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Sic

C’era un ragazzo che andava forte. Fortissimo.
Accelerava, cercando di sorpassare la vita, di starle sempre un’incollatura davanti.
Simpatico, istrionico, “personaggio” per vocazione, Marco Simoncelli rappresentava la variabile impazzita del Moto GP.
Ancora non ai livelli di Rossi, ma già veloce come Rossi, simpatico come Rossi, indigesto per gli avversari proprio come Valentino.
Quella chioma alla Lenny Kravitz prima maniera, il cerotto sul naso, l’accento romagnolo e l’aria insofferente, del ragazzo che non vuole sentire la prof, vuole insegnare subito a tutti, come si corre e come si vive.
La vita di Marco Simoncelli è finita sotto la ruota di Edwards, una stupida domencia d’ottobre.
Una di quelle domeniche anonime che nelle logica di un anno non servono a niente.
Una di quelle domeniche inutili, balzata prepotentemente ai clamori della cronaca per la morte di Sic.
Mentre scrivo, mi viene in mente l’immagine scanzonata di una magrissima montagna di capelli che giocava alla WII con Juliana Moreira, magari provandoci nel backstage dello spot.
Mi vengono in mente quello sguardo stropicciato e la capacità di non prendersi sul serio, di andare forte, fortissimo, per non sentire la mediocrità della vita, per imporre uno stile diverso rispetto alla freddezza di Stoner o alla naturale antipatia di Lorenzo.
Oggi mi è difficile parlare di calcio, dopo la morte di uno straordinario atleta di 24 anni.
Un atleta che avrebbe regalato tantissime soddisfazioni all’Italia, pronto a raccogliere il testimone di Valentino.
Pronto a duellare con Dovizioso per cercare di mandare nella soffitta dei ricordi la rivalità tra Biaggi e Rossi.
La moto non è stata d’accordo e ha deciso di prendere una traiettoria anomala per trascinarlo verso la morte, tirandolo per i capelli .
Quei capelli che erano il suo simbolo, la criniera di questo giovane leone.
Quei capelli riversati sull’asfalto di una brutta cttà della Malesia, in cui tre anni prima si era laureato campione nella 250.
Mi è difficile parlare di calcio, dicevo.
Ci proverò in una frase: il Milan si impone a Lecce, nel giorno in cui anche l’Inter si riprende, la Juve stenta e l’Udinese si esalta.
È una frase stupida, come tutto ciò che ci circonda quando finisce una giovane vita.
Ti hanno spento il motore su questa terra, Sic, ma tu continua a correre.
Corri lassù e, quando vinci, esulta, inventa qualche gag, falli divertire insomma.
Corri come sai fare, da Dio, e magari quell’uomo con la barba che ti ha voluto lì, imitandoti, dirà: “Cacchio, vai forte, ragazzo!”

Antonio Soriero

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