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Incongruenze politiche e incongruenze economiche

Se le primarie del Centrosinistra, con la partecipazione al voto, nel primo e nel secondo turno, di più o meno tre milioni di votanti a fronte di sondaggi che accreditano PD e SEL intorno al 40% (circa 15/16 milioni) di elettori, siano state una grande partecipazione democratica, non lo so. Certo il tempo assegnato per lo svolgimento delle primarie, le modalità di partecipazione al voto e un numero di “seggi“ non congruo, soprattutto nelle grandi città, hanno certamente tolto alle primarie la possibilità di dimostrare in modo compiuto la eventuale volontà dei cittadini di riavvicinarsi alla politica, in controtendenza con il fenomeno dell’astensionismo che si è sviluppato negli ultimi anni.
Astensionismo che non vuol dire antipolitica, ma qualcosa di ben più grave: rinuncia dei cittadini ad esercitare il loro diritto di sovranità sancito dalla Costituzione. Ma forse, nelle intenzioni degli organizzatori non era l’ampliamento della partecipazione dei cittadini a tutte le fasi della democrazia rappresentativa l’obiettivo, quanto piuttosto una resa dei conti tra “rottamandi“ e “rottamatori”, oppure una capziosità della demagogia politica in un momento di difficoltà dei partiti.
Sono state invece significative dal punto di vista socio politico. Hanno dimostrato l’inclinazione degli italiani “all’usato sicuro” che non credo sia da considerare elemento positivo attesa la naturale vocazione del genere umano di “conseguir virtute e conoscenza”.
È un segnale invece di immobilismo, di staticità, di stagnazione con effetti regressivi, e quanto sta succedendo nel contesto socio economico che stiamo vivendo è la cartina di tornasole. Si dirà, non è solo un fenomeno italiano questo, è quasi mondiale. È vero, anche se con intensità diversa da paese a paese, e il fenomeno, in Italia, non è quello con intensità più bassa.
Ha vinto Bersani, non ha vinto Renzi, Vendola è arrivato terzo e molto distaccato. Bersani fa parte della storia politica del paese; c’era, e sentirlo parlare adesso di sviluppo, occupazione, equità fiscale, scuola e quant’altro non può non far venire qualche dubbio.
Renzi, vincendo, certamente avrebbe rappresentato un rinnovamento di per sè, ma questo sarebbe stato sufficiente per sperare anche in una discontinuità di contenuti? Anche lui, come Bersani, avrebbe dovuto fare i conti con una governance politica ed economica interna, europea e mondiale che ritiene, non senza valutazione degli interessi, che tempi e modi dello sviluppo debbano essere calati dall’alto e non essere decisi da una informata e quindi consapevole scelta dal basso. Ad onor del vero però una vittoria di Renzi un messaggio positivo l’avrebbe dato: chi non sa percorrere la via della giustizia sociale e tradisce il mandato dell’elettorato può essere sostituito; questo, nel tempo, qualche risultato in controtendenza con la logica della globalizzazione l’avrebbe dato. Sarebbe stata più pregnante un’affermazione di Vendola.
Purtroppo in Italia manca la conseguenzialità tra ciò che il popolo desidera e ciò che poi sceglie. È da questa incoerenza (dai primi anni ’70 in poi) che è nata la distorsione della democrazia politica come metodo di equilibrio tra diritti e interessi con la prevaricazione di questi su quelli; la politica economica, di conseguenza, non più strumento di benessere diffuso e di equità, ma fattore economico di valutazione aziendale ed occasione di pressione degli interessi sulla politica che è diventata arrendevole, collusa e spesso coincidente con questi. Ne è seguito quindi un impallidimento, nel tempo, dei diritti: una crescente iniquità fiscale, la precarizzazione del lavoro, una continua sforbiciata sulle pensioni, un peggioramento del rapporto servizi pubblici/costi, una corruzione politica dilagante.
Le scelte economiche dei vari governi hanno privilegiato gli interessi rispetto ai diritti attraverso ingenti flussi finanziari indirizzati alle imprese, in maniera diretta nelle forme più varie e in maniera indiretta attraverso investimenti in infrastrutture pubbliche spesso inutili, inadeguate o incomplete: le famose cattedrali nel deserto.
Il tutto comunque finanziato con politiche fiscali vampiresche su lavoro e pensioni (diceva giustamente Totò “e io pago!”). In realtà lo sviluppo, al contrario, passa attraverso la concomitanza di domanda, profitti e investimenti e proprio secondo questa scaletta di importanza. La domanda e il progresso tecnologico, cioè la ricerca, sono i veri motori dello sviluppo (il professore Monti giustamente lo ricordava di recente; peccato che con molta probabilità è alla fine del suo mandato, ma forse il suo “ compito “ – per dirlo con una parola a lui cara – all’inizio del suo mandato non era preoccuparsi di sviluppo e occupazione, ma quello di garantire i mercati finanziari con le politiche di bilancio che conosciamo), gli investimenti sono una derivata, salvo la presenza di imprenditori e banchieri illuminati, ma non ne vedo; lo sviluppo e il benessere, diffusi, di durata e capaci di autogenesi, non passano attraverso un profitto senza umanità e con le concentrazioni – lo ha capito bene il banchiere e nobel per la pace indiano Muhammad Yunus -, ma con una equilibrata distribuzione delle risorse, a vantaggio dell’economia e delle banche stesse. Si dà però il caso che la globalizzazione, cioè quel potere economico e finanziario (anche italiano) in grado di essere presente in ogni parte del globo, sa perfettamente che nel mondo occidentale, in questo momento, la domanda e quindi i profitti non coincidono con i suoi calcoli, ed ecco spiegato l’aumento del PIL nei paesi c.d. in via di sviluppo. Ora, poiché coloro che decidono gli investimenti non si possono sopprimere, compito delle politiche economiche di un governo è quello di cercare di ripristinare quelle condizioni di equilibrio in maniera da contemperare diritti (lavoro stabile e giusta retribuzione, un sistema pensionistico equo, diritto all’istruzione e alla salute, tutela dell’ambiente, ecc.) e interessi (profitti).
Con la globalizzazione questo non è facile, ma ogni governo ha l’obbligo di tentare. In attesa che il popolo smetta di essere “tifoso” e riacquisti cittadinanza richiamando la politica al suo ruolo e alla sua funzione, cosa succederà? Nel breve/medio periodo niente di buono. C’è ancora spazio di sopportazione sociale per peggiorare la situazione. Completato questo processo di decrescita che troverà espressione nell’accettazione di condizioni minime di sussistenza, ci sarà un’inversione di tendenza che sarà procurata da due fattori concomitanti: presenza di convenienza economica ad investire e necessità di beni di ogni tipo e quindi domanda anche in occidente. È questa la logica della globalizzazione, la legge della rotazione.

William Ranieri