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Post Mortem

Locandina del film: Post mortem
Post mortem

Titolo: Post Mortem
Genere: Drammatico
Origine/Anno: Cile, Messico, Germania – 2010
Regia: Pablo Larraìn
Sceneggiatura: Pablo Larraìn, Mateo Iribarren
Interpreti: Alfredo Castro, Antonia Zegers
Montaggio: Andrea Chignoli
Scenografia: Polin Garbisu
Fotografia: Sergio Armstrong
Musiche: Alejandro Castanos, Juan Cristòbal Meza
Giudizio: 7 ½

Trama: dopo la presa della Moneda dell’11 settembre 1973, nel Cile dilaniato dal colpo di stato di Pinochet, Mario, cinquantenne dipendente di un obitorio in cui batte a macchina i referti delle autopsie, va alla ricerca di Nancy, ballerina di cabaret sua vicina di casa improvvisamente scomparsa, come tanti altri, all’indomani del golpe.

Recensione: un’esistenza piatta, ritirata, priva di sussulti, quella di Mario, funzionario dell’obitorio di Santiago che si occupa di battere a macchina i referti delle autopsie che vi vengono eseguite. Una vita asciutta, ridotta all’essenziale, come la luce che avvolge gli oggetti sgranati della sala da pranzo dello stesso Mario, i volti scuri dei protagonisti, gli ambienti rarefatti dell’obitorio.
Costante ripetizione di un rito che si reitera ogni giorno: un volto che non lascia trapelare emozioni indossa sempre lo stesso camice, dattiloscrive gli stessi referti e torna sotto lo stesso tetto a consumare pasti solitari.
Nella vita di Mario, si inserisce però un giorno la presenza della vicina Nancy, ballerina di cabaret, che fino a quel momento si era limitato a spiare dalla finestra di casa. Mario, durante uno spettacolo cui assiste, decide di andarla a trovare nei camerini del teatro in cui lei si esibisce e si offre di accompagnarla in macchina. Una sera, poi, mentre a casa il padre di Nancy ha convocato una riunione politica, lei va a trovare Mario e i due passano la notte insieme.
La crudezza appena attenuata delle inquadrature durante le autopsie, i corpi bianchi, spenti dei cadaveri sezionati e poi ricuciti, la miseria umana esibita non lasciano però adito a dubbi: sono tutti segnali di morte che si accumulano; segnali che preludono alla catastrofe.
Il Cile di Salvador Allende è in fermento, allarmato per una situazione che potrebbe precipitare da un momento all’altro, per la tensione che rischia di esplodere al minimo sussulto: c’è chi parla di armarsi, di armare ogni cellula del partito; chi fa riunioni più o meno clandestine. Poi, la catastrofe più volte evocata si realizza in tutto il suo orrore. I cadaveri in obitorio aumentano vertiginosamente, fino a ricoprire interamente i corridoi e le sale della struttura; vengono trasportati su un carretto, come pesanti sacchi ammassati l’uno sull’altro; espongono le loro ferite nell’indifferenza generale dei militari e tra la paura dei dipendenti dell’obitorio. Il golpe si è consumato, la democrazia è sovvertita, il paese è precipitato nel baratro. La brutalità allora trabocca, travolge tutto: soffoca ogni speranza di vita, cancella ogni traccia di umanità.
La ricostruzione delle fasi che preludono al golpe però è vicenda intima, non documento storico. Vissuta più negli interni ove si svolge la vita dei protagonisti che non nelle strade e nelle piazze di Santiago; fa da sfondo alla narrazione filmica – scandita da inquadrature fisse e da ritmi lenti, quasi riflessivi, nonostante il caos che regna sovrano e la frenesia degli eventi che si susseguono – non ne è il punto di vista predominante. L’unico brutale riferimento agli accadimenti esterni è dato dall’autopsia del corpo martoriato dello stesso Salvador Allende.
Se il film si srotola su un paesaggio lugubre mutilato dalla barbarie dei golpisti ed evoca una pagina politica drammatica, una delle più tristemente note nella storia recente del Sud America, rappresenta al tempo stesso un viaggio nell’abbrutimento dell’uomo. La metafora politica riporta inevitabilmente all’uomo ed alla sua caduta, la vicenda cilena corre parallela alla vicenda umana dei protagonisti. L’una alimenta l’altra. E l’avvento della dittatura è analizzato dall’interno, dal punto di vista delle persone che vivono i tragici accadimenti di quella fase storica, in un’ottica rovesciata. Pablo Larraìn indaga le vicende del golpe cileno sezionandolo e rivoltandolo, scrutandolo dall’interno, come in un’autopsia.
Così, nel piano sequenza finale Mario, che – ritrovata Nancy – l’aiuta a nascondersi ai golpisti che ne avevano catturato il padre ed il fratello minore, ferito dalla relazione di lei con un attivista politico e dal modo in cui viene trattato dalla stessa Nancy, decide di “seppellire” entrambi ostruendo l’ingresso del rifugio dei due con una catasta di mobili, infierendo con spietata brutalità sull’unica via d’uscita dei due come si potrebbe fare con un corpo inerme sul tavolo dell’obitorio.
È la chiusa finale del racconto, la morte della speranza, l’orrore che soffoca l’ultimo spiraglio di vita: il golpe ha definitivamente vinto sull’uomo.

Gianfranco Raffaeli

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