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Killer Joe di William Friedkin

Killer Joe - Poster del film
Killer Joe di William Friedkin

Titolo originale: Killer Joe
Genere: Commedia, Drammatico
Origine/Anno: USA – 2011
Regia: William Friedkin
Sceneggiatura: Tracy Letts
Interpreti: Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Juno Temple, Thomas Haden Church, Gina Gershon, Marc Macaulay, Graylen Banks, Carol
Sutton, Danny Epper, Jeff Galpin
Montaggio: Darrin Navarro
Fotografia: Caleb Deschanel
Scenografia: Franco-Giacomo Carbone
Costumi: Peggy A. Schnitzer
Musiche: Tyler Bates
Giudizio: 8 ½

Trama: Chris fa il pusher e deve seimila dollari al suo fornitore. Decide allora, con la complicità del padre, di uccidere la madre, divorziata da tempo da quest’ultimo, per riscuotere i soldi di una polizza sulla vita che questa aveva stipulato. I due si affidano ad un detective della polizia che “arrotonda” facendo il killer.

Recensione: Cinico ed ironico, caustico e graffiante, l’ultimo lavoro di Friedkin (regista de “L’esorcista” e “Il braccio violento della legge”) demolisce, con una forza dirompente, ogni residua visione edificante del vivere comune e travolge, nel suo cammino inarrestabile, qualunque accezione positiva ancora vi fosse del concetto di famiglia e del significato di gruppo sociale. Come una sorta di tsunami in fotogrammi, Killer Joe non risparmia nulla e riduce il sogno americano ad un cumulo di macerie.
Il film, fin dalle prime inquadrature immerse in toni cupi e plumbei, con una pioggia costante che restituisce un paesaggio ostile ed avverso, ci proietta in una realtà svuotata da contenuti di ogni sorta, senza umanità e priva di senso: il passaggio quasi compulsivo da una birra all’altra e l’uso frequente di droghe rivelano un bisogno costante di anestetizzarsi, di fuggire da un reale abbrutito e da atmosfere oramai divenute irrespirabili. L’aridità interiore dei personaggi, la totale mancanza di sentimenti nelle loro vite è uno dei temi di fondo del film: l’unica che pare provarne e che crede ancora in un “amore puro” e platonico, Dottie, è infatti paradossalmente una sorta di “minorata” che vive in un mondo tutto suo. Anche l’attaccamento di protagonista ed antagonista nei confronti di quest’ultima assume la forma di una concezione proprietaria dell’altro. Chris vuole portare con sé la sorella per proteggerla, ma il suo insistito vietare a Joe di avere con lei una relazione rende palese come in realtà il fratello ne faccia più che altro una questione di onore. Joe dice di amare Dottie, ma la pretende come caparra per la prestazione di un servizio che ha reso, reificandone e mercificandone la figura.
Il registro prescelto è quello del noir, declinato, peraltro, in chiave ironica e con cospicue venature grottesche. Così, il racconto filmico passa attraverso scene cruente di nasi rotti e calci in faccia, rievocando però, alla vista del sangue, lo sguardo stupito ma distaccato, leggero e disincantato, di una pellicola dei Coen. Un pestaggio pare la naturale e quasi rassicurante conseguenza di un mancato pagamento e viene vissuto in una sorta di semi-assopimento (come avviene per i personaggi del film con quello di Chris: dopo un primo momento di apprensione alla vista della maschera di sangue che ne ricopre il volto, tutti vanno a dormire tranquilli). Lo spettatore pare vivere la stessa sensazione di narcosi progressiva, di crescente assuefazione di fronte alla brutalità che prende corpo, all’aridità che si materializza.
La vicenda narrata è incentrata sulla storia di una famiglia che cerca di riscuotere l’indennizzo previsto da una polizza assicurativa; ma tutti tramano contro tutti. La disgregazione della cellula famigliare, scardinata al suo interno da una forza centripeta che spinge i vari elementi che ne fanno parte in direzioni differenti, è tangibile quanto inesorabile; ed altrettanto può dirsi, allargando lo sguardo, dell’intero tessuto sociale americano, della società come gruppo coeso e solidale (termini, entrambi, che sembrano del tutto scomparsi dal vocabolario di Friedkin). L’individualismo è eretto a feticcio del vivere contemporaneo; l’egocentrismo è imperante, in un contesto dominato da una concezione debordante della propria individualità, incentrata unicamente sul culto dei bisogni personali. La società dei consumi e del libero mercato, pare volerci dire il film, ha trasformato l’uomo in una monade solipsistica alla continua ricerca di danaro per coltivare il proprio edonismo e soddisfare la crescente necessità di anestetizzarsi. La negazione dell’idea dell’altro da sé, il tradirsi a vicenda passando al di sopra dei legami famigliari e di quelli affettivi non sono altro che il corollario di una situazione che viene presentata come naturale quanto irreversibile. Il concetto di uomo che è lupo all’uomo (ma, verrebbe da dire, di padre che è lupo al figlio, e di figlio che è lupo alla madre) è elevato a summa del momento storico e del contesto sociale in cui viviamo. E le conclusioni non possono che essere sconfortanti.
Il finale del film, in un crescendo parossistico che vede il realizzarsi di quanto abbondantemente preannunciato durante il corso della narrazione, non fa che andare in direzione di un inevitabile perpetuarsi (e, se mai, aggravarsi) dell’esistente, ponendo le basi perché il ciclo si ripeta e l’orrore si rinnovi in una apocalittica deriva totale.

Gianfranco Raffaeli