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Satriano, 11 settembre – ricordando Joe Riverso

lapide Joe Riverso a Ground Zero

SATRIANO – Sono trascorsi 11 anni dalla morte di Joe Riverso, da quando i kamikaze di Bin Laden alla guida degli aerei dirottati si lanciarono contro le Twin Towers, cambiando la storia del mondo. Anche la città di Satriano, di cui era originario, piange Joe e, l’amministrazione comunale, a prova del sentimento e dell’affetto nutrito verso quel ragazzone così tragicamente scomparso, per cristallizzarne il ricordo gli ha dedicato una via. Lo ha fatto nel mese di marzo 2012 e il Sindaco Michele Drosi, ricorda l’evento con in mano la lettera che Teresina Zangari Riverso, mamma di Joe inviò all’amministrazione comunale di Satriano per esprimere profonda gratitudine per l’iniziativa. “La via – spiega Drosi – è quella davanti la casa della nonna materna dove è nata la mamma di Joe. L’intitolazione è avvenuta una mattina di domenica, durante la quale, moltissime persone hanno partecipato all’importante iniziativa a memoria di Joe, un giovanottone dedito al lavoro e alla famiglia e molto disponibile con gli amici. Un ragazzo – prosegue il sindaco – che amava lo sport e non disdegnava di continuare a lavorare dopo aver concluso la sua giornata come operatore finanziario per non far mancare niente alla sua bambina. Abbiamo fatto bene – conclude Drosi a intitolare una via al povero Joe per non dimenticarlo mai, ricordandolo sempre come egli avrebbe voluto”. Nel ricordare Joe quest’anno riportiamo la lettera che abbiamo ricevuto da Antonio R. Riverso (per gli amici Tonino Riverso), satrianese doc e architetto noto nel mondo, parente e molto legato a Joe. Tonino Riverso insieme al suo ricordo di Joe ci ha trasmesso anche una foto in cui si vede il nome di Joe inciso su una lastra continua di bronzo a ground zero. (Fabio Guarna) –  Di seguito la lettera di Tonino Riverso – Aveva 10 anni quando venne in Italia, a Satriano. Era nato a White Plains, poco a nord di New York, da papà Domenico e mamma Teresa. Andammo spesso assieme al mare di Soverato.Aveva 34 anni quando la malvagia stupidità di uomini folli ha abbattuto due torri simbolo di New York e con esse migliaia di vita umane. Oggi una torre sola, la Freedom Tower di Daniel Libeskind e David Childs, si eleva verso il cielo con andamento asimmetrico rispetto alla vista dei visitatori. Due fosse, quadrate incise nel terreno, ricordano ove più o meno sedevano le torri. In queste fosse l’acqua scende lungo le pareti di un davanzale, ad altezza d’uomo (tal che ci si può appoggiare con i gomiti) una lastra continua di bronzo porta inciso tutti i nomi, di cui molti di origine italiana. Quell’acqua cade, si riserva vien voglia di dire, in un’altra fossa centrale ove non si intravede il fondo. Già, quel fondo di quella terra ove per giorni giacevano i corpi esanimi, misti agli acciai del grattacielo. Joe lavorava come broker nella società Cantor Fitzgerald nella torre Nord che dal 101 al 105 piano ospitava  quel giorno altri 657 suoi colleghi. Tutti morti forse ancor prima che la Torre crollasse per le terre. Abbiamo poggiato le mani sul suo nome, mia moglie ed io, quasi per accarezzare quell’omone di bambino che era rimasto sempre in lui. Perché ricordasse i tempi, 40 anni fa, quando, abitando al piano superiore, scendevamo a prendere il caffè con Domenico e Teresa. Perché ricordasse la sua visita a Satriano nel 77 e quella enorme steak mangiata  nella Back Yard di suo padre, l’ultima volta che l’abbiamo visto ed abbracciato. Era il 1997.  Oggi ci piace ricordarlo sorridente, con quella sua grande voglia di giocare, persino di scherzare infinitamente. Giocare. Giocare. Nonostante il suo lavoro impegnativo, presso la società di investimenti New York, amava tanto il football che si era dato a far da allenatore (ora che si era appesantito) della sua Stepinac High School, nella contea del Westchester, che lo ricorda con un monumento eretto alla base della diga di Walahalla, dedicato a Joe e altri cittadini della contea, mentre il suo Liceo gli ha titolato un Memorial che da allora si tiene ogni anno. Joe non doveva di morire, come non lo meritavano tutti gli altri mille e mille e mille. Era uno splendido figlio, fratello, padre. Un amico speciale. Un bel sorriso ed un grande entusiasmo per la vita. Così scrisse Maria, sua sorella, che con poche parole ricorda Joe nel drammatico album delle persone libere ed incolpevoli uccise dall’odio di Al-Qaeda. (Antonio R. Riverso)