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Riforma forense: the devil's in the details

Oggi il “Quotidiano della Calabria” ha pubbicato un intervento di Fabio Guarna sulla riforma forense. Il pezzo titolato “Il diavolo nei dettagli della riforma forense” ha come incipit un detto americano “the devil in in the details” (il diavolo sta nei dettagli), che abbiamo preso a prestito per intitolare questo post in cui riportiamo l’intervento di Fabio. —– Gli americani dicono “the devil is in the details”, il diavolo si trova nei dettagli. E così sembra se si prova a leggere la proposta di riforma dell’ordinamento forense che il governo e la maggioranza sembrano pronti a varare, con l’accordo anche di alcuni deputati dell’opposizione. E’ una legge iniqua – ho già scritto quest’estate prima che venisse rinviata a settembre dalla commissione giustizia del senato la presentazione degli emendamenti al disegno di legge – . Il mio status all’epoca era di non iscritto all’albo degli avvocati in quanto pur abilitato all’esercizio della professione stavo esercitando un lavoro nella pubblica amministrazione full time incompatibile con l’attività forense. Cessata a settembre l’incompatibilità ho provveduto immediatamente ad iscrivermi all’albo e così oggi le osservazioni che faccio sulla proposta di legge di riforma si pongono da una prospettiva più larga e in parte diversa. Infatti se quest’estate il timore – peraltro non solo mio -, era quello che passasse l’emendamento che prevedeva la possibilità di iscriversi all’albo entro 5 anni dal conseguimento dell’abilitazione – circostanza che mi avrebbe impedito di tornare a fare l’avvocato – oggi le iniquità da fronteggiare previste nella proposta di legge potrebbero essere altre. In ogni modo, non dimentico i timori passati e sebbene non ho trovato molta solidarietà da parte dei colleghi nella battaglia contro “l’abilitazione con data di scadenza”, penso comunque che chi è iscritto all’albo non possa sentirsi gratificato dell’eliminazione di possibili concorrenti solo perché non hanno esercitato la professione per 5 anni, anche perché in questa categoria ci potrebbero essere tanti avvocati con talento rimasti in “odore di diritto” che hanno continuato ad aggiornarsi magari per preparare concorsi come quello in magistratura. Quindi il mio auspicio è che l’emendamento dei 5 anni di validità dell’abilitazione, già eliminato dalla discussione dal comitato ristretto della commissione giustizia, non torni più nella aule parlamentari. O meglio per restare all’incipit di questa riflessione che non si presenti sotto forma di “dettaglio” (the devil is in the details) della legge. Così come mi auguro si cancelli lo sbarramento di dover conseguire un reddito minimo per restare iscritti albo e quindi continuare a esercitare la professione. Secondo una “suggestiva teoria” tale previsione sarebbe giustificata dal fatto che  facendo diminuire il numero di avvocati (eliminando chi non ha un reddito minimo), maggiore sarebbe la qualità dei servizi legali che i rimasti (ci verrebbe da dire gli highlander) potrebbero rendere ai cittadini. E questo accadrebbe  perché nella giungla di giuristi, i mediocri finirebbero con il bloccare l’emergere o l’oscurare le capacità dei bravi e meritevoli. Questa teoria, comunque ha un fondo di verità, che purtroppo ha radici lontane: troppi iscritti a giurisprudenza, troppi avvocati e soprattutto (è vero) troppi avvocati per ripiego. A questi ultimi però, diversamente da chi sostiene la teoria sopra descritta provvede e continuerà a provvedere il mercato e non c’è bisogno di una legge che stabilisca la cancellazione dall’albo di chi non ha un reddito sufficiente per dimostrare che esercita la  professione con continuità, ovvero una legge che generi come qualcuno ha scritto “un mercato correttamente calibrato”. Insomma si tratta di una proposta di legge che – a mio modesto parere –  non tiene in alcun conto di quanto affermato dalla Corte Costituzionale n. 189/01 “i servizi legali sono naturalmente concorrenziali” e che invece in forma di dettaglio (details) riporta all’epoca delle corporazioni, quando entrò in vigore la legge sull’ordinamento forense (1933). Epoca che oggi con il progetto di riforma si  ripresenta con più vigore con l’alibi della parola “cambiamento”. Che cambiamento in realtà è, ma in peius rispetto a ciò che è rimasto in vigore dell’epoca fascista.  Del resto, ma non mi dilungo più di tanto, non fa meraviglia se qualcuno ha teorizzato che la nascita del  fascismo sia stata la conseguenza della crisi dello stato liberale e che il regime fascista  altro non sia stato se non lo stesso stato liberale che si è dato quella forma per tentare di sopravvivere. Al riguardo  basterebbe analizzare attentamente il titolo VIII del libro II del codice penale  “dei delitti contro l’economia pubblica….” e la tecnica con cui fu elaborato all’epoca della sua stesura dal guardasigilli Rocco, per convincersi di ciò. E oggi, guarda caso, è proprio lo stato  liberale in crisi. Ma quest’ultimo ha bisogno di riforme democratiche e non corporative.

Fabio Guarna

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