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L’illusionista

Locandina del film L'illusionista
L'illusionista

Titolo: L’ILLUSIONISTA
Genere: Animazione
Origine/Anno: Francia, Gran Bretagna – 2010
Regia: Sylvain Chomet
Sceneggiatura: adattamento da una sceneggiatura originale di Jacques
Tati
Musiche: Sylvain Chomet
Giudizio: 7 ½

Trama: illusionista nella Francia degli anni cinquanta è costretto a fare i conti con la crescente fama delle rock star emergenti, che gli rubano la scena. Dopo vicende che lo porteranno ad esibirsi in piccoli locali e feste private, incontrerà una bambina che gli cambierà la vita.

Recensione: L’illusionista è un film delicato che si muove in perfetto equilibrio tra magia e malinconia. Una favola intrisa del fascino di un mondo lontano nel tempo, evocato solo da ricordi flebili e sfocati. Un mondo che vive il proprio crepuscolo soppiantato dalla prepotenza del nuovo, dall’inarrestabile mutamento dei costumi, dal cambiamento che si impone.
Il numero di un illusionista – un numero lieve e misurato, discreto, quasi sussurrato – lascia il campo alla rabbia urlata di un gruppo rock, astro emergente che avanza travolgendo qualunque cosa incontri sul proprio cammino. L’illusionista reagisce però con composta dignità. Forte della propria signorilità, affronta a testa alta le vicissitudini cui va incontro. Così, dai riflettori della capitale francese, dà avvio ad un lungo viaggio che lo porta, attraverso vicende rocambolesche al limite del grottesco, in un lontano paesino scozzese, dove finalmente ritrova un po’ del successo degli anni migliori. Dove però, soprattutto, incontra anche una bambina che, affascinata dalla magia che promana dai gesti delle mani e dall’eleganza del portamento, decide di seguirlo nella sua tournée. Ad Edimburgo, i due cercheranno di far fronte ad una situazione che rievoca atmosfere chapliniane tra miseria e poesia, sconforto e leggerezza. E’ qui che la tenerezza del rapporto tra l’illusionista e la bambina acquista consistenza. Ma emerge anche la solidarietà fra gli artisti che occupano il Little Joe Hotel, pensione gestita da due nani e popolata da cabarettisti in disarmo. E la comune condizione del sentirsi in qualche modo obsoleti, lontani dai gusti e dalle mode, dell’essere “fuori mercato” rende ancora più uniti gli ospiti della pensione: il ventriloquo, che subito fa amicizia con la bambina; il clown, che sull’orlo di un improbabile suicidio viene salvato dall’irruzione nella sua stanza della stessa bambina che gli porta un piatto caldo di minestra; i tre gemelli acrobati, che cercano di coinvolgere l’illusionista in un tentativo di adattamento al nuovo.
Ma l’adattamento al nuovo, unica possibilità di uscita dall’impasse, non è nelle corde dell’illusionista che, quando viene convocato da un’agenzia pubblicitaria per esibirsi dietro la vetrina di un negozio per attirare clienti, facendo apparire dal nulla, invece del classico e fedele coniglio, ora un profumo ora un reggiseno, preferisce abbandonare l’unica fonte di sostentamento disponibile scampando così al ridicolo e salvaguardando la propria dignità.
Sylvain Chomet, dopo “Appuntamento a Belville”, adattando una sceneggiatura del compianto Jacques Tati, confeziona un film denso e nostalgico, sempre giocato sul registro agrodolce. Da segnalare la sua paternità anche della musica che scandisce varie fasi della storia, accompagnando, nel finale, lo spegnersi una ad una delle luci del metaforico palcoscenico.

Gianfranco Raffaeli

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