Archivio della categoria 'Speciali'

Vincenzo Guarna, scuola e assenze dei docenti. “Fatti e giornali di ieri e di oggi”

martedì, 21 luglio 2009

Fra le cose scritte dal preside Vincenzo Guarna, ne abbiamo trovato una. Sembra un appunto, una brutta copia, un articolo, una breve nota. Non sappiamo se e dove sia stata pubblicata….

Vincenzo Guarna, video: intitolazione ITC Calabretta

domenica, 22 marzo 2009

In questo video vediamo una delle ultime apparizioni in pubblico di Vincenzo Guarna, avvenuta in occasione dell’intitolazione dell’Istituto Tecnico Commerciale di Soverato al compianto ex sindaco Antonino Calabretta…

Visse per ischerzo

venerdì, 2 gennaio 2009

Scarica il file PDF degli scritti di Vincenzo Guarna raccolti in “Visse per ischerzo”….

Vincenzo Guarna, per “Elegia al padre” riceve l’ammirazione di Sebastiano Timpanaro

sabato, 20 dicembre 2008

Vincenzo Guarna, satrianese doc è stato Preside in diversi Istituti calabresi ed è conosciuto e ricordato per la sua cultura letteraria e la sconfinata umanità. Scomparso nel 2005, di lui conserviamo su questo blog alcuni scritti nella sezione “Vincenzo Guarna” fra cui “Elegia al padre” in cui è ben rappresentata la sostanza e la qualità del poeta Guarna, come ci racconta il caro amico di Enzo Guarna, il Prof. Antonio Barbuto, docente di letteratura italiana all’Università Sapienza di Roma. Barbuto a proposito di “Elegia al Padre” di cui aveva avuto modo di elaborare una premessa critica ci ha segnalato che la poesia “fu consacrata da un intellettuale di sommo prestigio, Sebastiano Timpanaro” a cui Barbuto aveva mandato il testo. In una lettera del 26 febbraio 1972 – racconta Barbuto – Timpanaro gli scrisse a proposito di “Elegia al padre”: ……..

Vincenzo Guarna, il ricordo di una studente dell’Itc degli anni ‘70

giovedì, 29 maggio 2008

Ho digitato Soverato su internet soltanto per vedere qualche immagine del mare. Venire a conoscenza così tardivamente della morte….

Vincenzo Guarna: divagazione n. 1

mercoledì, 30 gennaio 2008

Vincenzo Guarna è stato preside in diversi istituti calabresi. Negli anni ‘70 dirigeva l’Istituto Tecnico Commerciale Amministrativo e per Geometri di Soverato dove peraltro aveva insegnato lettere per diversi anni. Vi riportiamo un comunicato diramata all’epoca da Vincenzo Guarna indirizzato a tutti i Professori dell’Istituto Tecnico che qualcuno ha conservato negli anni. La nota si caratterizza per lo stile ironico e pungente nonché per i riferimenti letterari. Uno stile che Guarna spesso usava nel redigere circolari o comunicati.

OGGETTO: DIVAGAZIONE n. 1

Immaginino i sigg. colleghi, una barca, una grossa e vecchia barca in mezzo al mare
A bordo quattro uomini stanchi.
La barca avanza nel mare perché, come scrisse D’Annunzio, “navigare necesse este” (Veramente, a un abate che concludeva il suo discorso al vescovo con la frase: “Devo pur vivere”, il vescovo rispose: “Francamente non ne vedo la necessità”!)
A un tratto si apre a poppa una falla. Immediatamente uno dei quattro uomini corre ai ripari, prima con le mani poi con tamponi di fortuna.  Risolve. Un altro uomo, intanto, aggetta l’acqua imbarcata.
Ma ecco una nuova falla, un nuovo correre ai ripari, un aggettare sempre più rapido, sempre più concitato.
E ancora un’altra falla: ora tutti e quattro gli uomini sono al lavoro. Non fanno in tempo a tamponare una falla che se ne apre un’altra, l’acqua imbarcata aumenta trabocca.
Questa è la storia di una vecchia grossa barca in mezzo al mare.
Immaginino i sigg. colleghi che la vecchia grossa barca sia questa scuola, le falle siano i vuoti provocati dalle assenze repentine dei docenti, i quattro uomini stanchi sono  lo scrivente e i suoi collaboratori.

Fine della divagazione n. 1

Niobe – di Vincenzo Guarna

sabato, 17 novembre 2007

Niobe

A uno a uno se ne sono
andati, hanno una loro
casa e una tomba
nel vento della sera…

Troppe memorie, una nebbia
di passato: ora la grande
casa piena di silenzio
e d’ombra; attendo di morire.

Vincenzo Guarna 

“TRE ISTORIE” 

Estratto da “Galleria” n. 1-2 Gennaio Aprile 1967

Epigrafe – di Vincenzo Guarna

giovedì, 12 aprile 2007

EPIGRAFE

Scrivete sulla mia tomba: “Visse

Per ischerzo”. Il mio

inferno

in questa epigrafe. Perché

i giorni tramarono vicende

e io in quelle vicende,

senza convinzione: anima

divisa, inerte

volontà. E vissi

per ischerzo e oggi

nulla

è veramente mio. Un muro

sotto la luna, il tedio

dei ricordi, questo

vuoto disagio.

