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Lettera a Catanzaro

Cara Catanzaro,
è un po’ di tempo che non ci vediamo.

Sì, lo so, non sono stato di parola.

Ti avevo promesso che ci saremo rivisti a Natale, poi a Pasqua e invece mi presenterò soltanto nel primo scorcio di agosto, perché, arrogante ed egoista, cercherò di prendere il meglio da te: la stagione estiva.

Il ritorno al mare, uno stravolgimento della classica parabola del pescatore che ritorna verso terra, raccogliendo la rete dei ricordi.

Ti ho voluto bene sin da subito, mi hai cresciuto tra un vernacolo astuto e la sfrontatezza tipica dei nostri vecchi cinici, quelli che hanno visto tutto e non si sorprendono per niente.

Cara Catanzaro, invasa da “Cu tu fa fara?”, “Mò vidimu”, “Jendu videndu” e “Va ricogghiati!”, serrata in alto e snodata tra il Corso delle mille discussioni e una “Bellavista”, quel panorama stupendo e malinconico che ci regali, quando sono le sette d’estate e la brezza ci accarezza, mentre scende una lacrima, inabissata nello splendido mare all’orizzonte.

Ogni tanto mi manchi.

Non mi manca tanto la tua gente, seppur sei genitrice di ingegni che danno lustro al Bel Paese, ma che rifuggono dal tornare.

Per certi aspetti non li posso biasimare, CZ ( come mi piace chiamarti affettuosamente, con gli amici di sempre), però quando sento che qualcuno ti critica troppo, m’incazzo di una rabbia vera, come se stessero insultando mia mamma.

E mi addolora che a parlar peggio di te siano proprio le persone che hai tirato sù, in quel dedalo di viuzze che ha dignità di centro storico, ma che viene trattato come un tappeto vecchio, sotto il quale stipare la polvere di anni scriteriati.

Non ti abbraccerò subito, appena arrivato, perché a ricevermi sarà Lamezia, con la sua stazione di passaggio, di passeggeri, di passioni.

Dopo venti minuti ti vedrò sbucare dalla galleria, a salutarmi sarà quel ponte che da sempre mi ha un po’ impaurito.

Salirò piano piano sui tuoi colli, deturpati da edifici senza logica, e finirò in piazza Matteotti, il deserto delle emozioni, forse l’unico posto al mondo in cui avverto la solitudine del vuoto.

Ad Agosto sei più bella, ma muta, senza il calore delle persone, doppie, ma solidali.

Questo mi ha sempre colpito, Catanzaro, che tu possa ospitare gente così umana e disumana, pronta a tutto per te, ma con il vezzo di denigrarti.

Raramente senti un commento completamente positivo su qualcuno, è così, ammettilo.

Molti a Catanzaro hanno capito il mondo, chissà se noi ti abbiamo mai capita.

Chissà se ti piaci, quando ti guardi, chissà se ti piacciono le piazze, il teatro o il Corvo, gracchiante a valle.

Mi accoglierai senza rancore, ne sono sicuro, come sempre.

Poserò le valigie, mi sciacquerò la faccia e andrò sul balconcino precario che da casa si affaccia sul tuo cuore.

Li penserò che ti voglio bene.

Antonio Soriero

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