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Le vie del riformismo: analisi e riflessioni di William Ranieri

Le vie del riformismo di Michele Drosi (copertina)
Le vie del riformismo di Michele Drosi (copertina)

La presentazione del libro di Michele Drosi, “ Le Vie del Riformismo “, libro pieno di argomenti e ricco di osservazioni e proposte, mi dà l’occasione per una breve riflessione, libera da vizi di appartenenza, sul riformismo dell’Italia Repubblicana, precisando, cosa peraltro nota, che il riformismo, se pur termine abusato di questi tempi, si è sviluppato nell’alveo del pensiero socialista. L’utilizzo di questo termine senza il riconoscimento della genesi è usurpazione o uso improprio. Riflessione breve perché prescinde dai singoli fatti di Governo, spesso occasioni strumentali per giustificare alleanze o crisi di Governo le cui radici hanno ben altra natura, e vuole invece richiamare l’attenzione sugli indirizzi socio politici e relativa azione parlamentare di quei partiti che maggiormente hanno condizionato e interrotto la possibile svolta in senso riformistico del paese dagli anni cinquanta in poi, rendendosi, pertanto, responsabili del pantano politico attuale. Fatta questa premessa e senza scomodare pensatori o politici di un lontano passato, si può tranquillamente affermare che le cause della strada in salita e quindi del ritardo in cui versa ancora oggi la concretizzazione del pensiero riformista, sia nella politica parlamentare ( oggi il parlamento non esprime un governo riformista, ma un’accozzaglia che dal punto di vista politico non e riconducibile a nessun principio o valore della politica – a meno che non si voglia dare spessore politico al c.d. “ renzismo “ – se non all’improvvisazione e alla supponenza; da questa palude, a mo’ di trilussiana colomba, i veri riformisti scappano, e quelli che blaterano e non scappano sono complici ), che nella struttura sella società sono da individuare in quella che è stata, durante la c. d. prima Repubblica, la geografia partitica in Italia, che ha trasformato il confronto ideologico in scontro di potere fortemente condizionato anche da finalità geoeconomiche e geopolitiche. Il pensiero e l’azione politica riformista si sono trovati stretti, nello schieramento politico dell’Italia repubblicana, tra due ideologie dominanti, marxista e massimalista, con una visione dicotomica e inconciliabile della società, a sinistra, cattodemocratica, conservatrice e oscurantista, al centro/centrodestra. Due ideologie del pensiero unico, ingessate, anelastiche; l’esatto contrario del riformismo. Questo era detestato e deriso a sinistra (ricordo, al tempo della prima repubblica, di essermi trovato in un locale dove, per combinazione, si celebravano due congressi – non ricordo il livello dei congressi se di sezione o provinciali o di altro tipo -, uno del PSDI e uno del PCI, e i sostenitori di questo riferendosi agli altri li chiamavano con disprezzo “ i rosellini “ , anche il PSI ha ricevuto la sua parte di insulti. I socialisti riformisti però avevano letto bene l’evoluzione della società, gli altri urlavano più o meno “ l’oriente è rosso, l’occidente lo diventerà “; l’abbiamo visto!), utilizzato strumentalmente, in più occasioni, nella sua espressione partitica, dalla cattodemocrazia. Ma queste due ideologie-partiti dominanti sono arrivate a fare anche di peggio. Quando condizioni politiche e sociali del paese, con un partito socialista, da sempre con una differenziazione di fondo rispetto al PCI sui metodi politici, e da tempo già avviato sulla via di un riformismo compatibile con una società plurale ed equa, favorirono la formazione di governi di centro-sinistra ( mi riferisco ai primi governi di centro-sinistra con un PSI organico ) e l’inizio di una costruzione di uno Stato sociale attraverso una serie di riforme ( sanità, scuola, territorio, diritti dei lavoratori, ecc. ), un PCI in buona salute, che avrebbe avuto il dovere politico-morale di assistere il PSI nella sua azione riformatrice, ma purtroppo rancoroso e senza una strategia di Governo e una D.C. che mal sopportava la spinta innovatrice e progressista del PSI, sia in campo sociale che in campo economico, non hanno trovato di meglio che mettersi insieme dando luogo al compromesso storico, un’azione politica criminale. Questo fatto ha segnato non solo l’inizio dello sgretolamento, continuato anche con i Governi successivi, del costruendo Stato sociale ( per ultimo si pensi all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori ), ma anche lo svuotamento di quel riformismo socialista e democratico in grado di coniugare diritti, merito e solidarietà. Da quel momento il riformismo è diventato un concetto vuoto, senza un riferimento partito-politico; una parola del vocabolario proprietà di tutti: centro, destra, sinistra.
In una situazione di confusione politica come quella di oggi, che porta i cittadini a dire che tutti i partiti sono uguali, per riprendere le fila del riformismo serve il coraggio dell’autocritica del vecchio PCI e dei suoi derivati, siano essi simboleggiati da alberi, da somari o altro, in altri termini un’assunzione di responsabilità. La collocazione attuale dei derivati del PCI non è venuta fuori dalla valutazione di errori di metodi, di contenuti e di prospettive, ma dal fallimento europeo ed extra europeo di una ideologia incapace di leggere la società ed interpretarne le aspirazioni. Autocritica e assunzione di responsabilità che non solo spiegherebbero il ritardo del riformismo nella società, ma, rendendo credibili e affidabili gli ex comunisti, consentirebbe di rendere giustizia al pensiero e alla politica riformista secondo l’identità e la collocazione originaria del riformismo, patrimonio del socialismo democratico, che non ha bisogno di rifondazione trattandosi, sin dall’origine, di pensiero sociale e coerente azione politica che, per i valori che interpretano non hanno soluzione di continuità. Rispetto a questa identità e collocazione, rimettersi a costruire un modello di società in grado di rendere equamente compatibili necessità e diritti, vecchi e nuovi, e rispetto a questo modello misurare l’azione politica e di Governo. All’interno di questo dover essere non statico, ma dinamico, possiamo parlare di ambiente, cultura, lavoro, decentramento, sindaci, politica industriale e quant’altro, anche di questione meridionale, problematica vecchia quanto il cucco, tenendo presente che grandi uomini si è se si fa e bene e non se si fa ( l’autostrada SA-RC è sempre in costruzione, il porto di Gioia Tauro più che per lo sviluppo del territorio è famoso per ben altro, la SIR e la LIQUICHIMICA hanno fatto la fine che hanno fatto ), perché in questo caso si può essere potenti, ma non grandi.

William Ranieri

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