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Le bolle di sapone…

Da piccolissimi, molti di voi avranno giocato con le bolle di sapone.
I bambini di oggi giocano con la “Playstation Vita”. È davvero cambiato tutto.
Le bolle di sapone erano belle perché ti ponevano difronte a una sfida contro il nulla. Si doveva cercare di dare forma al nulla, soffiando in un cerchietto di plastica per gonfiare, per pochi fuggevoli secondi, una patina di sapone e acqua. Saponaccio, di quello di risulta, uno scarto di detersivo. E acqua delle fontane di paese. A Catanzaro per strada c’erano poche fontanelle, quindi da piccolo mi disperavo perché finiva l’acqua e addio bolle…..
Le bolle di sapone, sin da allora, mi davano un senso di gioia e frustrazione perché imponevano ai miei occhi la “caducità dell’effimero” (certamente non avrei potuto usare tale definizione a cinque anni, però la sensazione era quella, giuro).
Tornavo a casa contento, ma anche frastornato dal transitare rapido e vano del sapone nell’aria.
Oggi mi annoio più di allora, direi per parafrasare il Molleggiato, ma una sensazione mi pervade, dopo aver visto la Juve sabato sera.
Che la Vecchia Signora di quest’anno sia una bolla di sapone?
Forse… Non certo però per colpa di Conte, che si danna per dare un impianto a una squadra tecnicamente fragile.
Allora perché stavolta, ancor più che all’esito dell’ultimo incontro con il Milan, si ha la sensazione che la bolla stia svanendo, scoppiata tra questi primi capricci di primavera?
Forse per la netta, dirompente, superiorità dei rossoneri che hanno in Ibrahimovic un marziano d’attacco e in Thiago Silva un sovrano della difesa?
O per l’impalpabile reparto offensivo juventino, che non è da scudetto, ma probabilmente neanche da Champions?
Il prestigiatore di Lecce saprà ancora stupirci, magari scovando dalla soffitta il buon Elia o è davvero finita qui?
Non saprei….
Intanto là davanti il Milan va fortissimo, Ibrahimovic regala ai suoi tifosi una prestazione che costringe all’accostamento con Van Basten. Sarebbe irrispettoso, a questo punto, non farlo. Il nasone di Malmoe a Palermo è immarcabile, nessuno, neanche il temerario Migliaccio, osa porsi al suo cospetto (temendo forse di fare la fine dello sventurato compagno di nazionale di Zlatan, reo di trovarsi sul percorso del carrarmato: legamenti rotti.)
Con Ibrahimovic è quasi impossibile non vincere lo scudetto, lo sanno anche a Torino. Se il Milan continua così, a Conte resterà la soddisfazione di averci provato fino in fondo, sempre se la sua squadra sarà in grado di seguirlo.
Subito dietro le due sorellastre si insinua l’ottima Lazio di Reja, osannato naturalmente oggi come un idolo dalla tifoseria biancoceleste, la stessa che gli dava dell’incompetente fino a otto giorni fa. È il calcio, Reja lo sa. La Roma è affascinante, ma acerba, come l’ultima valletta di Sanremo. La Lazio è più una Belen, più smaliziata e consapevole della propria bellezza.
Dietro continua a far parlare di sé il Lecce, che non molla affatto. Combatte con le unghie e con i denti, fedele allo spirito di Serse (no, non il semplice re di Persia, proprio Cosmi!). Quasi ingabbia il Grifone, solo sul finale viene beffato da una deviazione fortuita su colpo malandrino di Sculli.
Da sottolineare, per i salentini, la prestazione di Muriel (un piccolo Rooney grezzo) e la punizione alla Ronald Koeman di Brivio. Fino ad oggi, nominando quel cognome, ai più accaniti collezionisti delle figurine Panini sarebbe venuto in mente lo storico portiere del Vicenza. Adesso c’è anche Davide.

Antonio Soriero