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Kill me please

Locandina del film Kill me please
Kill me please

Titolo originale: Kill me please
Genere: Commedia grottesca
Origine/Anno: Francia, Belgio – 2010
Regia: Olias Barco
Sceneggiatura: Olias Barco, Virgile Bramly, Stéphane Malandrin
Interpreti: Aurélien Recoing, Bouli Lanners, Virginie Efira, Benoît Poelvoorde, Virgile Bramly, Saul Rubinek, Zazie De Paris
Montaggio: Ewin Ryckaert
Fotografia: Frédéric Noirhomme
Giudizio: 7 ½

Trama: In una clinica esclusiva, ove si pratica il suicidio assistito, vengono accolti pazienti molto particolari, attentamente selezionati dal suo direttore. La comunità locale, indignata, esorcizza la clinica e stigmatizza le sue pratiche.

Recensione: Campo lungo su un edificio immerso nel candore di un paesaggio montano innevato. Quindi interno: un ufficio accogliente, due persone che dialogano. L’inquadratura è instabile, con continue oscillazioni della macchina a mano. L’immagine è molto luminosa, un bianco e nero che esalta le tonalità estreme. La luce s’irradia nel quadro e ne rende la composizione irreale, come sospesa nel tempo, nello spazio. È il luogo del non senso, la clinica dove si consumano gli ultimi momenti di chi ha deciso di farla finita, un posto quieto, sopito, anestetizzato. Luogo metaforico, al di là della vita ufficiale, al di fuori delle convenzioni, lontano dalla civiltà, ove l’unica testimonianza dell’esistenza delle istituzioni è data dalla presenza di un agente della guardia di finanza che indaga su possibili donazioni che il direttore della clinica, il dottor Krüger, si farebbe elargire dai suoi assistiti prima che questi affrontino il momento del trapasso.
Poi, all’improvviso, prende forma l’assurdo: la follia esplode dal nulla. Un evento inverosimile, un incendio inspiegabile: è la chiave di volta, il trionfo del grottesco! Il paradosso si reifica ed i pazienti dell’istituto, accorsi nella clinica per liberarsi dal peso di vivere, vengono inseguiti, braccati, minacciati da quella fine che hanno tanto cercato sino a quel momento e che adesso tentano disperatamente di evitare. La promessa di una dolce morte si trasforma in un incubo sanguinolento.
L’ordine è sovvertito, il paradigma è rovesciato, il culmine raggiunto: la cupa visione del mondo di Olias Barco domina sovrana! Così, nelle ultime ciniche, spietate ed al tempo stesso accorate battute del direttore della clinica, che sognava che il suicidio diventasse un diritto scritto sulla costituzione e che si uccide invece con lo stesso veleno che somministra ai suoi pazienti, si spiega che il tanto vituperato e boicottato nosocomio ha un sovvenzionamento governativo, svolge un ruolo pubblico riconosciuto, è finanziato per compensare il costo sociale del suicido: 850 mila dollari a persona, secondo uno studio canadese, per un milione di suicidi all’anno; i canadesi fanno studi sempre molto interessanti.
Il film lascia attoniti, sgomenti, con un susseguirsi di brutali fatti di sangue che sembrano inserirsi in un contesto di naturale, spontanea, coessenziale distruzione; una pacata mattanza che fa da pendant alla dolce morte. Un ossimoro prolungato, una dissonanza continua che accompagna lo spettatore dalle prime inquadrature fino alla surreale marsigliese finale.
La scrittura è graffiante, la storia irriverente, scorretta, dissacratoria, gli attori superlativi. Premiato al festival del cinema di Roma con il Marco Aurelio per il miglior film.

Gianfranco Raffaeli

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