Vincenzo Guarna

“TRE ISTORIE”

Estratto da “Galleria” n. 1-2 Gennaio Aprile 1967

La cultura calabrese piange Vincenzo Guarna

sabato, 16 dicembre 2006

Scansione dell'articolo Nato da genitori satrianesi in Jugoslavia(allora in parte italiana) era sempre vissuto a Satriano

Con la scomparsa di Vincenzo Guarna  la cultura calabrese è in lutto è stato da più parti sottolineato nell’anniversario della sua recente scomparsa. Vincenzo Guarna, da Satriano, era un intellettuale profondo, che sapeva trovare il gusto della vita nella poesia e nella sua spiccata vocazione di educatore. Riservato quanto aperto alla dinamica culturale moderna aveva in  Eugenio Montale  il simbolo e l’amante per il culto del sapere legato alla stravaganza della vita della quale bisogna saper cogliere gli attimi di ispirazione e i reconditi pensieri che s’annidano nell’animo dell’uomo.Vincenzo Guarna è stato educatore e Preside in diversi Istituti della provincia di Catanzaro, ma il suo “rifugio” preferito è stato l’Istituto Alberghiero di Soverato che  adesso ha deciso di intestare la scuola al suo nome, alla sua persona perché per anni  aveva saputo prendere per mano e portarla in alto, tant’è che il suo Istituto, i suoi chef, la sua scuola è divenuta nota anche all’estero. Vincenzo Guarna era nato in Jugoslavia (allora una parte era italiana) dove il padre satrianese era maresciallo nella Finanza, ma Vincenzo Guarna era cresciuto a Satriano e a Satriano è rimasto legato fino alla sua prematura scomparsa. Qui conta sempre i suoi amici veri che continuano a ricordarlo con affetto e che hanno seguito la sua ascesa con orgoglio e trepidazione. Viene ricordato ragazzo, giovane, uomo professionista affermato e cultore di Eugenio Montale. Il suo ultimo lavoro è proprio su Montale “Satura lanx” dove l’acume di Vincenzo Guarna  riesce a interpretare e a dare l’esatto intendimento di Montale al termine latino “satura”, inteso come mescolanza di toni elegiaci e lirici da una parte e satirici dall’altra, e di cui è permeata la poesia di Montale. Vincenzo Guarna oltre a studi su Montale ha lasciato parecchi scritti  in prosa e poesia e ultimamente stava lavorando  ad una storia su Satriano  intorno agli anni 1938 “quando a un tratto si immerse nell’inverno e nel Medioevo. Spazzata da un gelido vento di tramontana l’aria si fece tesa e vetrina, i giorni divennero cupi e brevi, e al tramonto lente processioni percorsero salmodiando le strade, si fermarono supplici ai calvari, s’incontrarono ai crocevia e ivi sostarono ad ascoltare predicatori estemporanei compitare dall’alto di una scala o di un balcone, terrei in volto per il clima e la novità dell’esperienza, lunghi fogli dal linguaggio apocalittico intriso di esclamazioni”. Amava Montale, la Scuola, la sua famiglia e sul padre sofferente, tra l’altro, scriveva “Come un animale ferito,sedevi/ la gran parte dei tuoi giorni nel tuo/ angolo di stanza e il tuo silenzio,/ come un rimorso senza colpa,/ mi feriva.”. A Messina, dove si era laureato con il massimo dei voti e la pubblicazione della tesi su Montale, conobbe la compagna della sua vita, Adelaide, e così insieme a Montale ha dovuto riservare il suo amore anche alla moglie, ai due figli Francesca e Fabio e alla sorella Rina che continuano ad essergli vicini e considerarlo sempre presente, con la Bibbia, ossia Montale sul comodino accanto al  suo letto.

Raffaele Ranieri (Fonte: Gazzetta del Sud)

Elegia al padre di Vincenzo Guarna

lunedì, 23 ottobre 2006

Ora che il dolore s’allontana e il tempo
della tua morte, mi si rischiara intera
la solitudine che seppero i tuoi
ultimi anni dopo che un cardiologo
ti trovò danneggiato il miocardio
e compromesse, al limite, le arterie…

Come un animale ferito, sedevi
la gran parte dei tuoi giorni nel tuo
angolo di stanza e il tuo silenzio,
come un rimorso senza colpa,
mi feriva e offendeva. Poi ti guardavo,
così esile, così perduto nel lembo
di vita che t’avanzava e si scioglieva
la mia rancura in una pena muta.

Fuori il paese squallido e inerte,
la tua antica nostalgia, la pietra
di paragone mentre, di lontano,
solo, senza studi e ambizioso
ti faticavi il tuo povero successo
nella carriera della Guardia di Finanza.
Io pensavo al ritorno, una stupita
mattina d’infanzia.

