttosto bene!” – dirà Bertie rispondendo ad una domanda della figlia Elisabetta su un discorso di Hitler riportato in un cinegiornale.
E sarà proprio Lionel a far da guida a Bertie nel lungo e faticoso viaggio di quest’ultimo attraverso le sue più ancestrali paure, facendogli riscoprire ciò che rimane della propria umanità – sepolta sotto la spessa coltre della rigida e soffocante etichetta imposta dalla casa reale – ed aiutandolo a vincere le proprie resistenze: anzitutto a farsi curare con i sistemi poco ortodossi praticati dallo stesso Lionel; quindi, e soprattutto, a rimettersi in gioco e tornare ad imparare – lui, sovrano del regno; ed a farlo peraltro apprendendo da un umile inglese comune (anzi, un comune australiano!), il logoterapeuta eccentrico e privo di referenze, appunto.
Così, sulle note del celeberrimo concerto in la maggiore per clarinetto e orchestra di Mozart, ha avvio la più bizzarra esperienza di logoterapia della storia del cinema, ma anche una profonda ed intensa esperienza umana, descritta con garbo e con un recondito ma non fastidioso retrogusto fiabesco.
La vicenda di Bertie colpisce per il coraggio e la determinazione che questi dimostra, pur nelle fasi alterne che ne sottolineano la fragilità e ne rimarcano al tempo stesso la credibilità come personaggio, nell’affrontare gli spettri più terrificanti della propria interiorità e nel ribaltare un’apparentemente inesorabile condanna alla balbuzie, nonostante le pesanti sconfitte del passato ed i lunghi e mortificanti silenzi di fronte al microfono, realizzando dunque quell’impresa titanica che è il riuscire a superare i propri limiti.
Esteticamente impeccabile, il film è scandito da un ritmo crescente impreziosito da momenti di sagacia ed ironia. È sostenuto da una scrittura solida, una buona scenografia (molto riuscita, in particolare, la costruzione dello spazio nello studio/abitazione del logoterapeuta), bei costumi. È interpretato da attori straordinari: delle 12 nominations all’oscar, 3 sono per splendide interpretazioni di Geoffrey Rush (affabile e sornione), Helena Bonham Carter (amabilmente leziosa) e, naturalmente, Colin Firth (vulnerabilità sfaccettata e ruvidezza sofferta, da poco premiato, peraltro, col golden globe quale miglior attore protagonista).
The king’s speech, si avvale però anche di un’ottima regia: belle ed evocative le inquadrature iniziali sul microfono che verrà usato per “il discorso del re”, l’oscuro nemico che prende forma fin dall’incipit del film; inquietante l’uso espressivo degli obiettivi per deformare la visione prospettica nei momenti di maggior tensione emotiva del protagonista; fluide ed eleganti le riprese con la steadycam usata lungo le scale nel precedere la discesa della famiglia reale.
Il film ha vinto il Toronto Film Festival.

Gianfranco Raffaeli

Kill me please

Locandina del film Kill me please
Kill me please

Titolo originale: Kill me please
Genere: Commedia grottesca
Origine/Anno: Francia, Belgio – 2010
Regia: Olias Barco
Sceneggiatura: Olias Barco, Virgile Bramly, Stéphane Malandrin
Interpreti: Aurélien Recoing, Bouli Lanners, Virginie Efira, Benoît Poelvoorde, Virgile Bramly, Saul Rubinek, Zazie De Paris
Montaggio: Ewin Ryckaert
Fotografia: Frédéric Noirhomme
Giudizio: 7 ½

Trama: In una clinica esclusiva, ove si pratica il suicidio assistito, vengono accolti pazienti molto particolari, attentamente selezionati dal suo direttore. La comunità locale, indignata, esorcizza la clinica e stigmatizza le sue pratiche.

