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Concorso a Preside o a Dirigente Scolastico?

SCUOLA – In questi giorni si stanno tenendo le operazioni di correzione delle prove di preselezione al concorso per Dirigente scolastico bandito dal Miur in attuazione dell’art. 3  del DPR 10 luglio 2008, n. 140 per 2386 posti in tutta Italia. Sebbene il titolo che gli aspiranti matureranno in caso di esito positivo alla fine di tutte le prove (dopo la preselezione sono previste altre prove – scritte e orali), sarà quello di Dirigente Scolastico, nel linguaggio comune si usa ancora l’espressione Preside, come un tempo era chiamato colui a cui era affidato il compito di dirigere una scuola superiore (cd Capo d’Istituto). Infatti sino al 2001 c’erano i Direttori e i Presidi: ai primi veniva affidata la direzione delle scuole primarie e ai secondi di quelle superiori di primo o secondo grado. Dopo la legge sull’autonomia scolastica entrambe le figure hanno avuto l’attribuzione della qualifica dirigenziale e sono state accorpate in quella unica di Dirigente scolastico (DS). Si è trattata di una riforma che ha investito la funzione dirigenziale. Ed a proposito di riforme della scuola e più in generale riferita al personale con funzioni apicali (quindi non soltanto Dirigenti scolastici ma di tutto il personale che regge la scuola), ne ha trattato Fabio Guarna, in un articolo pubblicato recentemente sul Quotidiano della Calabria titolato: “Scuola, riforme di nomi e non di sostanza” e che a suo tempo abbiamo riportato su questo sito per un’altra occasione. L’argomento per essere fruibile anche ai non addetti lavori è trattato senza richiami normativi che comunque fondano la base del ragionamento. Scrive Guarna,  “si parla tanto della necessità di una riforma radicale della scuola. E non c’è Ministro che nel corso dei decenni non abbia tentato di realizzarla. Ottenendo com’è noto modesti risultati. Infatti chi si appresta a proporre cambiamenti ritiene che la trasformazione più importante da effettuare sia quella che riguarda l’assetto della scuola rivolgendo l’attenzione all’offerta formativa nel senso della esatta individuazione di profili professionali e tecnici capaci di preparare i giovani al mondo del lavoro. E’ senz’altro un punto di partenza corretto ma non tiene conto di quello che è tutto l’assetto burocratico dell’istituzione scolastica e soprattutto del personale che la regge: dai vertici dotati delle massime responsabilità a coloro che hanno minori incombenze. Infatti la vera riforma dovrebbe smantellare completamente gli attuali criteri di reclutamento che non tengono in assoluto conto delle professionalità necessarie per dirigere, gestire e portare avanti una istituzione scolastica con l’obiettivo di raggiungere risultati ragguardevoli. In realtà a questo si è pensato in passato ma le iniziative intraprese si sono limitate a riforme appena nominali. Si pensi alla stessa terminologia usata un tempo di bidello, applicato di segreteria, segretario, preside divenuti rispettivamente collaboratore scolastico, assistente amministrativo, direttore dei servizi generali e amministrativi e dirigente scolastico, per comprendere quanto sottesa a questa trasformazione ci fosse la volontà di dare nuove mansioni ai soggetti interessati alla luce del mutato quadro burocratico-amministrativo. Al cambiamento nominale però non è seguito completamente quello sostanziale. Infatti se proviamo a pensare ad altre istituzioni amministrative il cui modello organizzativo-burocratico nelle varie riforme scolastiche è stato “scimmiottato”, le figure apicali vengono reclutate tenendo nella massima considerazione il settore d’appartenenza. Così per farla breve, all’ufficio tecnico di un ente locale, il dirigente è un Ingegnere, ai servizi finanziari c’è un laureato in economia o con titolo di studio affine. E infine al massimo grado della burocrazia comunale ad esempio c’è il segretario  o direttore generale (secondo il livello) che per diventare tale deve partecipare ad un concorso per il quale è necessaria la laurea in giurisprudenza, economia ed altre equipollenti. Si tratta di dirigenti che hanno compiti ben specifici che richiedono dettagliate conoscenze come ad esempio la materia urbanistica, i bilanci comunali, la stipula di contratti di grosso valore, l’indizione di gare. Ebbene niente di tutto questo accade e se accade avviene per semplice caso nell’istituzione scolastica. Tanto da dover fare un vero plauso a coloro che riescono a reggere l’istituzione scolastica, i quali sono riusciti ad imparare sul campo quanto gli studi non gli hanno consentito. Quanti sono coloro che non hanno alcuna conoscenza giuridica derivante dagli studi? Basta pensare a coloro che hanno seguito percorsi professionali dalla scuola superiore all’università dove non era neanche lontanamente prevista una materia da sostenere come il diritto amministrativo o privato ed ora si trovano a dover districarsi nella matassa della burocrazia ministeriale fatta di circolari, leggine, sentenze ed atti.  Spesso capita che sul campo anche i “non giuristi” riescano a fare meglio degli avvocati ma si tratta di eccezioni che purtroppo confermano la regola. Pertanto sarebbe opportuno partire dal concetto che la scuola in quanto amministrazione dello stato è cambiata anche come organo amministrativo. Per tali ragioni se è corretto che all’interno dell’organizzazione scolastica operino figure dotate di conoscenze in campo pedagogico e formativo che un tempo erano sufficienti per fare andare avanti la scuola, oggi non ci si può non accorgere che dai più alti uffici dell’amministrazione scolastica, alla scuola più piccola è necessario dotarsi di personale che ha messo in conto quando ha intrapreso gli studi universitari che un giorno avrebbe avuto a che fare con norme, contratti, sentenze, ricorsi, etc. Diversamente dovremo consolarci con due aforismi, il primo tratto da un detto polare che dice: “nella scuola dell’esperienza si impara tutti giorni”, e l’altro di Oscar Wilde: “esperienza non è altro il nome che l’uomo dà ai suoi errori”. (Fabio Guarna)

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