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Crisi Grecia: Tsipras, l’heautontimorumenos

Alexis Tsipras
Alexis Tsipras

Dopo l’intervista prima del referendum in Grecia (Crisi Europea, soffia il grecale: “annotazioni” pre-referendum) , William Ranieri interviene su queste colonne con una riflessione “post-referendum”….

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Quanto venuto fuori dalle trattative tra Tsipras e i leaders dell’Eurogruppo, più che un accordo, è una adesione o meglio una resa della Grecia, piuttosto inaspettata dal punto di vista politico, soprattutto dopo il risultato del referendum. Se non si vuole essere saccenti ex post, questa capitolazione può benissimo essere catalogata tra gli eventi imprevisti e imprevedibili. Le prescrizioni imposte dalla U.E. sono pesanti; sono pesanti sul piano politico e, ritengo, molto incerte, per non dire che corrono il rischio di essere inefficaci, sul piano economico se per questo intendiamo lo sviluppo e non il tamponamento temporaneo di debiti finanziari.
Sul piano politico le condizioni poste a base del salvataggio finanziario ( alcune di queste condizioni le ha conosciute anche l’Italia ) non solo vanno ad incidere su come vuole uno Stato organizzare, per qualità ed impatto sociale, la sua azione di governo, ma mettono in dubbio anche l’affidabilità della Grecia alla quale è stato chiesta una garanzia reale ipotecando beni di sicuro valore e rendimento e di facile monetizzazione ( asset da 50 miliardi di euro ) da gestire direttamente dalla U.E. e comunque sotto il suo stretto controllo. In pratica un trattato di occupazione giuridica e patrimoniale; una forma moderna di colonialismo; la mortificazione della sovranità di una nazione, di un popolo. Conciliare questo comportamento con i valori della coesione e della solidarietà ai quali l’U.E. dovrebbe fare riferimento nella sua azione non è possibile. Certo chi ha un credito ha il diritto di esigerlo; nella fattispecie c’è pure una responsabilità politica dei paesi creditori verso i propri cittadini. Farlo però con il metodo della imposizione e con la freddezza dei numeri è l’opposto della solidarietà, un altro dei valori fondanti della U.E.
La mortificazione politica della Grecia si ingigantisce poi difronte alla incertezza dei risultati sul piano economico e sociale che il nuovo prestito dovrebbe produrre. E’ incerto perché i risultati non dipendono solo dalla validità o meno tecnico-economica del piano, ma anche dalla volontà politica di attuarlo. Per quel che si conosce dell’accordo, il piano di salvataggio, il terzo per la Grecia, di un importo tra gli 82 e 86 miliardi di euro e che si svilupperà in tre anni, previa verifica in itinere ( finalmente! Se un controlo deve essere fatto, però, e a prescindere dalla fattispecie, deve essere fatto su atti che trovino riscontro nei fatti e non solo su atti magari falsati) dell’attuazione delle prescrizioni dettate, dovrebbe servire in parte per il rimborso, alla scadenza, delle rate di prestiti ( ritengo precedenti . Altri proventi da aggiungere a favore della copertura dei rimborsi saranno i proventi dell’asset – ulteriore esproprio al popolo greco – e l’eventuale maggiore avanzo primario, effetto dell’ulteriore spremitura del popolo greco.
) ed in parte per la ricapitalizzazione delle banche (anche qui si tratterà di acquisti di altro debito della Grecia in mano alle banche. Si pensi al Q.E. di Draghi ). Si legge poco o niente di quanto e di come dovrà pervenire da questo piano all’economia reale. E’ da intuire che al finanziamento dell’economia reale dovrebbe essere destinata la ricapitalizzazione bancaria ( se le banche non saranno costrette all’acquisto di nuovo debito sovrano ). Le esperienze dei primi due piani di salvataggio non fanno sperare bene. Se vogliamo dare una prima valutazione di natura aziendalistica, possiamo benissimo dire che si tratta del finanziamento di un debito accendendo in capo alla Grecia un altro debito con ulteriori costi. E questo non va bene. Il rischio di innescare una spirale di debito su debito ha indotto Luttwak a paragonare il vertice della BCE ai venditori di droga. Una U.E. insomma talmente interessata al recupero dei crediti tanto da nascondersi la pericolosità, in caso di cedimento politico, dell’indirizzo dato al piano di salvataggio, sia per la Grecia che per la U.E. tutta. In una situazione come quella greca, ma in generale di ogni economia pubblica interessata da una crisi di bilancio, l’equilibrio finanziario deve essere il punto di arrivo e non di partenza; è l’economia reale che deve essere assistita e tramite di essa pervenire gradualmente alla riduzione del debito ( ristrutturazione temporale del debito ), tale da essere compatibile con il PIL. L’obiettivo di un piano di risanamento deve essere la creazione di ricchezza e non il recupero di quanto prestato che deve essere una derivata. E’ del tutto evidente che per la struttura tecnica del piano, e per incertezza dell’impegno politico – che è una costante – gli effetti positivi del piano potrebbero rivelarsi minimi se non addirittura nulli e comunque non sufficienti per far ripartire la Grecia.
Un cenno ritengo lo meriti anche l’euro che non penso sia stato all’altezza di quanto accreditato. L’abbassamento dei tassi di interesse che, fra l’altro, avrebbe dovuto spingere gli investimenti e quindi l’occupazione, ecc. ecc., è stato un flop. Non esiste automaticità tra tassi di interesse e investimenti. Si possono regalare i soldi, ma se non c’è prospettiva di mercato non si fanno investimenti. I tassi di interesse possono concorrere ad un aumento dei consumi e degli investimenti in una economia già in ripresa e l’input per questa è nella responsabilità di uno Stato o di una Comunità di Stati. L’U.E./BCE quindi dovrebbero mirare i loro interventi di carattere finanziario allo stimolo di modelli di sviluppo reale compatibile per ogni paese membro. Concordare e sostenere politiche fiscali e di incentivi differenziati e compatibili con il potenziale di sviluppo dei diversi paesi membri ( solidarietyà e condivisione ) in modo da pervenire ad una armonizzazione strutturale delle economie dei vari paesi che sia caratterizzata dalla compartecipazione e dalla complementarietà ( coesione ), sostenuta da una politica monetaria di servizio. Creare all’interno di ogni paese e quindi dell’U.E., attraverso un benessere diffuso, cicli virtuosi domanda/investimenti/occupazione e quindi una relativa stabilità economica. Dubito, però, che questo possa succedere; restringerebbe gli spazi della politica. Si continuerà a procedere con provvedimenti tampone che nel breve periodo potranno anche portare un lieve miglioramento, ma poi tutto tornerà come prima. E’ vita per la politica.