Recensione: Campo lungo su un edificio immerso nel candore di un paesaggio montano innevato. Quindi interno: un ufficio accogliente, due persone che dialogano. L’inquadratura è instabile, con continue oscillazioni della macchina a mano. L’immagine è molto luminosa, un bianco e nero che esalta le tonalità estreme. La luce s’irradia nel quadro e ne rende la composizione irreale, come sospesa nel tempo, nello spazio. È il luogo del non senso, la clinica dove si consumano gli ultimi momenti di chi ha deciso di farla finita, un posto quieto, sopito, anestetizzato. Luogo metaforico, al di là della vita ufficiale, al di fuori delle convenzioni, lontano dalla civiltà, ove l’unica testimonianza dell’esistenza delle istituzioni è data dalla presenza di un agente della guardia di finanza che indaga su possibili donazioni che il direttore della clinica, il dottor Krüger, si farebbe elargire dai suoi assistiti prima che questi affrontino il momento del trapasso.
Poi, all’improvviso, prende forma l’assurdo: la follia esplode dal nulla. Un evento inverosimile, un incendio inspiegabile: è la chiave di volta, il trionfo del grottesco! Il paradosso si reifica ed i pazienti dell’istituto, accorsi nella clinica per liberarsi dal peso di vivere, vengono inseguiti, braccati, minacciati da quella fine che hanno tanto cercato sino a quel momento e che adesso tentano disperatamente di evitare. La promessa di una dolce morte si trasforma in un incubo sanguinolento.
L’ordine è sovvertito, il paradigma è rovesciato, il culmine raggiunto: la cupa visione del mondo di Olias Barco domina sovrana! Così, nelle ultime ciniche, spietate ed al tempo stesso accorate battute del direttore della clinica, che sognava che il suicidio diventasse un diritto scritto sulla costituzione e che si uccide invece con lo stesso veleno che somministra ai suoi pazienti, si spiega che il tanto vituperato e boicottato nosocomio ha un sovvenzionamento governativo, svolge un ruolo pubblico riconosciuto, è finanziato per compensare il costo sociale del suicido: 850 mila dollari a persona, secondo uno studio canadese, per un milione di suicidi all’anno; i canadesi fanno studi sempre molto interessanti.
Il film lascia attoniti, sgomenti, con un susseguirsi di brutali fatti di sangue che sembrano inserirsi in un contesto di naturale, spontanea, coessenziale distruzione; una pacata mattanza che fa da pendant alla dolce morte. Un ossimoro prolungato, una dissonanza continua che accompagna lo spettatore dalle prime inquadrature fino alla surreale marsigliese finale.
La scrittura è graffiante, la storia irriverente, scorretta, dissacratoria, gli attori superlativi. Premiato al festival del cinema di Roma con il Marco Aurelio per il miglior film.

Gianfranco Raffaeli

Avatar: record di download, è il film più scaricato del 2010

Sullo scorcio di fine anno si cominciano a fare i bilanci del 2010. Alcuni curiosi, altri meno. E il mondo del cinema deve fare i conti con la pirateria. Il film che ha raggiunto il record di download su internet (quindi scaricato illegalmente per i produttori) è stato Avatar che è stato scaricato (udite udite) più di 16 milioni e mezzo di volte. E i dati arrivanto dal motore di ricerca Bit Torrent, secondo Torrent Freak. Ma il record di Avatar non è soltanto quello appena raccontato ma anche quello del film campione di incassi di tutti i tempi (circa 2 miliardi e 800 milioni di dollari). Lo scorso anno (2009) il film più scaricato su internet fu “Star Trek” con circa 11 milioni di volte.

Blake Edwards addio al regista di “Hollywood Party”

Blake Edwards, famoso regista di film molto conosciuti è morto. Aveva 88 anni. La sua carriera è stata costellata di successi. Basti pensare alla serie di film de “La Pantera Rosa” e alle pellicole di grande fama come “Colazione da Tiffani” o “Victor Victoria”. Vogliamo anche ricordarlo però per avere diretto Hollywood party, il divertentissimo film il cui protagonista è Peter Sellers nelle vesti di un giovane attore indiano capitato ad una festa di moda. Un film che fa sbellicare dalle risate e di cui vi riproponiamo qualche passo trovato su YouTube, salutando così Mr William Blake McEdwards, meglio conosciuto con il suo pseudonimo Blake Edwards, che ci ha appena lasciato.

In un mondo migliore

Locandina del film: In un mondo migliore
In un mondo migliore

Titolo originale: Hævnen
Genere: Drammatico
Origine/Anno: Danimarca – 2010
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura: Susanne Bier, Anders Thomas Jensen
Interpreti: Mikael Persbrandt, Markus Rygaard, William Jøhnk Nielsen, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen
Montaggio: Pernille Bech Christensen
Fotografia: Morten Søborg
Musiche: Johan Söderqvist
Giudizio: 8

Trama: il piccolo Christian ha da poco perso la madre e si trasferisce a vivere dalla nonna. Lì incontra Elias, col quale fa subito amicizia e che difende dalle angherie di un compagno di scuola più grande aggredendo e minacciando quest’ultimo. Anton, padre di Elias, dirige un ospedale da campo in Africa, è in rotta con la moglie e cerca faticosamente di ricostruire il suo rapporto con lei.

