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Riforma forense: amarcord di un avvocato-pubblicista

Fabio Guarna
Fabio Guarna

Fra le poche cose della riforma forense appena varata che mi è piaciuta e che condivido è l’inserimento nel dettato legislativo della eccezione di incompatibilità fra l’esercizio della professione forense e quella di giornalista pubblicista. Non è una novità perché la vecchia legge impediva la professione di avvocato solo a chi era giornalista-professionista e la costante giurisprudenza nonché alcune pronunce di diversi consigli dell’ordine degli avvocati in Italia, chiarivano che il pubblicista non è un professionista e quindi non c’era alcun ostacolo ad essere iscritti contemporaneamente nell’elenco pubblicisti dell’ordine dei giornalisti e nell’albo degli avvocati. Vero è che sul punto, chi scrive è molto interessato a sostenere le ragioni della compatibilità, trovandosi nella condizione in esame da diverso tempo. Non nascondo, però, che conoscendo entrambi i due mondi (del giornalismo e dell’avvocatura) mi spingerei a dire che per un avvocato potrebbe essere una condizione di comodo . Infatti, se la giurisprudenza definisce bene il confine fra giornalista-professionista e pubblicista, la pratica spesso rivela che si tratta di banali sfumature che in alcuni casi si riducono alla sola differenza che riguarda le modalità (soprattutto i requisiti) di accesso all’elenco di una o dell’altra categoria. Ovviamente a chi è avvocato e magari avrebbe preferito fare il giornalista a tempo pieno, trovarsi nell’elenco pubblicisti non può che essere una splendida comodità che alla fine – e qui comincia il mio sfogo – ti condanna all’eterna incertezza, perché accomodarsi sull’essere pubblicista non ti spinge a cercare la strada per diventare professionista dedicandoti in esclusiva al mondo dell’informazione . Cerco di chiarire quanto affermato con questo mio “amarcord”. Vero è che non è mia abitudine raccontare pubblicamente i miei ricordi ma stavolta mi scappa la penna (oops, nell’era digitale sarebbe il caso di dire tasto). E sebbene qualche tasto della mia sgangherata tastiera, consumata a buttare giù articoli, lettere, atti, non mi aiuti molto, provo a raccontarvi la mia piccola (purtroppo antica perché gli anni passano) esperienza della tesi di laurea in giurisprudenza. Una prova provata direi dell’accavallarsi di esperienze che toccano il mondo del giornalismo in senso stretto e quello del diritto. Basta solo pensare ai personaggi coinvolti: Indro Montanelli e Giovanni Leone, l’ex presidente della Repubblica, chiamato in causa però di Professore di Diritto Processuale Penale. Durante la stesura della mia tesi di laurea in diritto penale commerciale pensai, infatti, di interessare Indro Montanelli sull’argomento che stavo sviluppando, attraverso una domanda che indirizzai al grande giornalista sulle pagine della sua “Stanza” del Corriere della Sera che ero solito frequentare e dove spesso Montanelli decideva di pubblicare i miei interventi. Montanelli rispose e peraltro dopo il suo intervento ne seguì uno dell’ex Presidente della Repubblica Giovanni Leone che era stato ordinario di Diritto Processuale Penale il quale interessato dalla risposta di Montanelli decise di scrivere la sua sull’argomento, consentendomi così di valorizzare la mia tesi arricchendola di due testimonianze autorevoli. Argomento del mio lavoro era il c.d. “gigantismo nei delitti contro l’economia pubblica“. La dottrina in larga misura ritiene che si tratti di una enfatizzazione degli elementi del reato voluta dal legislatore proprio per rendere inapplicabili le norme. Con semplicità e con estrema efficacia degna non solo del miglior giornalista ma anche di un ottimo giurista Montanelli mi rispose. E fra le cose che mi scrisse riporto una parte e di questa – essendo in pieno amarcord – mi piace evidenziare le ultime parole che porto ancora nel cuore: “…non mi stupirei se, – rispose Montanelli – come tu sospetti, la parte relativa al ‘delitto contro l’economia pubblica’ fosse stata artatamente ingigantita e ingarbugliata da Rocco in modo da renderla nella pratica inapplicabile. Questi erano stratagemmi a cui sotto il fascismo si ricorreva di frequente e non si è mai capito se il duce non se ne accorgeva o fingeva di non accorgersene. Le due più illuminate riforme della prima fase del fascismo, quella scolastica di Gentile e quella del codice Rocco, furono opera di uomini di formazione liberale sicchè ritengo molto probabile che anche il delitto contro l’economia pubblica sia stato uno di essi. Buon anno, ragazzo mio.” Stava per finire l’anno (quegli auguri li porto nel cuore), mi avvicinavo alla laurea e non riuscivo ancora a capire – come è facile intuire – se il mio destino sarebbe stato quello di dedicarmi al giornalismo o alla professione forense. Ma fin qui nulla di strano per un neolaureato. Putroppo – e chiudo con una battuta fatta di getto come ho scritto sinora – ancora oggi quando sono trascorsi quasi 15 anni da allora e non ho trovato una risposta !! – Fabio Guarna (pubbl. su Il Quot. Calabria)