P.S. – Mentre sto scrivendo, ascolto l’intervista a un cittadino greco che a un certo punto dice più o meno: “responsabili della crisi siamo noi. L’Europa i soldi ce li ha mandati.”
E’ un ingenuo incosciente questo signore. Uno che parla così sa che i soldi sono arrivati, ma a lui non sono andati. Su di lui però graveranno sicuramente le restrizioni imposte dalla U.E.
Altre considerazioni avrebbe potuto fare, sia nello specifico, che in generale. Per esempio: per quale motivo l’Europa ha mandato i soldi. Se per quantità e qualità sono stati utilizzati in maniera proficua. Come mai ,nonostante tutti questi soldi che avrebbero dovuto spingere l’economia, questa, invece di andare avanti, è peggiorata. Oppure, cambiando settore, ma con lo stesso interesse di conoscere, come mai, nonostante i soldi che da decenni vengono destinati ad alcuni paesi poveri dell’Africa, la popolazione continua ad essere povera. Considerato il rapporto aiuti/popolazione, con una distribuzione diretta, per dirla alla Crozza, sarebbero diventati tutti milionari. Perchè si verificano i cicli economici nel tempo e nello spazio; è solo un fatto fisiologico? Perchè la democrazia viene sempre raggirata con cambi di casacca, o si fanno referendum senza poi rispettarli?
A tutte queste domande e ad altre dovrebbe rispondere la politica che, invece di mettere in costituzione il pareggio strutturale di bilancio, avrebbe dovuto inserire norme per rendere la democrazia sostanziale e non solo formale. Ma la politica, oggi, ragiona così: facciamo sì che i cittadini qualche problema ce l’abbiano, dopo di che perdiamo qualche mese, se non qualche anno, per dare una risposta, per il resto facciamo quello che vogliamo.

William Ranieri

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