Recensione: Film di rara intensità e coinvolgimento emotivo, Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival del cinema di Roma e candidato all’oscar 2011 come miglior film straniero, “In un mondo migliore” delinea nelle prime inquadrature, con estrema crudezza e precisione chirurgica, uno scenario desolante, dominato dalla prepotenza e dalla brutalità: un’Africa violentata dagli attacchi di miliziani ben armati, dilaniata da conflitti interni ed abbandonata a se stessa.
La vicenda si fa persino più intricata quando l’indagine si sposta dal contesto africano alle vicende personali e famigliari dei protagonisti e la macchina da presa, con una felice sovrapposizione di livelli narrativi ed ambientazioni (siamo ora nella civile Danimarca), si concentra sui due fragili adolescenti che rappresentano il fulcro della storia: il precoce Christian, che ha da poco perso la madre – della cui morte accusa il padre – ed il più riservato e problematico Elias, con i genitori in crisi coniugale e vessato dai compagni di scuola per i denti anteriori sporgenti.
Il quadro è sconfortante, ma non del tutto. Un mondo migliore è ancora possibile! Ed allora, nel derelitto tessuto sociale africano lacerato dalle scorribande dei mercenari e dalla pulizia etnica, si inserisce, come unico residuo baluardo, l’ospedale da campo diretto da Anton, che accoglie la folla di diseredati che quotidianamente vi cerca riparo e conforto dai propri mali e ricuce le ferite delle donne gravide sventrate dall’orrido Big Man, capo dei miliziani che controllano il territorio.
Allo stesso modo, anche di fronte alla violenza subita nella vita di ogni giorno, Anton cerca di testimoniare come una risposta diversa dall’esercitare analoga violenza sia possibile.
La Bier non risparmia colpi di scena, portando alle estreme conseguenze il disagio dei due adolescenti, il conflitto interiore dei protagonisti, il disorientamento e lo sconforto. Ma da tutto questo tormentato materiale, dal rimescolamento delle storie personali, dal caotico srotolarsi degli eventi, un nuovo equilibrio è possibile e la risposta personale di ognuno ha un peso determinante.
Con una visione disincantata e tenace al tempo stesso, la Bier sembra dirci che siamo arrivati al punto di non ritorno e che un’inversione di rotta è ormai necessaria. Alla violenza non si può più rispondere con altra violenza: “Se tu lo picchi lui ti picchia, poi lo picchi tu e va avanti all’infinito, come una guerra!”. Non sono più ammesse scorciatoie: la ragionevolezza, il dialogo, il confronto devono prevalere!
La lotta per un mondo migliore passa per la fermezza, il coraggio delle proprie opinioni, anche a costo di pagarne un prezzo elevato in termini di rinunce personali e di compromessi con se stessi. Ma la strada indicata non è più procrastinabile. Ed a seguirla, sono personaggi fragili, umani, che trascinano con sé la propria debolezza e cercano di affrontare giorno per giorno la propria lotta personale.
Il film di Susanne Bier convince in ogni sua inquadratura (belli i campi lunghi ripresi dal silos, bello il dettaglio sulla faticosa risalita del ragno lungo la tela con l’espressione tormentata di Anton in profondità di campo!), in ogni soluzione narrativa proposta: sprigiona una forza genuina con un ritmo incalzante che rapisce lo sguardo e costringe a riflettere. Un mondo migliore è possibile!

Gianfranco Raffaeli

Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni

Locandina del film: Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni
Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni

Titolo originale: You will meet a tall dark stranger
Genere: Commedia
Origine/Anno: USA – 2010
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Interpreti: Naomy Watts, Josh Brolin, Anthony Hopkins, Gemma Jones, Antonio Banderas, Lucy Punch, Freida Pinto
Montaggio: Alisa Lepselter
Fotografia: Vilmos Zsigmond
Giudizio: 7

Trama: Helena viene lasciata dal marito dopo 40 anni di matrimonio; cercherà sostegno e consolazione nelle improbabili predizioni di una chiromante. Alfie, ex marito di Helena, insegue la perduta giovinezza e perde la testa per un’attricetta che decide di sposare. Sally, figlia di Helena ed Alfie e gallerista con una cotta per il proprio capo, è in rotta col marito Roy, scrittore in crisi che a sua volta si invaghisce della dirimpettaia Dia.

