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Vincenzo Guarna, “non con spiriti costretti tali incanti”

Vincenzo Guarna
Vincenzo Guarna

Sono trascorsi 5 anni da quando Vincenzo Guarna ci ha lasciato. Lo ricordiamo pubblicando quanto ha scritto il Prof. Antonio Barbuto, nella prefazione della raccolta di scritti del compianto preside intitolata “Visse per ischerzo” che è possibile scaricare per intero su questo sito cliccando nell’apposita sezione. Il titolo ariostesco della prefazione di Barbuto è: Vincenzo Guarna, “non con spiriti costetti tali incanti – La prima immagine, in assoluto, di Enzo Guarna che riemerge nel mio personale percorso nostalgico è di lui nel cortile dell’Istituto Salesiano, studente del quarto Ginnasio, durante la ricreazione, che recita epigrammi scherzosi all’indirizzo di alcuni suoi compagni di classe e, ricordo perfino il nome di un destinatario: Giuseppe Lopilato di Badolato. Io, ancora studente della Media, lo guardavo incantato nella sua performance, preso dalla scelta invenzione delle rime quasi certamente. Un secondo episodio, ma siamo già a livello di conoscenza, invece, si colloca nella piazza di Satriano: lui universitario io liceale, a parlarmi di Montale con un numero della “Domenica del Corriere” dove erano state pubblicate alcune poesie del poeta genovese, già entrato prepotentemente nella cultura di Guarna fino a diventare la sua “lunga fedeltà.” Il terzo episodio accade sulla spiaggia di Soverato, in un agosto infuocato, insieme a un suo amico d’università, Vincenzo Presta, con Le Occasioni montaliane a litigare sull’interpretazione dei “due sciacalli al guinzaglio”, il verso finale del mottetto “La speranza di pure rivederti”. Quell’edizione sbrindellata indimenticabile anche per qualche verso sottolineato a matita, traccia d’una sua amorosa amicizia all’Università di Messina. Questa è la preistoria della mia amicizia e del sodalizio che si solidifica dopo la sua laurea e la lettura da parte mia della sua tesi su Montale, discussa con Giorgio Petrocchi, decisiva nella mia scelta di iscrivermi all’Università di Urbino dove insegnavano tre professori citatissimi nelle note: Carlo Bo, Claudio Varese, Mario Petrucciani. Frattanto mi avvincevano i racconti favolosi delle sue avventure intellettuali e il suo cursus honorum all’Ateneo messinese con i prestigiosi Giorgio Petrocchi, Giacomo Debenedetti, Carlo Cordiè, Galvano della Volpe, Antonio Mazzarino. Ma soprattutto si infervorava nei riferimenti alle ormai sue canoniche letture: oltre Montale (mi ha regalato la prima edizione de La Bufera e altro), l’antologia Liriche cinesi (con prefazione di Montale) e la mai dimessa antologia di Spoon River di Edgard Lee Masters diventati libri cult, di riflessione di ricordi e di lieve sussulto della sua viva intelligenza e d’un gusto letterario sicuro. Poi, dopo che mi sono anch’io laureato, entrambi professori all’Istituto Tecnico: io nel triennio della sez. B e lui in quello della sez. A fino a quando non divenne Preside e io agli inizi dei Settanta non andai all’Università di Urbino. Di fatto, tra noi non ci fu alcuna interruzione di nessun genere. Posso dichiarare che la nostra fu un’amicizia totale fatta di dettagli minimi e sublimi vissuta nella cifra della letteratura che per noi tutto comprendeva e spiegava. Per questo, e soprattutto per quello che sottende questi episodi, mi permetto di ricostruire storicamente gli scritti che devozione e affetto inducono a pubblicare. Guarna avrebbe potuto scrivere volumi di critica letteraria, romanzi, poesie ma non ha scritto quasi niente perché come il Fadin montaliano la sua “parola non era forse di quelle che si scrivono”. Io credo però che al fondo di tutte le sue convinzioni ci fosse il tarlo della certezza che lui era destinato all’incompiutezza, dilaniato da un dissidio profondo e irrisolvibile. Rifacendosi palesemente alle iscrizioni di Lee Masters inventò, giovanissimo, la sua “epigrafe” definitiva e senza scampo: “visse per ischerzo”. Ogni riga, ogni gesto sono indizi palesi o sottintesi d’una determinazione accanita di lasciare tutto incompiuto, nella vita come nel suo mestiere di letterato finissimo. Lo scrittore americano David Foster Wallace si è suicidato qualche giorno fa a quarantasei anni anticipando di quattro una sua precedente dichiarazione di arrivare a cinquanta. Ebbene, anche per questo scrittore è facile raccogliere indizi, nella sua opera, della sua decisione consumata. Come del resto per Cesare Pavese, di cui ricorre in questo mese il centenario della nascita. Ho citato lo scrittore americano perché in un suo racconto Good Old Neon si legge: La mia intera esistenza è stata una frode.Non sto esagerando. Molto di quello che ho fatto in ogni momento è stato il tentativo di creare una certa impressione negli altri.Per lo più per essere apprezzato o ammirato.