Ho ricostruito la tua vita sull’ordito
dei tuoi avari ricordi, delle rare
confidenze: l’infanzia
miserabile e orgogliosa, le lodi
dei maestri di scuola per il tuo
forte ingegno, le vuote esortazioni
a continuare gli studi, il futuro
segnato, di stenti e umiliazioni
nella squallida bottega di tuo padre…

E già i tuoi antichi compagni
di scuola s’erano mutati: quelli
avviati agli studi, con gli occhiali,
i discorsi tra loro, il disagio
d’ignorarti; quelli chiusi nella
fatica con un cupo orgoglio
di condannati; gli altri, irrassegnati,
emigravano in America o
popolavano – col pietoso sdegno
del parroco, dal pulpito, le domeniche –
violenti e neghittosi le osterie.

Nelle sere di luna, di strade
Deserte, di rare finestre illuminate
ai palazzi, di silenzio, solitario
suonavi la chitarra e ti nasceva
dal ritmo, soave e dolorosa,
d’emergere alla chiusa dignità
del medico, del maestro, dell’avvocato,
una smania lunga che credevi invidia
ed era, inerme e inconsapevole,
un senso di giustizia e di rivolta.

Fin quando un manifesto affisso
nell’atrio del Comune
ti persuase ad arruolarti
nel corpo della Guardia di Finanza.
E venne l’ora della partenza, un giorno
gelido e tempestoso di febbraio
del millenovecentosedici. Avevi
diciotto anni. A piedi, solo
t’avviasti verso la lontana
stazione ferroviaria  di Soverato
piangendo d’incertezza e di nostalgia.

Io so di una notte che trascorresti
all’addiaccio, tremando
di freddo e di paura in un cimitero
sul fronte d’Albania. Di tutta
la guerra che ti travolse
nel delirio d’Europa non mi resta
da te, che questo fragile ricordo.

Poi la pace, rapidi avvenimenti
di violenze, di sangue e di silenzio
duro, improvviso, lungo. Non potevi
capire, nessuno t’aiutava, oltre
uno smarrito senso di sconfitta
vasta, invisibile. Frequentavi il corso
allievi sottufficiali, diventasti
vice-brigatiere.

Ora, di quando in quando, ritornavi
Al paese e i notabili, con una
punta (sempre meno palese)
di condiscendenza ti tenevano
uno di loro, e gli antichi
studenti era come se
non ti avessero mai dimenticato. Ma
quelli dell’osteria
usavano con te una rancurosa
confidenza simile a un rimprovero
immeritato.

Poi fu la nostra infanzia, Zara,
Orsera, Fiume, S. Martino, Mattuglie,
Caisole. Di quegli anni non mi restano
che questi nomi, come un’eco
smarrita della memoria.

L’Europa s’estenuava in un’angoscia
di terrori e speranze quando
ti vinse la nostalgia dei ritorni.
Il mio ricordo degli anni che seguirono
è di prati e di colline
perpetuamente nel sole oltre le case
e i vicoli squallidi,
di donne sulle soglie attente ad una
violenza lontana
come una leggenda, che le scuoteva
a giorni, in urla di dolore.

Definitivamente entrato nell’accolita
dei notabili del paese ne scoprivi,
antichi e irrimediabili, l’inganno,
l’ipocrisia, il vuoto che si nutriva
d’odi meschini, di grottesche risse,
di vile prepotenza…

Non avevi scelta. Accettare quel mondo
non sapevi. Ma era
la meta di lunghi anni, di tenaci
sogni, non osavi distaccarti. Fuori
d’esso era maggiore il vuoto,
più sordo, più corrotto, ostile
a quella che solo potevi dare,
inutile pietà. Eri prigioniero
della tua vita.

Ora intendo i tuoi lunghi silenzi
delusi e amari, l’ire
eccessive e improvvise, l’ironie
il disprezzo. Ora intendo
la confusa, tenace, smisurata
speranza del mio avvenire. Con la fede
d’un escluso credevi
alla cultura come a un bene
sicuro e vasto
d’umanità, di forza e di giustizia.

Non si vince da soli. È assai
che tu abbia salvato
lungo la tua vicenda, fra le nebbie
dell’ignoranza, dell’orgoglio
lusingato, il senso
della giustizia e della
misura, l’ironia, il rispetto
agli altri, la dignità dinnanzi
a te stesso. Di più
non potevi.

T’aveva anche deluso la viltà
della mia solitudine, quando
come un’insidia certa e inevitabile
prese a serpeggiarti nelle vene,
la morte. Era ormai
la vecchiezza. Il paese nella
sua vicenda incessante
di risse e di miseria, di fughe
e di ritorni, straniava. T’avanzava
di tutta la tua vita, un senso
scontroso di vuoto e intense
tenerezze. Io non potevo capire
che a tratti, in silenzio.

Ora è un giorno d’ottobre, Satriano
è lontana, la giovinezza
è finita, da anni sei morto. E io
non voglio credere ch’è stata
inutile la tua vita.

Vincenzo Guarna