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È stato il figlio di Daniele Ciprì

Locandina del film È stato il figlio di Daniele Ciprì
È stato il figlio di Daniele Ciprì

Titolo originale: È stato il figlio
Genere: Commedia grottesca/Drammatico
Origine/Anno: Italia – 2011
Regia: Daniele Ciprì
Sceneggiatura: Daniele Ciprì, Massimo Gaudioso,
Miriam Rizzo
Interpreti: Toni Servillo, Giselda Volodi, Fabrizio
Falco, Aurora Quattrocchi, Benedetto Raneli,
Piero Misuraca
Montaggio: Francesca Calvelli
Fotografia: Daniele Ciprì
Scenografia: Marco Dentici
Costumi: Grazia Colombini
Musiche: Carlo Crivelli
Giudizio: 7

Trama: Nicola, un operaio che mantiene la famiglia, di sei persone, col suo solo stipendio ed arrotonda come può, riceve un cospicuo risarcimento a causa di un agguato mafioso in cui rimane uccisa, per errore, la giovane figlia. Decide di spendere quei soldi per acquistare una Mercedes.

Recensione: Costantemente declinato sulle corde del grottesco, in pieno stile Ciprì (e Maresco, se si ripensa ai vari lungometraggi realizzati dal primo in coppia con quest’ultimo – tra gli altri: Lo zio di Brooklyn, Totò che visse due volte e Il ritorno di Cagliostro), calato in una luce abbacinante e surreale caratteristica del regista, sceneggiatore e direttore della fotografia palermitano e, soprattutto, sferzante come di consueto, È stato il figlio è sicuramente uno dei film più attesi, dagli amanti del genere e non, tra quelli presentati in concorso all’ultimo Festival del cinema di Venezia – ove, peraltro, ha vinto l’Osella per il miglior contributo tecnico (conferita a Daniele Ciprì, appunto) ed il Premio Mastroianni per il miglior attore emergente (assegnato a Fabrizio Falco, premiato, oltre che per È stato il figlio, anche per la sua partecipazione a Bella addormentata di Marco Bellocchio).
Il film è ambientato in un contesto di cupo degrado metropolitano (una sorta di quinta naturale che fa da sfondo ideale per la rappresentazione che vi si tiene), in cui storie di ordinaria mediocrità si mescolano al trionfo del mito consumistico (rappresentato qui da un oggetto del desiderio proibito e chimerico, quanto fantasticato); gli echi di una mafia onnipresente (nonché accettata e rispettata dalla gente del posto) fanno da contraltare a vicende surreali e personaggi eccentrici.
L’obiettivo della macchina da presa è impietoso nell’analizzare il dramma di una famiglia proletaria di una Palermo diseredata che improvvisamente si trova di fronte, sebbene pagando un prezzo assai alto, la possibilità di respirare un po’ di benessere e di scrollarsi di dosso la perenne condizione di assoluta indigenza, di una vita in cui si tira avanti giorno per giorno e si arrotonda con i più improbabili espedienti. Dal fondo della miseria più nera, però, non prevale la ragionevolezza, e prende forma, invece, un sogno di grandezza, un desiderio di riscatto sociale e di esibizione, dopo tanto arrabattarsi, di status symbol; una sconsiderata, compulsiva, morbosa attrazione verso l’emblema del successo sociale, la rappresentazione icastica della prosperità, che offusca a tal punto la capacità di pensiero da condurre alla negazione delle reali necessità, alla perdita di senso, alla rinuncia alla dignità (il baratto che vede, su un piatto della bilancia, la conquista dell’oggetto del desiderio impone, sull’altro, si diceva prima, lo scotto di un prezzo elevatissimo).
La storia è impreziosita da un impeccabile cast su cui svetta un Toni Servillo in forma strepitosa, che con le sue invettive ed i suoi guizzi e lazzi macchiettistici già da solo varrebbe la visione del film. La macchina da presa si muove giocando tra le simmetrie di una tromba delle scale ripresa dal basso (o delle inquadrature di goffi bagnanti a gruppi di tre, in una assolata giornata estiva senz’acqua, che strizzano l’occhio ai leoni in sequenza dei film di Ejzenštejn) e gli effetti, sull’inquadratura, di un enorme tubo che pare essere un grande mascherino tondo, e che ricorda certe dissolvenze del cinema delle origini, o del passaggio di un treno (sempre nei momenti topici dello svelamento delle condizioni usuraie di un prestito poste da uno strozzino) che ricorda lo scorrere di una pellicola. Il film procede sicuro, evocando ora la fiaba ora il musical (così nelle battute iniziali) e passando con estrema fluidità dal registro farsesco al dramma.
Il recupero della coscienza della propria condizione ed il brusco ritorno alla realtà, nel finale, portano con sé una dolorosa consapevolezza: la vita di un congiunto non vale quanto un pezzo di pane, quando si ha fame, e la dignità può essere barattata con una mera promessa di sopravvivenza.

Gianfranco Raffaeli