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Crisi Europea: soffia il Grecale, “annotazioni” pre-referendum

Il vento della Grecia soffia sull’Europa, quel vento che conosciamo col nome di grecale e che Dante chiamava vento “Schiavo” (nel nostro caso si potrebbe dire bizzarrie del lessico !!) avendo egli come riferimento geografico la “Schiavonia” (anche Slavonia), regione della Croazia bandiera greciaorientale. Le analisi di quanto sta accadendo in Europa, insieme a notizie last minute a pochi giorni dal referendum promosso da Tsipras, stanno conquistando – e non poteva essere diversamente – le prime pagine dei media internazionali. Ma cosa è successo e che sta succedendo nel vecchio continente ? O meglio che cosa è accaduto e cosa sta accadendo nell’Europa della politica e in quella finanziaria se è possibile fare un distinguo? Lo abbiamo chiesto insieme ad altre domande, a William Ranieri, bocconiano , con il quale spesso abbiamo avuto l’occasione su queste colonne di discutere di problemi economici e politici. Risposte che annotiamo, in attesa del grecale, se mai soffierà sull’Europa.

E’ corretto distinguere quando si parla della crisi Europea, fra un’ Europa politica ed una finanziaria?

“La domanda, che può apparire semplice, è molto complessa e meriterebbe, oltre che qualche chiarimento, una risposta approfondita e articolata, confortata da dati, atti e fatti e non priva di tecnicismi. La mia risposta, pertanto, in questo post che ha carattere divulgativo, non può che essere sintetica e fondata su concetti, alla luce anche di quanto riportato dai notiziari e di quanto accade sotto i nostri occhi, senza tradire lo spirito della domanda. Nei singoli Stati, l’indirizzo di sviluppo economico, la guida e il governo dell’economia, con tutte le implicazioni anche di carattere finanziario, sono riservati alla politica in quanto strumento di volontà collettiva.E’, ritengo, la funzione regina della sovranità della politica, atteso il ruolo onnicomprensivo dell’economia nella vita associata e dei singoli, e, pertanto, deve essere pensata e attuata con l’obiettivo del benessere diffuso della collettività alla quale si appartiene. Questo concetto dell’appartenenza, di essere un popolo, nel governo dell’economia è alla base e presupposto per la condivisione della naturalezza delle politiche economiche di un Governo. Nell’Unione Europea siamo lontani da tutto questo; manca l’Europa politica; manca cioè il significato vero della politica come guida dello sviluppo nello spirito dell’appartenenza, del comune sentire. Prevalgono ancora i nazionalismi e questo non solo frena un equilibrato e diffuso benessere all’interno della Unione Europea, ma rende anche impossibile pensare ad una politica economica dell’U.E. in grado di armonizzare e governare al suo interno quelle condizioni economiche improntate ai valori della solidarietà e della coesione ; le politiche economiche dei singoli Stati rimangono fortemente nazionali pur in presenza di trattati, recepimenti e ratifiche. Può sembrare demagogia, ma non è così: identità, appartenenza, coscienza sono la precondizione per l’accettazione delle regole dello sviluppo. Il come e i tecnicismi vengono dopo, sono solo strumenti. In Europa, in assenza e in attesa delle precondizioni di cui sopra, si è pensato di sostituirle, per la fregola di dimostrare che si fa ( bisogna fare, certo, ma fare bene, diversamente si corre il rischio di peggiorare ulteriormente lo stato delle cose. E questo vale anche per l’Italia ), delegando la funzione di armonizzazione e di sviluppo alla BCE e alle Banche Centrali dei diversi Stati ( ecco perchè si sente parlare di Europa delle banche e non di Europa dei popoli ) ( oppure creando la moneta unica, che, in quanto moneta,ritengo ininfluente rispetto alle politiche di sviluppo e di armonizzazione, capro espiatorio della crisi economica generale, perniciosa per mancanza di controllo dei prezzi ). Questo è stato, a mio avviso, un grave errore di impostazione che non aiuta l’integrazione. Non si possono dare ad un organismo prevalentemente tecnico funzioni come l’armonizzazione dello sviluppo economico che necessita di una visione politica in grado di impostare, al di fuori dei tecnicismi, scelte differenziate, ma convergenti di sviluppo delle varie realtà nazionali secondo principi e metodi condivisi. Questo porta a concludere che non esistendo un’Europa politica, non può esistere una politica economica europea; esiste solo un organismo tecnico la cui visione dell’integrazione è fortemente condizionata dalle quantità economiche e finanziarie dei bilanci. A coloro che hanno la bontà di leggere, lo spazio per tutte le riflessioni che il caso richiede”.

E’ mai esistita l’Europa?

La risposta a questa domanda è facile e sta nei fatti. In Europa stanno rinascendo i nazionalismi e sono aumentati gli Stati sovrani. Più che unirsi, l’Europa si sta polverizzando.

Se dovesse vincere il sì al referendum di Atene, che succederà? E che succederà nel caso vincesse il no?

Se il popolo è coerente con il risultato delle elezioni politiche, dovrebbe vincere il no. Ma anche in questo caso la Grecia non uscirebbe dall’Unione Europea. Tsipras e il suo ministro del tesoro stanno dimostrando di avere gli attributi ( e di non piegarsi a pressioni, ricatti e magari lusinghe dei c.d. potenti della politica o della finanza ) e con la richiesta di referendum stanno dimostrando di avere rispetto del loro popolo. In questo scontro tra Grecia e Unione Europea è la Grecia ad essere più forte e i partners europei saranno costretti a dover scegliere tra ristrutturazione del debito e il nulla. In quest’ultimo caso che si farà? si occuperà militarmente la Grecia? Si affonderanno i traghetti dei turisti? I creditori si divideranno le isole greche? Certo gli impegni si rispettano, e mi pare che la Grecia lo voglia fare nello spirito di solidarietà e coesione richiamato nelle precedenti risposte, ma ritengo altresì che i partners europei qualche mea culpa lo debbano fare sul come e sul perche si arrivi alla crisi economica e finanziaria di uno Stato. Quando la politica vera, interna o di unione, latita, prima o poi la crisi arriva.

Chi sono i colpevoli di questo stato di cose ?

Certamente non sono i lavoratori e i pensionati

Fabio Guarna