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Caso Sallusti e codice Rocco

Si è molto parlato e si continua a farlo nel nostro Paese dopo il caso Sallusti sulle norme che impedirebbero l’esercizio della libertà di parola nel nostro ordinamento, bollate come antico retaggio fascista. Norme di cui i primi a farne le conseguenze sono coloro che si occupano per mestiere di fare informazione, ovvero i giornalisti. Nel dibattito che si è aperto però devo osservare è stato spesso presentato il codice penale vigente, ovvero il codice Rocco nato nel 1930, come una raccolta di norme che risente – soprattutto nella parte riguardante i delitti contro l’onore entro cui è compreso il delitto di diffamazione – dell’antico impianto fascista (nel senso di totalitario) del codice penale. Messa da parte la circostanza, non irrilevante, che il cumulo di pene (detentiva e pecuniaria) nel delitto in questione arriva nel 1948 in quanto Rocco l’aveva escluso, la problematica rilancia una questione che a distanza di tanti anni merita di essere trattata con più chiarezza. E’ vero che il codice penale nato nel ventennio era un codice fascista o invece che, a guardare bene, non era poi così diverso rispetto al previgente codice Zanardelli di carattere liberale che sostituì? A farci sostenere la continuità fra legislazione liberale e fascista non è solo il codice penale ma tante altre norme nate sotto il ventennio. Siffatta tesi porta anche a considerazioni di natura politica e ideologica che pur non condividendo forse perché troppo semplicistiche prestano il fianco a chi sostiene che in realtà il fascismo non fu altro che l’ultimo tentativo di sopravvivere dello stato liberale ormai sull’orlo del fallimento che lo costrinse a trasformarsi in totalitario. Non è la sede per analizzare tale assunto che merita uno studio della società italiana dell’epoca e delle varie classi dominanti ma l’accenno è utile anche per capire e temere al tempo stesso, che un capitalismo in crisi che paventa la sua fine potrebbe riportarci a periodi già sperimentati in passato. Ma torniamo alla domanda con cui si sono aperte le nostre considerazioni. Il codice Rocco era un codice fascista? Mi faccio forte di una risposta ricevuta sul Corriere della Sera tanti anni che mi diede Indro Montanelli. In quell’occasione il dubbio in questione non riguardava la parte relativa ai delitti contro l’onore ma un’altra che sin dalla sua nascita non aveva avuto sino a quel momento alcuna applicazione (correva l’anno 1998) ovvero quella relativa al titolo VIII del codice penale (delitti contro l’economia pubblica). La tecnica con cui sono state redatte le norme in questione infatti presentano delle caratteristiche (cd gigantismo) che non è qui la sede per spiegare, che di fatto le rendono difficilmente applicabili e per l’epoca in cui nacquero sicuramente inapplicabili. Forse furono inserite per un fatto simbolico, perché lo Stato fascista, voleva solo dare l’impressione di  volere intervenire nell’economia pubblica in ciò distinguendosi dallo Stato liberale che lo aveva preceduto, ma senza realmente pensare di farlo. Estraggo della lunga risposta di Montanelli una parte che ritengo utile sul tema in questione in cui si legge: “sia sotto il fascismo che dopo ho sempre sentito dire – e non soltanto da fascisti o ex fascisti, ma anche da fior di antifascisti quali furono, tra i miei professori, Calamandrei e Finzi – che quella di Rocco fu una eccellente riforma del codice, e non certo in senso totalitario. Sicché  non mi stupirei se, come tu sospetti, la parte relativa al “delitto contro l’economia pubblica” fosse stata artatamente ingigantita e ingarbugliata da Rocco in modo da renderla, nella pratica, inapplicabile. Questi erano stratagemmi a cui, sotto il fascismo, si ricorreva di frequente, e non si e’ mai capito se il duce non se ne accorgeva, o fingeva di non accorgersene”.  Tornando adesso all’occasione data per scrivere questa riflessione, ovvero “il caso Sallusti”, credo che auspicare una riforma del delitto di diffamazione evitando il carcere ai giornalisti è comprensibile ma giustificarlo col fatto che l’attuale normativa è espressione di uno Stato totalitario è un po’ troppo. Il nostro codice penale sin dal fascismo non ha mai rinunciato al principio di legalità formale (nulla poena sine lege) che ne contraddistingue l’azione ed è ancorato alla difesa del bene giuridico, mentre nella Germania Nazista era considerato reato “ogni fatto contrario al sano sentimento del popolo” meglio espresso nel principio secondo il quale “deve essere punito chi commette un’azione che la legge dichiara espressamente punibile”, ma anche chi “merita punizione secondo il pensiero fondamentale di una legge penale e secondo il sano sentimento del popolo”  mentre nel codice penale russo del 1926 era considerato un illecito penale ciò che si dimostrava offensivo del “regime sovietico e dell’ordine giuridico instaurato dal governo degli operai e contadini”. Una premessa della parte generale dei codici in questione sufficiente per non approfondire le singole fattispecie penali.  Chiusa la questione se il delitto di diffamazione previsto in Italia ha origini illiberali è anche giusto rilevare che qualche modifica esso la merita,  potrebbero essere previste – per fare un esempio – delle misure per evitare la querela facile, come ad esempio, la possibilità di introdurre delle sanzioni a chi denunciando un giornalista scopra di avere avuto torto, o meglio che il giornalista ha fatto il suo dovere.  Un po’ di deterrenza per i querelanti eviterebbe il rischio di autocensura di cui è vittima soprattutto chi appartiene al “proletariato giornalistico”. (Il Quotidiano Cal. – Fabio Guarna)