Che può essere considerato il certificato di comportamento che in alcuni casi diventa carta di identità solenne e istrionica, autoironica e dolente, verità e menzogna delle “intermittenze del cuore”, come recita l’altra istoria intitolata L’illusionista. Chi l’ha conosciuto ha una sua idea di Guarna, una definizione che a malapena tocca la grana nobile del suo ingegno, della smisurata generosità, della sua vastissima cultura e del grande cuore. Perciò ricostruisco fedelmente le occasioni storicamente accadute intorno a questo esile mannello che ce lo restituisce soltanto in parte di quello che fu e “al cinque per cento” di quello che avrebbe potuto essere. Se il gozzaniano “ho venticinque anni e sono vecchio” era un leit motiv civettuolo e ossessivo, l’altro prestito del poeta dei Colloqui “Non amo che le rose/ che non colsi. Non amo che le cose/ che potevano essere e non sono/ state” può assumersi come la cifra del suo privato rimpianto, del punto del non ritorno d’una vita che pure ebbe la sua luce per quelli che come me gli vollero bene, perché al di là di ogni apparenza della pagina scritta della sua quotidianità hanno letto un senso nobile di “decenza quotidiana”, di solitudine e di eleganza aristocratica che raramente è dato rinvenire nella grossezza che ci circonda e ci invade. La frequentazione quotidiana e gli abbandoni a ogni sorta di confidenza costituivano la trama del nostro sodalizio, sicché nelle nostre autoesaltazioni intellettuali trovavano coincidenze sorprendenti e “affinità elettive” tali che lo indussero ad affidarmi i suoi testi poetici da pubblicare sulla rivista “Galleria” diretta da Mario Petrucciani e stampata dall’editore Sciascia. Così apparvero le “tre istorie” (Niobe, L’illusionista, Visse per ischerzo) nel n.1-2 di gennaio-aprile 1967, con una mia nota che ebbe l’approvazione entusiastica dell’autore. Ma il testo rappresentativo della sostanza e delle qualità di poeta è senza dubbio Elegia al padre, pubblicata in “Galleria”, n.6, ottobre-dicembre 1971, con una mia premessa critica. La stupefacente consacrazione gli venne da un intellettuale di sommo prestigio, Sebastiano Timpanaro a cui avevo mandato l’estratto. Lo studioso, in una lettera del 26 febbraio 1972, mi scrive tra l’altro: Io ho scarse letture di poesia contemporanea, e spesso non riesco a capire e ad apprezzare.Ma questa volta credo di aver capito tutto e sono rimasto ammirato:molto raramente, mi sembra, ho letto versi di questa forza: la rappresentazione, commossa e lucida al tempo stesso, di un dramma individuale che è, insieme, il dramma di una società. Tutto questo lei lo dice molto meglio di me nella Sua premessa critica: Le spetta il merito di avere scoperto un poeta vero e alto. Se ha occasione di vedere Vincenzo Guarna, vorrei che gli esprimesse la mia sincera ammirazione. Guarna andò giustamente fiero di questo straordinario riconoscimento e io sono stato felicissimo di essere stato il tramite di questo evento.
