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Soverato, benvenuta negli "anta". E Gianni fa l'amarcord

Oggi 9 ottobre 2014, Soverato compie 40 anni da quando si fregia del titolo di città. Nell’occasione pubblichiamo un amarcord di Gianni Calabretta dedicato al papà Antonino, sindaco della cittadina jonica nell’anno in cui le fu assegnato il titolo. Si tratta di un amarcord dedicato ad Antonino Calabretta ed essendo inscindibile il personaggio dalla città un amarcord dedicato a Soverato. Buon compleanno Soverato.  Bravo Gianni
Soverato – Fantasie … di città (dedicate a mio padre) – di GIANNI CALABRETTA
Antonino il Pio, così lo chiamavano in paese, era il sindaco di un piccolo borgo marinaro, Zeuserato; sognava il lungomare largo 32 metri, con a ridosso una ampia fascia di verde: pinus pinee, tamerix, oleandri variopinti, palme canariensis dactilifere, acacie, mimose, cipressi, ficus benjamin, eucalipti, gravilee, eritrinie con i fiori color corallo; ma anche le terme talassoterapiche, i mercati generali, le scuole di ogni ordine e grado e l’Università, la città dello sport, l’ospedale, il porto, il villaggio turistico e il motel agip; ed ancora Cristo Re sul promontorio panoramico, quasi come quello di Rio de Janeiro, il Palazzo Comunale grande come un Ministero, strade larghe come i boulevards di Parigi e verde, verde e ancora verde. Sogni, molti rimasti sogni, altri diventati realtà. La moglie spesso lo sorprendeva assente, assorto nei suoi pensieri. “… Ercolino sogna!”, lo canzonava bonariamente, citando uno spot pubblicitario dei caroselli dell’epoca. I suoi avversari politici, ogni volta che esponeva un progetto-sogno, lo deridevano, chiamandolo visionario, megalomane delirante o addirittura pazzo. Alcuni amministratori dei paesi vicini cercavano di emularlo; altri, animati da pernicioso campanilismo, si prodigavano, anche con mezzi poco leciti, per far fallire i suoi progetti. Perfino quando si era messo in testa che doveva ottenere il titolo di città, titolo puramente onorifico, si scatenarono le critiche e le accuse di megalomania. Gli Amministratori di Vallechiara, importante centro dell’entroterra, che in occasione della devastante mareggiata del ’72 erano scesi in marina, invece che per manifestare solidarietà, per godere gongolando dello spettacolo di distruzione del lungomare e delle terme ancora in costruzione, andarono a trovare ministri e sottosegretari per ostacolare l’iter procedurale. D’altronde la rivalità era diffusa anche tra la popolazione: patatari e pisciari erano gli appellativi che si scambiavano gli uni con gli altri, con malcelato dispregio. Insomma, vedere attribuire a Zeuserato il titolo di città era, per gli amministratori di Vallechiara, uno smacco insopportabile: di fatto si sarebbe consacrata la primazia di ‘capoluogo’ di un vasto comprensorio che ricomprendeva anche il centro collinare, al tempo addirittura più popoloso. Così la pratica, superate le forche caudine della Prefettura e del Ministero degli Interni, si era arenata negli Uffici di Segreteria del Quirinale. Eppure la richiesta di conferimento del titolo di città era stata argomentata facendo leva sulla presenza di opere d’arte di pregio, la Pietà del Gagini, di edifici storici, la torre cavallara detta di Carlo V, la chiesa di sant’Antonio, sulle condizioni oggettive dell’importanza del Comune, le numerose scuole, gli uffici pubblici e privati, gli esercizi commerciali, il costruendo ospedale, gli Istituti salesiani, la straordinaria crescita della popolazione, che dai quattromila abitanti degli anni ’50 aveva toccato ormai gli ottomila residenti del ’70…. Era evidente che bisognava far qualcosa per smuovere le acque; che figura avrebbero fatto! avevano ordinato già il nuovo gonfalone con il simbolo araldico delle città (la corona sormontata da cinque torri) e commissionato l’acquisto delle lettere di bronzo destinate alla scritta sulla facciata del Comune: ‘Palazzo di città’. Riunita la giunta in gran segreto, i comandanti di Zeuserato decisero di invitare una persona molto vicina al Capo dello Stato perché constatasse di persona le peculiarità del piccolo borgo, che giustificavano il conferimento del prestigioso titolo. Carlo, professore