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Serie A – Leccellenza

Ti svegli la mattina del giorno della partita. Sai che dovrai difendere la porta del Lecce, contro l’Inter. La missione è proibitiva, non ti chiami né Buffon né Schmeichel (padre). Davanti non hai Baresi, ma neppure Chiellini. Dall’altra parte c’è Julio Cesar, il gatto nerazzurro, un monumento del calcio. In questi mesi hai dovuto battagliare per il posto con Julio Sergio, brasiliano e quasi omonimo del fenomeno interista, ma molto, molto meno forte. In tutto ciò tu sei Benassi, una vita in serie C e pochi ricordi di rilievo.
Decidi però che questa domenica sia la domenica perfetta. Da quella porta non deve passare nulla, hai abbassato la saracinesca, ci dispiace gente, scusa Milito, perdonalo Pazzini, ma oggi è tutto chiuso.
I corazzieri nerazzurri provano invano a far cedere il fortino che Oddo, Miglionico e Tomovic ti hanno aiutato a costruire. Ti impressioni, ti esalti per le tue capacità: voli, vai a terra in mezzo secondo, nella schiena sembri avere due molle. I tuoi tifosi sono in delirio, era dai tempi di Lorieri che non vedevano nulla di simile tra i pali. Dopo una vita calcisticamente minore, raggiungi “Leccellenza” e nulla è più come prima, sino a che l’arbitro non fischia. La delusione decora le facce degli uomini di Ranieri, mentre il sorriso di Giacomazzi attraversa anche la tua gioia personale che all’improvviso diventa condivisa. Una bella favola di gennaio, Benassi, che potrai raccontare per anni. Dopo sette vittorie di fila, l’Inter sbatte contro la tua voglia di essere finalmente qualcuno.
Era doveroso dedicare la prima parte del mio commento al fenomeno di giornata. Lui ha raggiunto “Leccellenza”, la vittoria della sua squadra ha rappresentato invece “Leccezione” rispetto a un campionato condotto sinora da sparring partner. Il Lecce è sceso nel ring da ieri e la battaglia per non retrocedere si fa esaltante.
Per lo scudetto sembra una corsa a due. La Juve eroica di Conte ha la meglio anche sull’Udinese, dopo una partita sulla neve in stile “Old Firm”, quando i giocatori del Celtic sputano l’anima pur di non darla vinta a quelli dei Rangers. A Torino rinasce Matri, stimolato dalla concorrenza di Borriello e dalle valutazioni pessime di tutti gli addetti ai lavori a seguito delle sue ultime prestazioni. Il secondo goal è un gran goal, da attaccante di peso che difende bene il pallone e trafigge Handanovic con un palla che i portieri odiano, apparentemente lenta, bassa e angolatissima.
L’Udinese dimostra comunque di essere una squadra molto forte che ha in Di Natale e Armero due giocatori da primissima fascia.
Sempre a un punto, come prima più di prima, c’è il Milan di Ibra. Non è più un oltraggio paragonare lo svedese a Van Basten. Sono anni difficili, in cui tutto viene messo in discussione. C’è chi dice che Messi sia più forte di Maradona, allora perché non provare a dire che Ibra sia più forte di Van Basten? Forse perché Marco decideva le partite di Coppa Campioni. Però questo Ibrahimovic è parente stretto della perfezione. La punizione del primo goal al Cagliari ricorda quelle di Zola, solo che Zlatan calza un “46”. Lo stop di petto per l’assist a Nocerino è un numero da free style parigino. In genere i ragazzi fanno quelle cose con il pallone nei lunghi pomeriggi delle banlieue. Ibra le fa in campo.
Se vogliamo concludere la nostra chiacchierata del lunedì parlando di grandi gesti tecnici, dobbiamo fermarci alla stazione di Genova. Preziosi sta facendo sul serio e a gennaio ha deciso di regalare a Palacio Gilardino come partner d’attacco. L’argentino ha ringraziato il presidente a modo suo, con un “golazo latino”, di quelli con l’anima. Ci vuole tutta l’incoscienza e la spavalderia di un irriverente sudamericano per provare quel tiro “ad ascensore”. Un calcio perfetto, un’idea folle, un sogno realizzato. Dopo quel colpo i compagni rimangono un secondo increduli. Ha fermato il tempo e regalato emozioni, come uno splendido assolo di bandoneón.

Antonio Soriero