Perché nella vita di Guarna la lettera di Timpanaro ha assunto la forma e il valore di un evento. Le nostre conversazioni erano perlopiù dedicate ai libri che leggevamo, alle nostre attività intellettuali e a qualche piega segreta del cuore e della mente. Una cosa segretissima, ossessiva fu senza dubbio il progetto di scrivere un romanzo: nelle nostre passeggiate sul Lungomare di Soverato, verso sera, mi raccontava dettagliatamente la trama, persino alcune battute tra le più espressive. Ne sarebbe venuto un romanzo “sociale”, ampio e quasi ottocentesco nella sua struttura e dimensione. Di quel lungo romanzo non scrisse che alcune cartelle che io lessi ai tempi e credo, con molta approssimazione al vero, siano le pagine qui stampate col titolo Satriano 1936 e dintorni, e le altre apparse in altri due numeri di “Punto e a capo” qualche mese prima della sua inaspettata e dolorosissima scomparsa. A proposito di quest’altra incompiuta, una volta gli ho ricordato una riga di Concetto Marchesi, contenuta nella sua insuperata “Storia della letteratura latina”,a proposito dei Gracchi: nei loro frammenti c’è una malinconia di parole. Lui mi guardò perplesso e al tempo stesso compiaciuto per quella mia intuizione-citazione indovinata e immensamente affettuosa. Date alla mano, la produzione di Guarna si compendia in pochissimi anni. Poi le faccende scolastiche dirigenziali, le divagazioni politiche erratiche, la svogliatezza a credere fermamente nella letteratura collaborarono strettamente a fargli perdere la fiducia nel fare letterario. Sceglie il silenzio, la trascuranza, il rifiuto d’una fede che lo aveva sostenuto in forme speciali di destino. Ormai si nutre del cibo delle gazzette, di ogni tendenza e qualità. Esibisce una noncuranza per la letteratura e divora tutto quello che è cronaca, anche della più vieta quotidianità. Scrive qualche pagina di pettegolezzo paesano, anche se pervaso da risentita ironia e sarcasmo; costruisce un pezzo esilarante sul fenomeno Pecci dove appare tutta la sua nuova tendenza, con squarci di memoria letteraria alta e peregrina, a nobilitare la dissipazione d’una indole stravagante e ingovernabile di squisito letterato. Questa nutrizione farraginosa e talvolta sgradevole sortisce un effetto insperato e benefico: il ritorno alla scrittura in versi e alla scelta del genere satirico e epigrammatico. Negli Instant bic c’è tutta la sua delusione storica e civile. Come già l’ultimo Leopardi e l’ultimo Montale –i suoi dioscuri di sempre-avevano abbandonato i temi alti e le figure numinose della loro poesia per calarsi nell’informe groviglio della contemporaneità , non credendo più ormai alla funzione salvifica della poesia, al suo valore d’uso e non di scambio, coltivano l’estrema illusione del sarcasmo e dell’ironia, dell’irrisione amara di chi è sempre e comunque “renitente al fato”, nel momento in cui appare agli occhi disincantati e increduli il segnale d’una sorte irreversibile. Forse non è azzardato ipotizzare una altrettanto critica visione delle cose “occorrenti” ai tempi nostri che Guarna rifuta senza i conforti nelle “magnifiche sorti e progressive” e che Mario Luzi compendia supremamente nel sigillato verso “muore ignominiosamente la repubblica”. Non credo sia accaduto casualmente che nel tempo della sua delusione storica, Guarna sia tornato a un esercizio di critica letteraria scegliendo proprio l’ultimo Montale. Quello di Satura, appunto, dove confluiscono i tic più vistosi del poeta genovese e la pervicace affermazione di valori e significati dispersi e irrecuperabili: da qui la risentita insofferenza nei confronti degli idola dell’uomo-massa, di nomi e cognomi che costituiscono le costellazioni della società contemporanea e la rivendicazione affermata di una stella polare impossibile da decifrare nel bla bla e cicaleccio dei mass media, destinati a soppiantare il piacere della lettura di pagine di alta fattura, grimaldello di interpretazione delle cose del mondo, affidabile talismano del nostro, mai abbandonato,”noctes vigilare serenas”. A ben vedere, nell’analisi testuale e ideologica dell’estremo Montale sono rintracciabili gli indizi di una affinità di atteggiamento dell’intellettuale tradizionale –della più nobile tradizione- nei confronti dello “scialo” non “di triti fatti”, ma d’una civiltà intera, quella delle “belle maniere”, dell’autentica cultura, degli studia humanitatis, delle “cose senza compenso”, della coltivazione eletta di raffinata educazione. E’ stata una ripresa felice dell’autore di tutta una vita, persino nelle supreme e ultime convinzioni di assoluta inappartenenza e di solitudine. Il racconto biografico della persona speciale che fu Vincenzo Guarna esibisce la sua valigia leggera che contiene un necessaire ridotto al minimo, un “piccolo testamento” che ci lascia un’eredità grande di affetti e di signorilità singolare, perché “non con spiriti costretti tali incanti” (Ariosto) è possibile che accadano le cose che ti segnano una volta per sempre.

Antonio Barbuto

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