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Sette opere di misericordia

Sette Opere di Misericordia - Manifesto del Film
Sette Opere di Misericordia

Titolo originale: Sette opere di misericordia
Genere: Drammatico
Origine/Anno: Italia – 2011
Regia: Gianluca e Massimiliano De Serio
Sceneggiatura: Gianluca e Massimiliano De Serio
Interpreti: Roberto Herlitzka, Olimpia Melinte, Ignazio Oliva, Stefano Cassetti, Cosmin Corniciuc
Montaggio: Stefano Cravero
Fotografia: Piero Basso
Scenografia: Giorgio Barullo
Costumi: Carola Fenocchio
Musiche: Plus
Giudizio: 7

Trama: Luminita, una giovane moldava, vuole scappare dalla baraccopoli in cui vive e, per farlo, ha bisogno di soldi e di una nuova identità. Pensa allora di rapire un bambino per conto di un trafficante implicato nel giro delle adozioni clandestine.

Recensione: Film dal taglio decisamente festivaliero (come già peraltro si capisce dai titoli di testa, che riportano i numerosi festival cui il film ha partecipato, da Torino a Locarno, nel quale ultimo è stato insignito del Premio Don Quijote e del Premio Giuria dei giovani), Sette opere di misericordia è un lavoro d’esordio che rappresenta sicuramente uno dei film italiani più interessanti degli ultimi tempi (insieme a Io sono Li, visto all’ultimo Festival del cinema di Venezia, anche questo tra le poche recenti belle sorprese del nostro cinema). Le sette opere di misericordia del titolo sono desunte dalla dottrina della Chiesa ed enunciate (quasi interamente) in un noto passaggio del Vangelo secondo Matteo (“… ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere …”, e via dicendo). Da qui, le sette opere di misericordia corporale suggerite dal messaggio cristiano ed anche i sette quadri in cui è suddiviso il film: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti. Sulla falsariga di ognuna di queste azioni, procede la narrazione e, con essa, la concreta messa in atto delle opere di misericordia, adattata, però, alle situazioni vissute dalla protagonista della storia, una giovane moldava ospite di un campo rom di una periferia degradata.
Ed allora, emergono tutte le contraddizioni tra il messaggio di speranza cristiano da un lato (ma la morale comportamentale sottesa alle “opere di misericordia” si sposa anche con una visione laica della vita: l’importanza di condividere ed alleviare le sofferenze del prossimo è questione su cui può dibattere un laico come un credente) ed una realtà disperata dall’altro (come immaginare di occuparsi degli altri quando si è vessati, sfruttati, si dorme al freddo e si vive senza futuro?). Così, il desiderio di un riscatto sociale e la legittima lotta per la sopravvivenza arrivano a giustificare anche i passaggi più discutibili della vicenda narrata, in cui si calpestano le vite degli altri senza il minimo rimorso apparendo come mostri. Sette opere di misericordia richiama molto da vicino, in questo suo contrasto tra le ragioni della fede (o comunque delle regole morali) e quelle della vita reale, il Decalogo di Kieslowski (somiglianza che si ritrova anche in parte nella sensibilità cinematografica e nello stile registico dei fratelli De Serio), senza peraltro con questo voler fare accostamenti sul valore artistico delle due opere. Anche qui il confronto tra l’astratta enunciazione della regola (sia esso comandamento od opera di misericordia) e la sua applicazione concreta deve fare i conti con le condizioni in cui viviamo, con gli ostacoli che ognuno di noi incontra nella vita di ogni giorno. Anche qui, come accade in alcuni episodi del Decalogo, qualcosa succede: dalla disperazione della protagonista, dalla sua sconfitta, dalla perdita della speranza, qualcosa ha origine ed il ciclo della vita guadagna un nuovo significato; un “senso” ritrovato affiora dalla sofferenza.
Il film è scandito grammaticalmente da piani fissi che ispirano pause riflessive e panoramiche lente che trasmettono una sensazione di smarrimento, con la macchina da presa che, nello spostamento da un punto all’altro dell’inquadratura, perde il fuoco per poi ritrovarlo quando arriva al suo oggetto finale: una regia molto curata ed attenta ai particolari, che procede per sottrazione (così per il pestaggio brutale di Luminita, in cui si vedono i colpi partire, si odono i lamenti della vittima, ma non si vive la drammaticità della violenza dei colpi che vanno a segno e delle ferite inferte al corpo che li subisce), che ricostruisce le storie personali dei personaggi da piccoli dettagli (così, dai due anelli sulla mano sinistra di Antonio – uno sull’anulare, l’altro sul mignolo – e da una foto invecchiata di una coppia di altri tempi appesa in casa si intuisce l’esistenza una moglie che ora non c’è più). La scrittura è asciutta, con dialoghi rarefatti, e può contare sugli sguardi intensi dei protagonisti (come quello del giovane Adrian che guarda in macchina dopo aver riaperto gli occhi, chiusi dal gesto di una mano di Luminita). Protagonisti che sono interpretati da un cast decisamente all’altezza della situazione: sopra tutti spicca Roberto Herlitzka, con le sue maschere di dolore e solitudine, che fanno da contrappunto alla narrazione e si inseriscono quasi come elemento scenografico all’interno della storia (un luogo nel luogo). Qualche calo di tensione qua e là; ma il film sostanzialmente convince.

Gianfranco Raffaeli