e avvocato di vaglia, fratello del Presidente, invitato dagli interessati amici e colleghi Aldo e Mario, giunse a Zeuserato insieme alla moglie. Appena sistemati in albergo, l’organizzazione mise in campo di tutto e di più per rendere il soggiorno gradevole. Cesti di frutta e fiori per la signora, confezionati dalla giovanissima Vincenza. Cena in riva al mare, sulla terrazza de la Perla del Jonio, noto stabilimento balneare, requisito per l’occasione. Ferdinando, smessi i panni di speaker annunciante la sfornata delle vere pizze napoletane, organizzò una cena con i fiocchi. Antipasti di capocollo, di fattura vallechiarese (sic!), con fichi appena colti, soppressate affumicate confezionate a Zeuserato Alta, malangiani chijni, frittelle di bianchino e fiori di zucca, bucatini con lo stocco, stocco alla troppitara, pesce spada arriganatu e surici fritti, pescati poco prima dalla fiorente flotta peschereccia zeuseratese, sorbetto al limone, muruneddi e vin santo. Poi passeggiata digestiva sul lungomare tornato da poco agli originari splendori. La mattina dopo, dolce risveglio: Pasqualino e Pupa, proprietari dell’albergo del Golfo, fecero preparare una ricca colazione su un bel vassoio d’argento, inviato direttamente in camera, con granite di caffè e panna, quella di una volta, granita di orzata e cuzzupe appena sfornate offerte da Maria, ed anche il Mattino e il Roma freschi di stampa, procurati da Leopoldo e dal Professore. Poi in spiaggia, al Miramare. Peppinuzzo fece finta di passare da lì per caso con il suo Posillipo, potente fuoribordo in teak, e invitò gli ospiti per una escursione in rada fino a Pietragrande e Caminia. Oltre che lo skyline con la torre cavallara e la chiesa di sant’Antonio ammirarono la spiaggia finissima e bianchissima, l’eccezionale trasparenza dell’acqua dai colori cangianti dal verde smeraldo al turchese al blu indaco, e addirittura una famiglia di delfini che scortò il motoscafo lungo tutto il tragitto.
Il giorno successivo, dopo la colazione, gita a Serra Certosa, senza passare da Vallechiara però. A sera uno spuntino sulla rotonda del Miramare e, complice la notte senza luna, battuta di pesca su barcone con lampara; Turi, Camillo e Bastiano fecero pescare con il coppo Carlo e la moglie: triglie, orate, scorfani e qualche dentice. Verso mezzanotte raggiunsero direttamente la spiaggia do monacu, dove era stata allestita la griglia e predisposto il falò. Lo spettacolo del mare trasparente illuminato dalla lampara, la sorpresa di vedere cucinati alla griglia i pesci che loro stessi avevano catturato e la bontà delle pietanze preparate da Franco, chef travestito da pescatore, resero la serata davvero indimenticabile. La mattina successiva, ripartenza per Napoli. Ancora omaggi alla signora: una coppia di preziosi vancali, tessuti a Tiriolo, uno di lana pettinata e uno di pura seta, orlati da strisce colorate di azzurro, rosso, verde smeraldo, argento e oro. Appena un paio di mesi e il Presidente firmò il decreto, con il quale conferiva l’agognato titolo; seguirono, nel delirio collettivo che coinvolse comandanti e popolazione, grandi festeggiamenti, manifesti, con il decreto e lettera di Antonino il Pio ai cittadini, incorniciati dal tricolore, concerti bandistici magistralmente diretti da Umberto …., ma il dubbio ancora oggi tormenta gli animi dei residenti/cittadini zeuseratesi. Quel titolo di città, Zeuserato lo aveva meritato per i monumenti storici, per l’importanza che aveva acquisito o per la corale e squisita ospitalità offerta a Carlo e signora?

Postilla.

Mi sembra opportuno avvertire il lettore che il raccontino è intriso di fatti veri che sembrano inverosimili e di invenzioni che potrebbero apparire realistiche. Comunque, ogni riferimento a persone realmente esistite e/o fatti realmente accaduti è puramente voluto. Antonio Pittelli e la sua compagnia, questa sera in Piazza Maria Ausiliatrice, rappresenteranno a loro modo il racconto. – Zeuserato, 9 ottobre 2014 – G.M.C.

Antonino Calabretta (in piedi) durante i lavori del premio leterario "Città di Soverato"
Antonino Calabretta (in piedi) durante i lavori del premio letterario “Città di Soverato”

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