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Noi credevamo

Locandina del film Noi credevamo
Noi credevamo

Titolo: Noi credevamo
Genere: Storico
Origine/Anno: Italia, Francia – 2010
Regia: Mario Martone
Sceneggiatura: Giancarlo De Cataldo, Mario Martone
Interpreti: Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Toni Servillo, Renato Carpentieri, Luca Zingaretti
Montaggio: Jacopo Quadri
Fotografia: Renato Berta
Costumi: Ursula Patzak
Musiche: Hubert Westkemper
Giudizio: 7 ½

Trama: Tre giovani rivoluzionari aderiscono alla Giovane Italia, abbracciando l’ideale dell’unità della nazione, ma sono sconfitti nei moti del 1828. Le loro strade si divideranno, mentre le vicende personali dei tre faranno da sfondo alla nascita del nuovo stato, tra sogni irrealizzati e speranze tradite.

Recensione: Film denso e ambizioso, affresco di un’epoca che abbraccia 35 anni di storia – dai moti del 1828 alle vicende dell’Aspromonte del 1862 – e che vede il compimento del faticoso percorso d’unificazione italiana sotto la corona di Vittorio Emanuele II.
Il tessuto narrativo, che procede per ellissi temporali e continui sbalzi geografici (dal Cilento a Torino, da Parigi a Ginevra, quindi a Londra e poi di nuovo a Parigi), mette a fuoco i fatti salienti di quegli anni, attraverso la storia di tre rivoluzionari – Salvatore, Domenico, Angelo – dalle cui vicende personali il film è liberamente tratto. L’ordito è suddiviso in quattro parti: la prima racconta l’adesione alla Giovane Italia dei tre rivoluzionari, i moti del ’28, la tragica fine di Salvatore; la seconda descrive la lunga prigionia di Domenico; la terza parla delle vicende di Angelo, dall’esilio londinese, al rocambolesco attentato a Napoleone III, alla tragica fine sulla ghigliottina; l’ultima (dal titolo evocativo L’alba della nazione) giungerà fino alla conseguita unità del Paese.
La ricostruzione storica è rigorosa; il film procede per sottrazione nella complessità dell’intreccio storico-politico e quasi mai cade nel tranello di una narrazione puramente celebrativa. Il distacco dalle vicende narrate è palpabile (soprattutto nell’ultima parte che si avvale di un Lo Cascio in forma strepitosa). Il quadro delineato è composito e mai banale, con una descrizione degli avvenimenti asciutta e diretta che non concede nulla alla retorica risorgimentale ed all’enfasi che potrebbe scaturire dalla peculiarità dei temi trattati. Così, la fede nell’ideale unitario viene messa in discussione da una rivoluzione in cui a pagare il prezzo più alto sono i contadini; in cui a macchiare la purezza e la nobiltà dell’obiettivo unitario entrano in gioco rancori e vendette personali, frustrazioni e sensi di rivalsa; in cui l’eroismo dei pochi è continuamente messo a dura prova dalla debolezza dell’uomo e dal tradimento, ma anche dai trabocchetti e dalle angherie del regime; in cui la forza dei grandi della storia è costruita sul sangue dei martiri (che, guarda caso, sono quasi sempre i più deboli socialmente); in cui la lucentezza degli ideali iniziali viene offuscata dal discutibile compromesso raggiunto, che vede – tra l’altro – il sorgere di una drammatica questione meridionale, con un Sud sconvolto dal brigantaggio e dalla penalizzazione delle proprie attività produttive che quasi rimpiange la dominazione borbonica.
In tutta questa coralità di personaggi e situazioni, invero, il film indulge a tratti su fatti che ne smorzano la tensione e ne appesantiscono il ritmo (soprattutto nella seconda delle quattro parti del film). Ed i dialoghi appaiono a volte eccessivi nella forma o persino didascalici nei contenuti (non certo il bellissimo monologo finale!). Nonostante qualche appunto, si può però dire che le circa tre ore di film realizzate in 7 anni di lavorazione scorrono senza intoppi.
Bella la scena in cui Lo Cascio/Domenico sogna di uccidere Crispi a Torino, mentre il suo monologo interiore (richiamato sopra) scandisce l’inesorabile tradimento delle idee rivoluzionarie che avevano animato la Giovane Italia e dato forma al suo credo dei vent’anni (“Noi credevamo”); tradimento suggellato dall’omicidio/esecuzione dei disertori arruolati tra i garibaldini, in Aspromonte, da parte dell’esercito regolare (tra questi, anche il figlio di Salvatore). D’obbligo la musica di Verdi (ma vengono usate anche musiche di Rossini, Bellini, Beethoven) per commentare le vicende che hanno condotto all’unità d’Italia (come già era stato fatto per gl’illustri antecedenti cinematografici di “Noi credevamo”: si pensi al verdiano Valzer brillante usato nel Gattopardo od all’apertura sulle note del Trovatore in Senso, ovviamente entrambi del grande, unico ed inimitabile Luchino Visconti). Quasi ridondante il cast, con stelle di prim’ordine (da Toni Servillo nei panni di Mazzini a Luca Zingaretti in quelli di Crispi).
Da segnalare, da ultimo, l’importanza di un film che tratta un argomento di grande attualità, visto il delicato momento storico (i 150 anni dall’unità d’Italia) ed il dibattito politico attuale, incentrato tra l’altro su un’idea di federalismo che di unitario sembra avere ben poco.

Gianfranco Raffaeli

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