Recensione: Ennesima puntata del racconto cinico e disincantato dell’ormai consueto intreccio di storie che si sfaldano? Ennesima rivisitazione di un mondo dominato dal caos e dall’impossibilità di far combaciare insieme i tasselli spaiati delle vite dei protagonisti? Ennesimo stanco e monotono copione che con qualche aggiustamento viene riproposto di anno in anno dall’ormai settantacinquenne regista newyorchese? Sì, o forse no! Di certo, però, commedia ironica e raffinata, con un buon ritmo, qualche battuta felice ed un paio di colpi di scena al momento giusto – che al cinema, come nella vita, non guastano mai! Un buon prodotto, insomma; un marchio di fabbrica sicuro e riconoscibile, fin dalla prima inquadratura ed in ogni dettaglio: dalle musiche all’ambientazione, dalla scrittura alla direzione degli attori (anche stavolta celebri e soprattutto bravi).
Ma veniamo più da vicino al film: disordine cosmico nelle vicende dei personaggi, costellate da continui rivolgimenti; matrimoni che naufragano e talenti che tramontano; nuovi improbabili amori ed inesorabili sconfitte che lasciano sempre più soli e disorientati gli attoniti protagonisti; compromessi e colpi bassi per coltivare sogni destinati al fallimento e certezze che si sgretolano. In tutto ciò, vani tentativi di fermare “le lancette dell’orologio”, di trovare conforto nelle parole di inattendibili guru col dono della rivelazione; di escogitare espedienti per sopravvivere.
Insomma, la maturità di Woody Allen non sembra ispirarsi ad una armonica ricomposizione del quadro. La sua cinematografia però è ancora sferzante, così come lo è la sua graffiante riflessione sulla nociva e deleteria adesione a qualunque tipo di credo irrazionale e quindi ad ogni atto di fede – comprese, viene da dire, le religioni.
E se è vero che Allen attinge a piene mani da situazioni e circostanze già viste in suoi film precedenti (viene in mente, ad esempio, “Mariti e mogli”, nella similitudine dei destini dei due fedifraghi Jack/Pollack e Alfie/Hopkins, od anche “La dea dell’amore”, nell’analoga caratterizzazione di Linda/Sorvino e Charmaine/Punch), non bisogna farsi troppo fuorviare da riferimenti al passato ed autocitazioni. La scrittura della cinematografia di Woody Allen appare ancora solida; i suoi personaggi sono credibili nel loro sconforto e nella loro fragilità; lo sguardo sull’abisso, mediato da una sana miscela di ironia e cinismo, rivela una maturità ed una consapevolezza ricche di sfaccettature sempre nuove.
Ed allora, film privo di novità o piccolo gioiello di un regista che ha ancora molto da dire? Nel dubbio, è sempre meglio andare al cinema e lasciare l’ultima parola allo schermo!

Gianfranco Raffaeli

Mario Monicelli è morto

Sul web sta rimbalzando la notizia della morte del regista Mario Monicelli avvenuta in modo drammatico a Roma. Monicelli si è ucciso, riportano le agenzie e altri organi di informazione on-line, lanciandosi dal quinto piano del reparto di urologia dell‘Ospedale San Giovanni di Roma dove era in degenza a causa di una grave malattia. I soccorsi da parte dei sanitari sono stati inutili. Mario Monicelli, regista di fama internazionale era nato il 16 maggio 1905 a Viareggio ed ha rappresentato uno tra i più importanti esponenti della commedia all’italiana con Dino Risi e Luigi Comencini. Fra i suoi grandi successi “La Grande Guerra” del 1959 interpretato da Alberto Sordi e Vittorio Gassman – Leone d’oro al Festival del Cinema di Venezia.  In occasione di un’edizione del Magna Graecia Film Festival che si tiene a Soverato da sette anni  in cui ha spesso presenziato il grande regista e con lui anche Ettore Scola, era stato presentato il docufilm  “Vicino al Colosseo c’è Monti” in cui Monicelli che da tempo viveva nel rione Monti situato nel cuore di Roma si racconta e racconta il suo “ultimo” rione in un documentario molto semplice e breve di 22 minuti.

Precious

Locandina del film Precious, regia di Lee Daniels anno 2009
Precious

Titolo: Precious
Genere: Drammatico
Origine/Anno: USA – 2009
Regia: Lee Daniels
Sceneggiatura: Geoffrey Fletcher
Interpreti: Gabourey ‘Gabby’ Sidibe, Mo’Nique, Paula Patton, Mariah Carey
Montaggio: Joe Klotz
Fotografia: Andrew Dunn
Musiche: Mario Grigorov
Giudizio: 7

Trama: Adolescente in sovrappeso, semianalfabeta e madre di una bambina down, Precious è ostaggio di una complicata situazione famigliare ed esistenziale. La sua vita va avanti tra violenze e soprusi, finché non incontra un’insegnante di una “scuola alternativa” che le dà fiducia.

