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Potiche – La bella statuina

Locandina del film Potiche - La bella statuina di François Ozon
Potiche - La bella statuina

Titolo: Potiche – La bella statuina
Genere: Commedia
Origine/Anno: Francia – 2010
Regia: François Ozon
Sceneggiatura: François Ozon
Interpreti: Catherine Deneuve, Gérard Depardieu, Fabrice Luchini
Montaggio: Laure Gardette
Fotografia: Yorick Le Saux
Musiche: Philippe Rombi
Giudizio: 8

Trama: Robert Pujon dirige la fabbrica di ombrelli di famiglia con piglio autoritario. Ha un’amante, una moglie trofeo che riduce a “bella statuina”, due figli che considera appena. La situazione va avanti fin quando, a seguito di uno sciopero, viene sequestrato dai suoi stessi operai e poi, a causa di un malore, viene sostituito dalla moglie nella direzione della fabbrica.

Recensione: commedia brillante, intelligente, divertente e piena di ritmo. Altro piccolo gioiello cesellato dalle abili mani di François Ozon, cineasta mutevole e geniale che dai toni cupi di molti dei suoi film migliori (dal bellissimo “Sotto la sabbia” al più recente “Il rifugio”), passa con disinvoltura ad un registro più lieve confezionando un film solare che, sullo sfondo di una Francia di fine anni ’70 agitata da lotte sindacali e rivendicazioni operaie, racconta la storia di un’autentica rinascita, componendo al tempo stesso uno scoppiettante inno alla vita, impreziosito da intrecci e coups de théâtre. Così, la ricca borghese Suzanne, immersa in una sorta di felicità artificiale, intontita dal contesto ovattato nel quale si muove, cieca di fronte ad un marito fedifrago, condiscendente innanzi alle imposizioni ed agli sberleffi di lui – insomma, “bella statuina” – si trasforma in imprenditrice di successo, donna di polso capace di affrontare l’esasperazione di un gruppo di scioperanti sul piede di guerra, di dirigere la fabbrica di ombrelli prima appartenuta al padre e poi diretta con pugno di ferro dal marito e soprattutto di scoprire e disvelare a se stessa e agli altri una inattesa e volitiva personalità operando una serie di scelte aziendali innovative che fanno recuperare i giorni di lavoro perduti durante lo sciopero ed accrescono i ricavi della fabbrica, con una gestione – nella quale peraltro riesce a coinvolge gli stessi figli – orientata al recupero di una ritrovata e contagiosa armonia.
Ed allora, il grigiore dispotico del precedente “padrone” cede il passo alla fantasia ed alla vitalità densa di idee e satura colori accesi dei nuovi arrivati, l’avidità belligerante di Robert viene sconfitta dalla lungimirante solidarietà di Suzanne. Ed il tutto si realizza con una sorprendente inversione di ruoli fra moglie e marito. Chi prima è stato alla guida dell’azienda si trasforma ora in “bella statuina” e viceversa.
La storia però, nel viluppo intricato della vicenda narrata, non finisce qui! Riemergono vecchi amori e si scopre che chi si credeva irreprensibile madre e moglie fedele è invece qualcosa di diverso. Il gioco di specchi orchestrato da Ozon riflette immagini molteplici che si proiettano sullo schermo in un susseguirsi frenetico. Come una sorta di prisma che scompone la vita dei protagonisti, la macchina da presa attraversa i corpi facendone scaturire le varie anime che li alimentano, esaltando la mutevolezza dei personaggi, le mille sfaccettature dei caratteri di ognuno di essi.
In tutto ciò, la rinascita è totale, la rivoluzione compiuta copernicana, il processo irreversibile. Così, anche quando le parti si invertono nuovamente, Suzanne – oramai divenuta altro da sé – non si perde d’animo e s’inventa una nuova vita, perché non c’è mai fine al mutamento, al cambiamento della propria pelle, al rinnovamento interiore.
E con una contaminazione da musical, che mostra la mutevolezza dello stesso film in una divagazione da metacinema, Suzanne nel finale ringrazia i suoi sostenitori inneggiando alla vita e scandendo, da ultimo, le parole: “la vita è bella!”.

Gianfranco Raffaeli

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