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Comunismo e capitalismo a Fabio Guarna risponde Sergio Romano sul Corriere

29 giugno 2005 tratto dal Corriere della Sera

Perón, un caudillo fra comunismo e «capitalismo yankee»

Sto leggendo «Le interpretazioni
del fascismo» di Renzo De Felice. Tra le tante domande che sfogliando le pagine mi vado ponendo ne vorrei girare una a lei e cioè: «dove collocherebbe il peronismo?».
Nel libro viene riportata l’opinione di Gino Germani, sociologo italoamericano, che mi è rimasta molto impressa.
Scrive Germani: «La principale differenza del peronismo rispetto al fascismo italiano consistette, a nostro avviso, nella classe da cui furono tratte le masse mobilitate e nel tipo di mobilitazione. La mobilitazione in Argentina fu primaria e la classe mobilitata fu quella inferiore». (Annoto tra parentesi che per primaria s’intende la mobilitazione che ha luogo in una struttura tradizionale o non industriale, mentre secondaria è quella che avviene in una società industriale più moderna).

Fabio Guarna – Soverato (Cz),

Caro Guarna,
Gino Germani, di cui Renzo De Felice ebbe grande stima, fu uno dei fondatori della moderna sociologia argentina. Nacque a Roma nel 1911, fece studi di ragioneria, s’iscrisse alla facoltà di Economia e commercio e fu arrestato nel 1930 mentre distribuiva propaganda antifascista.
Inviato al confino per più di un anno, si trasferì dopo la morte del padre in Argentina, dove vivevano alcuni parenti della madre, e fece studi filosofici all’università di Buenos Aires. Ma fu attratto dalle scienze sociali e cominciò a lavorare con Ricardo Levene, allora titolare della sola cattedra di sociologia del Paese. Nel 1957, quando si era ormai imposto come studioso e traduttore della migliore sociologia internazionale, l’università di Buenos Aires creò per lui un corso di studi nella sua disciplina e gli affidò la direzione di un Istituto. Qualche anno dopo, alla vigilia del colpo di Stato del generale Ongania, Germani si trasferì a Harvard dove venne accolto come uno dei più attenti conoscitori delle società latinoamericane.
Nel 1976 tornò in Italia e insegnò a Napoli sino alla morte, nel 1979. Ma dovette scontrarsi con il modesto interesse del mondo accademico italiano per le società e i sistemi politici dell’America del Sud. Fu De Felice, per l’appunto, che si accorse dell’importanza dei suoi studi e diffuse la conoscenza del suo lavoro.
L’analisi che Germani fece del movimento creato da Perón è sociologica e certamente calzante.
Su un piano politico, invece, il peronismo appartiene alla famiglia di quelle correnti, molto diffuse in Europa dopo la Grande guerra e la crisi del 1929, che proclamarono la necessità di una «terza via» fra il capitalismo e il comunismo: fascismo, nazionalsocialismo, corporativismo, falangismo, con una riccagamma di sfumature rosse e nere. Nel suo libro su «I caudillos», pubblicato da Corbaccio nel 1994, Ludovico Incisa di Camerana ricorda che il giovane Perón, brillante ufficiale di stato maggiore, fu inviato in Italia nel 1938 per studiare l’organizzazione e le tecniche delle truppe alpine. Più di trent’anni dopo, nel 1969, ricordò quel periodo con queste parole: «Lì si stava facendo un esperimento.
Era il primo socialismo nazionale che appariva nel mondo. Non voglio esaminare i mezzi di esecuzione che potevano essere difettosi. Ma l’importante era questo: un mondo già diviso in imperialismi e un terzo dissidente che dice: “No, né con gli uni né con gli altri, siamo socialisti, ma socialisti nazionali”.
Era una terza posizione tra il socialismo sovietico e il capitalismo yankee».
Come altri movimenti di terza via, il peronismo divenne rapidamente populista, demagogico, poliziesco e repressivo.Ecome altre forze politiche della stessa famiglia si divise in due correnti, una di sinistra, l’altra di destra. Ma godette, grazie al carisma di Evita, moglie di Perón, di larghi consensi ed è da allora una componente della vita politica argentina. Quando ritornò trionfalmente a Buenos Aires nel 1971, dopo il lungo esilio spagnolo, Perón fu accolto entusiasticamente da due gruppi di seguaci che si odiavano e si combattevano: i montoneros, guerriglieri del peronismo rivoluzionario, e i nazional- sindacalisti di José Ignacio Rucci. Lo slogan dei primi era «Perón, Evita, la patria socialista »; lo slogan dei secondi «Perón, Evita, la patria peronista ». Ciascuno dei due gruppi aveva le sue armi e le usò: tredici morti e qualche centinaio di feriti, tutti peronisti.

Sergio Romano (Fonte: il Corriere della Sera)

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