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Sorelle Mai

Locandina del film Sorelle Mai
Sorelle Mai

Titolo originale: Sorelle Mai
Genere: Drammatico
Origine/Anno: Italia – 2010
Regia: Marco Bellocchio
Interpreti: Pier Giorgio Bellocchio, Elena Bellocchio, Donatella Finocchiaro, Letizia Bellocchio, Maria Luisa Bellocchio, Gianni Schicchi Gabrieli, Alba Rohrwacher, Valentina Bardi, Silvia Ferretti, Irene Baratta
Sceneggiatura: Marco Bellocchio
Montaggio: Francesca Calvelli
Fotografia: Marco Sgorbati, Giampaolo Conti (per l’episodio del 1999)
Musiche: Carlo Crivelli, Enrico Pesce
Scenografia: G. Maria Sforza Fogliani
Giudizio: 8

Trama: Le vicende di una famiglia del piacentino vengono raccontate attraverso vari passaggi che suggellano un incrocio di destini ed un alternarsi di mondi che faticano a compenetrarsi.

Recensione: Sorelle Mai. Un passaggio lento, sofferto, scandito da sei quadri che raccontano sei diversi momenti di una famiglia radicata in un paese termale del piacentino. Un trapasso generazionale che si realizza in un contesto pervaso da conflitti interiori, speranze frustrate, piccoli successi ed inesorabili passi indietro lungo un arco di tempo, dieci anni, che va dal 1999 al 2008.
La famiglia è quella di Marco Bellocchio, che pone al centro della scena i suoi affetti più cari (le sorelle Mai sono interpretate dalle sue vere sorelle, ma nel film compare, tra gli altri, anche il figlio), in una storia intima e personale, forse la più personale mai messa in scena dal regista, in cui questi torna a parlare dei complicati legami che regolano gli equilibri di quella cellula fondamentale della nostra società – la famiglia appunto – suo tema d’esordio nel bellissimo e dirompente “I pugni in tasca”.
Bellocchio racconta la vita dei suoi personaggi nelle fasi più critiche del loro cammino: l’inesorabile tramonto delle vecchie zie, ancora punto di riferimento per i nipoti, Sara e Giorgio, rimasti senza genitori; la ricerca confusa di una strada da seguire da parte di questi ultimi; il delicato passaggio dall’infanzia all’adolescenza della piccola Elena, figlia di Sara.
Il film si muove tra documento e narrazione, prosa e poesia: testimonianza di un passato nostalgicamente rievocato dai racconti delle zie e tangibilmente presente sullo schermo negli arredi della vecchia casa di famiglia e nei gioielli lasciati in eredità ai due nipoti, l’anello e la collana più volte chiamati in causa lungo il corso del racconto, e resoconto dell’ordinaria lotta per la ricerca di un proprio spazio. La continua tensione fra passato e presente, tradizione e cambiamento, tra il forte attaccamento alla terra d’origine e la volontà di superamento di questo legame per trovare finalmente una propria identità rappresentano i due livelli contrapposti, le due entità a confronto sulle quali è costruito l’equilibrio della storia.
La citazione iniziale di Cechov, sull’inutilità di una intera generazione di mediocri, tornerà nel corso del film come una sorta di monito al superamento della vacuità del proprio tempo e di spinta verso un divenire che non trova però una sua consistenza ed una propria dimensione.
L’incapacità di comunicare dei due nipoti, Sara e Giorgio, cifra spirituale del “nuovo” contrapposta all’armonia di un passato che si avvicina al crepuscolo ma che testimonia ancora di una sua intima grandezza, suggella la distanza fra due mondi lontani che si sfiorano ma non riescono a compenetrarsi a fondo.
Un gesto estremo e solenne segna – nel solco di una semplicità e di una naturalezza che ha il sapore dell’inesorabile – una pagina di poesia degna del miglior cinema. È la chiusa finale del film, il compimento del passaggio evocato all’inizio, la malinconica chiusura del cerchio.

Gianfranco Raffaeli

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