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Italia-Brasile. A qualcuno piace derby

È piaciuto a tutti definirlo “il derby del mondo”…. Per dare al match un’aria da sfida epica, leggendaria…. Ci  siamo ritrovati a dover fare gli applausi ai carioca, come nel calcio accade spesso…
Le condizioni per la partita perfetta c’erano tutte: un grande stadio, “l’Emirates Stadium”, segno tangibile del potere arabo nel Regno Unito, simbolo prepotente dei petroldollari che arrivano ad una protervia tale da decidere di ospitare in un campo, a loro intitolato, il mitico Arsenal, la squadra fondata dagli operai dell’Arsenale di Sua Maestà.
La squadra di Graham prima e di Wenger dopo, ospitata fino al 2006 ad Highbury, il tempio del calcio inglese, la tana dei Gunners.
C’era una vecchia conoscenza del calcio italiano sulla panchina verdeoro, Carlos “il cucciolo” Dunga, il centrocampista meno brasiliano della storia del fùtbol bailado, il tedesco del centrocampo del Brasile, vincitore della Coppa del Mondo 1994 ai danni dell’Italia guidata dal Divin Codino, Roberto Baggio da Caldogno.
C’era  tutta la prosopopea legata ai 5 titoli mondiali vinti da loro e ai 4 titoli vinti da noi.
E c’era anche un contingente di calciatori brasiliani che giocano in serie A mica da ridere, ultimo della ciurma il buon Felipe Melo della Fiorentina.
Non c’è stata  invece l’Italia.
Inesistente in attacco, laddove Gilardino era solo come un esploratore subacqueo, fragile fino all’irritazione a centrocampo, nel quale Montolivo vagava, pensando alla sua  somiglianza con Hugh Grant e  a quanto questa potesse tornargli utile a Londra.
Ancora bocciato Di Natale, grande solo a Udine, e respinto Simone Pepe, perché assolutamente folle è apparsa la scelta di convocarlo in nazionale.
Fino a 10 anni fa uno come Pepe avrebbe visto l’Italia con gli amici al pub.
La partita è stata  a senso unico, siamo rimasti irretiti dal palleggio brasiliano e anche un Ronaldinho sovrappeso ha fatto la parte dell’artista.
Robinho, in versione foca monaca, ha stordito tutta la nostra retroguardia e le uniche note positive sono state  un redivivo Zambrotta e Grosso, sempre presente nelle partite che hanno un po’ di storia.
Adesso ritorniamo alle minuscole avversarie del girone di qualificazione mondiale, inebriati dal fascino di quella casacca gialloverde e dai piedi fatati che accompagnano i brasiliani generazione dopo generazione, sfidando il tempo.
Il derby del mondo è stato più una passerella per gli artisti sudamericani che per i nostri ragazzi, troppo italiani per darci la soddisfazione di vincere ieri.
Battere il Brasile ti fa sentire un po’ più campione del mondo, ti legittima e non ti fa credere di aver vinto il Mondiale solo perché la prima squadra seria affrontata in quel 2006 è stata la Germania in semifinale….
Zitti, zitti… Non diciamolo a nessuno e forza azzurri!

Antonio Soriero

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