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I remi in Barça

Desta impressione l’eliminazione del Barcellona. È la morte di Achille nel calcio.
Il tallone dei blaugrana è l’incapacità di giocare contro un “catenaccio” organizzato, specie nelle serate in cui Leo Messi fa flop.
Barcellona, Catalunya. Una macchina da gioco logora prova con velleitari pallonetti a sorprendere l’organizzatissima retroguardia londinese, imperniata sul lavoro straordinario di Frank Lampard, incursore di lusso riadattato a stopper a seguito dell’espulsione di Terry.
Il Barcellona segna due goal, ma non arriva al terzo, quello della qualificazione, per colpa dell’errore di Messi dal dischetto.
Messi tira forte, alto, alla sinistra del portiere. Un tiro che rispetta la bravura di Čech. Ma è una conclusione impaurita, di quelle lasciate partire senza guardare la porta, con la faccia del terrore che fissa il terreno di gioco. Il pallone si infrange così contro la traversa e anche le speranze del Barça sbattono contro l’orgoglio dei Blues, l’incoscienza di Di Matteo e l’anima madridista di Fernando Torres, che mata alla Dominguìn il povero toro blaugrana. Minuto 91 sul cronometro, El Niño non è in fuorigioco, perché raccoglie la sfera prima del centrocampo. Si invola, Mascherano prova a inseguirlo come un cavallo sfinito al Palio di Siena. Torres non segna da mesi, guarda Valdés, sposta la palla verso la sua destra, Valdés è ormai un ricordo, porta vuota, goal. 2-2.Esultanza selvaggia al Camp Nou.
Delirio di Torres, tragedia catalana.
Spagna, 700 chilometri circa più a sinistra, guardando qualsiasi mappa. Stadio “Santiago Bernabeu”, un nome che porta con sé solo brividi, nove Coppe dei Campioni. 2-1 a Monaco. La serata perfetta per vincere. Una di quelle serate che Mourinho non sbaglia. Subito in vantaggio per 2-0, ma i bavaresi non mollano. Brutti clienti Schweinsteiger, Lahm, “Scarface” Ribery, Robben, Gomez: il Bayern è un instancabile mostro a cinque teste. Colpito due volte, si rialza con fierezza. Arriva il 2-1 dal dischetto di quell’olandese con la maglia stretta. Passano i minuti, sono 90. L’olandese con la maglia stretta riesce a dare una palla d’oro a Gomez. Il bomber decide inspiegabilmente di non metterla dentro. Altri 30 minuti di supplementari inutili, poi i rigori. Neuer diventa gigantesco, Casillas prova a rispondergli. Sergio Ramos la spara alla Baresi nel ’94. Finisce tutto. Mourinho in ginocchio.
La Champions si rivela, ancora una volta, una competizione imprevedibile. La finale sarà Bayern-Chelsea. Le spagnole, i titani del calcio, escono malamente, calpestate da scuole calcistiche che basano il loro gioco sulla gagliardia fisica, sull’esuberanza atletica e la vigoria.
Tanti saluti al “tique-taque”, all’esasperazione da vincente a tutti i costi di Mourinho. Il Bayern soprattutto dimostra di non essere per nulla inferiore alle due formazioni iberiche. Il Chelsea è eroico. Andrà a Monaco senza la difesa titolare, aggrappato ai sogni di Di Matteo e alla voglia di Drogba di sentirsi giovane.
In Italia si viaggia a vista, le due in testa mantengono inalterato il distacco. La battaglia per il terzo posto si rianima grazie alla sorprendente vittoria dell’Inter a Udine e alla resurrezione del Napoli di Mazzarri a Lecce.
La Lazio perde contro il Novara. Al di là delle assenze, questa sconfitta è ingiustificabile, gravissima. I biancocelesti stanno buttando via una qualificazione. Non è stata una buona idea lasciar partire Cissé. L’attacco senza Klose è asfittico quasi quanto quello della Juve. Reja non può però disporre di Marchisio Vidal e Pirlo.
In realtà, a dirla tutta, ogni tanto gli attaccanti della Juve decidono di tirare fuori un po’ di orgoglio. Come un giovanotto di Napoli, molto noto soprattutto per essere stato con Belen prima di Corona e del ballerino (le vicende amorose della bella argentina monopolizzano l’informazione italiana. Tutto ha un senso).
Insomma l’ex di Belen viene mandato in campo da Conte a Cesena per cercare di buttarla dentro. Non servono grosse finezze alla Vucinic o l’inadeguatezza di Matri. Serve qualcuno che la piazzi in porta. Borriello calcia al volo una palla che scende “a campanile” in area. La mette nell’angolino alla destra di Antonioli. Esulta per liberarsi dai fantasmi del passato, da un’astinenza di marcature divenuta imbarazzante, da Belen, da tutto.
Come Lazzari a Roma: alzati ed esulta.

Antonio Soriero