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La sposa promessa di Rama Burshtein

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La Sposa Promessa

Titolo originale: Lemale et ha’halal
Genere: Drammatico
Origine/Anno: Israele – 2012
Regia: Rama Burshtein
Sceneggiatura: Rama Burshtein
Interpreti: Hadas Yaron, Yiftach Klein, Irit Sheleg, Chaim Sharir
Montaggio: Sharon Elovic
Fotografia: Asaf Sudri
Scenografia: Ori Aminov
Costumi: Chani Gurewitz
Musiche: Yitzhak Azulay
Giudizio: 6

Trama: Yohai vive in una comunità ebraica ortodossa ed è sposato con Esther, incinta al nono mese. Quando questa muore di parto, la madre di lei cerca di far sposare il genero con la figlia più giovane, la diciottenne Shira, già promessa ad un altro membro della comunità che però ha improvvisamente rinunciato al fidanzamento.

Recensione: Attraverso una descrizione minuziosa dei rituali tipici di una comunità ebraica ortodossa, Rama Burshtein ci immerge, fin dalle prime inquadrature, in un mondo in cui gli individui appaiono schiacciati dalle convenzioni sociali e mossi unicamente dal sentimento religioso e dal senso del dovere. E dove, almeno all’apparenza, non c’è spazio per coltivare sogni, per dar libero sfogo ai propri sentimenti, per vivere una vita autentica (in uno degli incontri combinati dai genitori con un potenziale fidanzato, alla domanda su che tipo di casa volesse, Shira, la sposa promessa del titolo, risponde che vorrebbe una casa vera, dove non ci fosse spazio per le bugie). Nella realtà così delineata, nello spazio così delimitato (il film è girato quasi del tutto in interni enfatizzando il senso di oppressione che promana da una struttura sociale dominata dall’alto, scandita dai dettami della Torah e pervasa dall’autorevolezza del rabbino), spesso si agisce per ragioni differenti da quelle che dovrebbero invece guidare il comportamento di ognuno. Nelle scene in cui è narrato il tentativo di combinare il matrimonio tra Shira ed il cognato di lei, Yohai (appena rimasto vedono per la morte improvvisa della moglie Esther), la sposa promessa è spinta, sulle prime, al matrimonio da un forte senso del dovere, oltre che dal dolore dovuto alla mancata realizzazione del suo primo possibile fidanzamento.
I personaggi che entrano ed escono continuamente dal fuoco (il film è girato con focali cortissime e la messa a fuoco è in diversi casi situata in una linea mediana, al di qua ed al di là della quale i volti sono sfocati) sembrano un po’ come entrare ed uscire dalle loro vite, come riuscire solo per un momento a sovrapporre i propri desideri alle imposizioni derivanti dalle convenzioni del gruppo sociale, ma subito dopo soccombere a quest’ultime. Lo spaccato che Rama Burshtein ci presenta pare allora caratterizzato da una società fortemente centralizzata (e patriarcale) che si impone sui singoli e ne schiaccia ogni pulsione, come una sorta di debordante super-io che tutto controlla ed impedisce di vivere e sentire.
Poi, però, un nuovo elemento compare nel film. Un po’ alla volta, Shira sembra innamorarsi di Yohai. Il senso del dovere che animava i propositi della prima pare in realtà nascondesse un più intimo desiderio: il sacrificio della sposa promessa per acconsentire ai voleri della madre (che la spingeva ad unirsi in matrimonio col cognato per poter tenere con sé il neonato nipotino) altro non era quindi che uno schermo dietro al quale si nascondeva un sentimento per il quale si provava troppa vergogna perché venisse confessato anche a se stessi – quello, cioè, di sposare il marito della sorella e prenderne in qualche modo il posto?
Lo sfacciato lieto fine sminuisce il discorso iniziale, facendo della vicenda narrata e del contesto d’ambientazione un mero pretesto per raccontare una (pur bella) storia d’amore. Al netto del rigore quasi festivaliero (molti piani fissi, un uso sapiente della luce e dei colori) e della bravura degli attori (Hadas Yaron è stata premiata con la Coppa Volpi a Venezia), il film non convince appieno, sembrando prendere direzioni differenti e lasciando a metà un discorso che pareva dovesse invece costituire il nucleo centrale del racconto (la capacità di vivere secondo il proprio volere nonostante i condizionamenti esterni e l’influsso del gruppo sociale sull’individuo): sullo sfondo, una ricostruzione quasi documentaristica delle tradizioni ebraiche ortodosse che pare tutto sommato eccessiva se non finalizzata a studiare i meccanismi di funzionamento del gruppo sociale stesso e le implicazioni di questi sugli individui che lo compongono.
Al di là di quanto detto, comunque, il film qua e là perde di consistenza: i momenti drammatici sono spesso enfatizzati da musiche forzatamente solenni che fanno quasi sentire la presenza di una mano esterna che artificiosamente ne esalta i toni cupi, ed i dialoghi risultano a tratti stucchevoli. Anche qualche immagine adoperata pare poi un po’ troppo compiaciuta, come quella in cui Shira suona la fisarmonica per la preparazione di un saggio di bambini all’asilo ed improvvisamente si chiude nel suo dolore, passando, nello stupore generale, dalle musiche allegre delle prime inquadrature della scena a melodie più tristi e riflessive.
Insomma, “La sposa promessa” è certamente un film di buona fattura, bello esteticamente e interessante dal punto di vista delle scelte registiche adottate; ma probabilmente, una volta usciti dal cinema, non lascerà in noi un ricordo indelebile.

Gianfranco Raffaeli