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Professione giornalista: ne vale la pena?

Non ho molti anni, non sono neanche un maestro, né la mia penna è così nota da meritare tanta considerazione, eppure mi capita spesso che qualche ventenne (anche qualcuno più avanti con l’età) si rivolga a me per manifestare la sua ambizione (così la definisce) di diventare giornalista. A volte è sufficiente un consiglio tecnico e fin qui rispondo con piacere. Le domande sono: come diventare giornalisti, ovvero quali sono i requisiti o altri dettagli. Altre volte, qualcuno spera di trovare una testata con cui collaborare e fare un po’ di pratica per diventare pubblicista, ed infine, – ed è la parte più triste e dura per chi deve rispondere – c’è chi si aspetta di sentire un consiglio da chi ha esperienza per avvicinarsi con più convinzione a questa splendida professione e talvolta oltre al consiglio qualcuno attende addirittura un incoraggiamento. In quest’ultimo caso, dopo avere premesso al mio interlocutore che ascolterà l’opinione di un modesto giornalista e quindi non autorevole, provo a rispondere e lo faccio con una certa tristezza. Infatti, non è piacevole non entusiasmare chi vuole fare questo splendido mestiere, che, a onor del vero ho sempre considerato il primo fra i tanti che esercito (l’avvocato, l’insegnante, etc.). Non ho mai fatto in esclusiva il giornalista perché sono consapevole del fatto di essere destinato all’incompiutezza (non solo in questo campo) ma devo ammettere che probabilmente è la cosa che faccio con più passione e su cui avrei dovuto puntare. E’ stato il mio primo amore, basta dare infatti uno sguardo ai miei vecchi diari della scuola media e del ginnasio dove in mezzo alle pagine ingiallite si trovano le cronache delle partite che si giocavano al campetto dei salesiani e gli appunti di memorabili discorsi che avrei dovuto tenere davanti ai miei giovani compagni di classe per informarli di tante novità scolastiche ed extrascolastiche. Ed infine, corredate di vignette improvvisate, ho trovato gli editoriali diretti al prof. x e alla professoressa y . Sotto questi pezzi c’era sempre la sigla: f.g. . Per non dire del fatto che spesso senza accorgermi – come sta accadendo ora – mi scappa la penna (il tasto) e quel che penso lo scrivo tutto di getto.
Ma veniamo a noi. Fare i giornalisti vale la pena? Un tempo, devo ammettere che rispondevo positivamente, tanto che qualcuno/a diventato/a giornalista, mi riconosce il merito di averlo/a incoraggiato/a, pur ammettendo – soprattutto quelli che operano in Calabria – che gli avvertimenti a non pensare che fosse tutto rose e fiori, erano azzeccati. Per rispondere comunque alla domanda, mi vengono in soccorso, gli insegnamenti di Montanelli. I tempi sono diversi, internet ha cambiato tante cose nel mondo della comunicazione ma i suggerimenti di Indro – a mio giudizio – adattati ai nuovi media, restano un punto fermo. Chi si avvicina al giornalismo deve pensare che esso non si fa per denaro. Inoltre bisogna essere sempre molto umili e pronti a riconoscere l’errore e, soprattutto trovandoci nell’era di internet, pensare che la rete macina notizie a una velocità incredibile e che i pezzi è necessario farli di una certa qualità evitando di cercare lo scoop a tutti i costi. Arrivare per primi è importante ma altrettanto importante è arrivarci bene. L’algoritmo di Google non premia i frettolosi e così anche se si è battuta la notizia per primi, è probabile se essa non viene ben scritta di essere messi in disparte dal colosso di Mountain View. Sappiamo bene e lo sanno soprattutto gli editori cosa significa una prima posizione nei risultati di ricerca delle news. E qui la riflessione è d’obbligo. Pensare che non è il lettore che decide sui nostri meriti e sul conseguente successo professionale, ma un algoritmo di Mr. G, non è certo molto edificante per chi intende diventare giornalista. Le cose nel giornalismo moderno vanno così e quei giovani che si vogliono avvicinare devono necessariamente affidarsi a questi nuovi strumenti di valutazione. Vero è che il rischio è che l’algoritmo nasconda lo stesso obiettivo che nel giornalismo cartaceo di penultima e ultima generazione è stato e continua ad essere perseguito: l’ audience. Fare audience significa avere più pubblicità e per fare audience dobbiamo piegarci ai gusti meno nobili del lettore che nonostante – come diceva Montanelli – deve essere considerato il vero padrone, deve comunque essere educato al gusto. E se è vero, come è vero, che il linguaggio giornalistico ha favorito la diffusione della cultura, scrivere un pezzo pensando solo di assecondare i gusti del lettore piuttosto che elevarlo intellettualmente, è un fatto biasimevole. Che fare dunque? Nascerà in rete un giornalismo che non avrà bisogno della pubblicità raccolta in base al numero dei contatti ottenuti? I costi per il mantenimento di una testata on-line sono modesti, non sono elevati come quelli del giornale cartaceo e ciò può favorire la nascita di nuove esperienze giornalistiche che potrebbero far scoprire talenti che un tempo sarebbero rimasti nell’ombra. Resta il fatto che guadagnarsi il pubblico è abbastanza complicato e pensare di farlo rinunciando ad avere come obiettivo l’audience è davvero difficile. Ma forse è questa la sfida che chi intende fare vero giornalismo dovrà affrontare. E se è questa, merita di essere incoraggiato. Diversamente è meglio che si dedichi ad altro !!

Fabio Guarna (Soverato News)