Recensione: Tratto dall’omonimo romanzo di Sapphire, Precious – film vincitore di numerosi premi tra cui due Oscar – è il racconto della vicenda di una sedicenne di Harlem, con gravi problemi di peso, abusata dal padre fin da piccola e vittima delle angherie di una madre violenta. “Dedicato a tutte le Precious del mondo”, come recita l’inciso dell’inquadratura finale, il film narra con spietata crudezza le vicende della protagonista che caparbiamente cerca di risollevarsi dallo stato di prostrazione in cui è relegata, dalla prigionia di un corpo nel quale non si riconosce e di una casa in cui viene maltrattata ed umiliata, barcamenandosi tra servizi sociali che frequenta con estrema diffidenza ed una scuola che subisce passivamente. La durezza degli accadimenti è però mitigata dallo sguardo di Precious sulle cose, poetico e disincantato al tempo stesso, e dalla voce off di lei che racconta con una spontaneità a tratti disarmante i suoi stati d’animo, le aspirazioni, i pensieri più intimi. Ed allora, le sequenze di vita quotidiana, sgranate nella loro ruvidezza, desaturate nel loro grigiore, lasciano spazio d’improvviso a scenari patinati da romanzo rosa. Momenti di sogno irrompono nella tetra vita di tutti i giorni trasformandola in un video musicale di cui Precious è la sfavillante protagonista o nella passerella di un festival cinematografico in cui sempre lei si concede generosamente ai flash dei fotografi (ambizioni di un’adolescente americana che non ha altra possibilità che nutrirsi dei miti della televisione per sfuggire al grigiore della quotidianità). E la grande risorsa di Precious è proprio la fantasia, la capacità di dar colore anche agli scenari più cupi, di trovare un prezioso riparo, un rifugio intimo nelle sue evasioni oniriche; salvo poi risvegliarsi bruscamente dal sogno per una brutale irruzione della vita reale. La liricità di questi momenti da sola già varrebbe tutto il film. Il resto lo fanno il coraggio e la determinazione di Precious, le cui aspirazioni (vuole un ragazzo bianco ed una copertina su una rivista; ma prima vuole girare un video musicale – come dirà nelle prime inquadrature del film) la faranno approdare alla “Each one Teach one”, scuola di recupero per ragazzi dal passato burrascoso ove finalmente troverà la sua strada. Ed allora l’istruzione diventerà il suo strumento di riscatto sociale.
Il film tocca vari temi, tutti molto delicati. Si va dalle violenze in famiglia, all’aridità dei quartieri degradati ed asfittici dei sobborghi metropolitani, alla farraginosità ed inadeguatezza dei servizi sociali, alla eccessiva distanza della scuola dalle situazioni ad alta problematicità, all’appiattimento dei valori di una larga fascia della società sui falsi miti creati da una deprecabile sottocultura televisiva, all’istruzione come unico mezzo di emancipazione.
Trattare con rigore ed equilibrio una materia così scivolosa è operazione complessa e ad alto rischio. Riuscire ad essere persino convincenti è cosa ancora più difficile. Il film ci riesce quasi sempre, evitando di scadere nel banale, anche quando potrebbe sembrar ruotare attorno a stereotipi e topoi già visti fino allo sfinimento. Questo è senz’altro possibile grazie una scrittura solida (Geoffrey Fletcher ha preso uno dei due oscar del film per la migliore sceneggiatura non originale), che tratteggia con mano sicura personaggi caratterizzati con estrema profondità e ricchezza di sfumature in una storia dal ritmo sostenuto e senza inciampi; ma soprattutto grazie alle splendide interpretazioni delle due protagoniste, Gabourey ‘Gabby’ Sidibe e Mo’Nique (quest’ultima oscar come miglior attrice non protagonista), che meritano veramente una menzione speciale per il lavoro svolto.
Ma Precious rimane il frutto di una sensibilità narrativa d’oltreoceano. I dialoghi non sempre sono asciutti e distaccati, come sarebbe più opportuno per un film del genere. A tratti si indulge in momenti di compiacimento eccessivo e si scade in una leziosità che infastidisce. Insomma, nonostante gli indubbi meriti di quest’opera, il film sfugge a volte di mano e si incanala in percorsi che lo allontanano dalla sobrietà che invece avrebbe meritato.

Gianfranco Raffaeli