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Satriano, "o tempora, o mores": una soluzione per le prossime amministrative

Satriano, o tempora, o mores: una soluzione per le prossime amministrative
di Fabio Guarna

SATRIANO – “O tempora, o mores” (che tempi, che costumi), esclamò Cicerone durante la sua orazione contro Catilina, per denunciare il degradarsi dei costumi dell’epoca. E se oggi pensiamo alle attuali vicende politiche satrianesi tutte immerse nella costruzione delle liste in vista della prossima campagna elettorale, anche a noi tornano in mente quegli ammonimenti. Troppi trasversalismi, troppe intese e controintese, troppe chiacchiere: e anche noi ripetiamo “o tempora, o mores”. Satriano merita per restare al latino “facta non verba” (fatti non parole). Ebbene pensando all’epoca romana ci viene in mente una soluzione politica per le prossime amministrative, forse curiosa ma da valutare e cioè: costruire un accordo politico adottando il modello della repubblica consolare di Roma. In sostanza, si tratterebbe di concludere un accordo secondo il quale, la guida politica della cittadina jonica spetterebbe non ad un solo uomo ma a due, con pari poteri. Certo, dal punto di vista giuridico ci sarebbe un sindaco, una giunta e un consiglio ognuno con le sue competenze e responsabilità ma le decisioni politiche dovrebbero cadere su due uomini: individuati magari nel sindaco e vicesindaco. Cosa produrrebbe una siffatta situazione? Innanzitutto una maggiore coesione sociale e l’eliminazione dell’inevitabile risentimento di esclusione degli sconfitti che genera, specie nelle piccole comunità, il proliferarsi di litigi e battaglie spesso poco utili alla collettività. Non solo. A volte gli sconfitti hanno buone idee e capacità amministrative che essendo attribuibili ai perdenti non trovano molto spazio a farsi avanti per un naturale orgoglio che caratterizza l’azione dei vincitori. Una volta stabilito “il consolato” però bisognerebbe ragionare anche sul modo attraverso il quale, questo potere “consolare” dovrebbe esercitarsi. Un’indicazione ci arriva proprio facendo riferimento alla forma di governo dell’antica Roma che va sotto il nome di repubblica consolare. In sostanza vi erano due consoli che avevano pari poteri. Nel caso uno di essi prendeva una decisione che l’altro non condivideva quest’ultimo poteva esercitare la c.d. intercessio (il veto), ovvero opporsi al provvedimento impedendone l’esecutività. Per evitare situazioni di stallo gli antichi romani in genere organizzavano il comando in forza di accordi politici tra i consoli in maniera tale che in distinti settori di attività un solo console esercitava in effetti il potere, senza che l’altro esercitasse “l’intercessio”. Il sistema più in uso e conosciuto era quello dei turni, secondo il quale i due consoli dividevano l’anno in mesi in cui si davano il cambio nel disbrigo degli affari. Oppure i consoli si dividevano le competenze che ciascuno di essi esercitava per la sua parte in via esclusiva. Un’ultima osservazione di natura storica che potrebbe essere letta in chiave ironica pensando a Satriano. I romani solevano riconoscere gli anni a secondo del nome dei consoli (consoli eponimi). Ad esempio l’anno 59 a.C. in cui i consoli erano Giulio Cesare e Marco Calpurnio Bibulo era chiamato “consolato di Cesare e Bibulo”. Scherzosamente però i cittadini dell’antica Roma erano soliti indicare quell’anno, considerando l’autorevolezza di uno dei due consoli, (il grande Cesare) così: consolato di Giulio e Cesare. Sarà così anche a Satriano? Per il momento di “Giulio Cesare” non se ne vedono. Forse di Bibulo ce ne sono tanti.

Fabio Guarna

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