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Una vita tranquilla

Locandina del film Una vita tranquilla
Una vita tranquilla

Titolo: Una vita tranquilla
Genere: Drammatico
Origine/Anno: Italia, Francia, Germania – 2010
Regia: Claudio Cupellini
Sceneggiatura: Claudio Cupellini, Filippo Graviano, Guido
Iuculano
Interpreti: Toni Servillo, Marco D’Amore, Francesco Di Leva,
Juliane Köhler, Leonardo Sprengler, Alice Dwyer
Montaggio: Giuseppe Trepiccione
Fotografia: Gergely Pohárnok
Musiche: Teho Teardo
Giudizio: 6

Trama: Due sicari della camorra devono eliminare un imprenditore tedesco che sta per concludere un accordo per lo smaltimento di rifiuti provenienti dalla Campania. I due però, a causa di un contrattempo, sono costretti ad abbandonare l’albergo che avevano prenotato. Troveranno ospitalità da un italiano che gestisce un locale proprio nelle vicinanze del luogo in cui dovranno compiere l’agguato.

Recensione: Un’inquadratura fissa, fuori fuoco. L’immagine è confusa: sembra di vedere rocce a strapiombo, aride, brulle. Poi la macchina da presa fa un movimento all’indietro, il soggetto ora è a fuoco: è la corteccia di un albero. Il movimento di macchina prosegue in piano sequenza, fluido, preciso, il campo si allarga. Compare una foresta, delle auto in fila, un cane, dei fucili: è in corso una battuta di caccia. Il cacciatore si apposta, attende la sua preda, prende la mira, all’improvviso spara.
L’ultimo film di Claudio Cupellini si apre con la scena appena descritta. È una scena importante, evocativa, emblematica degli sviluppi successivi. Il cacciatore è Rosario Russo, un italiano emigrato in Germania che gestisce un ristorante provvisto anche di alcune camere per la notte, interpretato (neanche a dirsi) magistralmente da Toni Servillo, premiato al festival di Roma quale miglior attore. Con perfetta circolarità il film si chiude poi con un’altra battuta di caccia dagli esiti incerti, in cui stavolta Rosario Russo diventa preda.
Sullo sfondo di una vicenda di camorra, prende forma un gangster movie che, col passare dei minuti, si trasforma sempre più in thriller psicologico. Rosario Russo è in realtà Antonio De Martino, un camorrista che quindici anni prima è dovuto scappare da Napoli lasciando moglie e figlio e facendo credere a tutti di essere morto, per evitare ritorsioni su di sé e sulla propria famiglia. Incontra poi, all’improvviso, il figlio Diego, frattanto affiliatosi anch’egli alla camorra, arrivato in Germania con un altro sicario per uccidere un imprenditore che sta per firmare uncontratto con la Regione Campania per lo smaltimento di un grosso carico di rifiuti, ledendo così gli interessi della malavita campana.
Dal rapporto irrisolto tra padre e figlio, dal doloroso tentativo del primo di riprendere il filo di un discorso interrotto quindici anni prima, di rielaborare un senso di colpa prepotentemente tornato a galla con l’arrivo di Diego e recuperare un ruolo in realtà mai svolto (“Che cazzo ne sai tu di quando crescono?”, dirà Diego ad Antonio a proposito di figli), si passa però alla minaccia concreta all’incolumità dello stesso Antonio e della sua nuova famiglia. La storia si ripete! Dal passato di Antonio riemergono così, poco alla volta, gli spettri che questo credeva di essersi oramai lasciato per sempre alle spalle. Antonio è convinto di aver pagato il prezzo delle proprie colpe, ma è inseguito dalla sua vita precedente, braccato dal peso di un nome troppo importante per essere dimenticato nonostante ogni infingimento e precauzione. E quando capisce che la sua nuova vita in Germania è in pericolo, che il delicato equilibrio che è riuscito faticosamente a ricostruire è minacciato ed intima ai due killer di andarsene, Eduardo – il secondo dei due sicari – capisce chi ha veramente davanti e lo ricatta. Il cerchio si stringe allora attorno a quella che appare come la vittima designata. Antonio vede lucidamente che a questo punto nulla può più garantirgli la “vita tranquilla” che aveva pensato di essersi conquistato ed è costretto a reagire, a tornare a quel passato esorcizzato, sepolto, ma riemerso nonostante tutto: “Perché mi hai dato una vita nuova per quindici anni ed ora te la riprendi?” – griderà rivolto a Dio. Le conseguenze non possono che essere drammatiche per il cacciatore divenuto ora preda. Calorosa l’accoglienza al Festival di Roma. Alcuni passaggi di registro sembrano a tratti poco fluidi.
Il finale è meno convincente del resto del film.

Gianfranco Raffaeli

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