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Oggi sono in Vena(ria)

Venaria
Venaria

Chissà dov’era Venaria e quel sovrano che giocava in un cortile…
Come un nomade curioso mi aggiro tra gli splendidi ambienti della Venaria Reale, a un passo e mezzo da Torino e celebre residenza di campagna di Casa Savoia.
In questa sede vi risparmio una mia approssimativa ricostruzione storica, per quello c’è Wikipedia e fonti ancor più autorevoli.
Riporto le impressioni, le estasi, gli stupori di un visitatore capitato a Venaria per curiosità.
Parcheggio con calma vicino al viale che conduce, tra alberi curati e quiete da campagna religiosa, alla Venaria Reale.
Mi accoglie una piazza illuminata da un caldo abbraccio del sole e facce stupite di gente imbottigliata nel traffico delle emozioni. La curiosità aumenta.
La testa vola verso epoche mai vissute e l’ingresso dei giardini, che consente appena di sbirciare, accresce l’entusiasmo per aver soddisfatto la mia curiosità.
Ho orecchiato qualcosa sulla comparabilità di questa Reggia con Versailles e voglio “metterla alla prova”, capire se la sfida possa stare in piedi.
Mi prenoto per la visita guidata, voglio saperne di più o almeno un po’. Non mi accontento di guardare e basta. Manca quasi un’ora alla visita guidata degli ambienti del palazzo, immenso, regale.
C’è il tempo allora di andare a vedere i giardini, distese ordinate di meraviglie verdi, talvolta interrotte da statue di Giuseppe Penone.
Vi si accede da un enorme piazzale posto al di là della porta con l’orologio che vedete in foto. Il cielo è blu, sempre più blu. Mi viene in mente Rino con la sua musica mentre attraverso questa piazza meravigliosa, animata da zampilli di acqua intermittenti, come nelle fontane di Barcellona. Come in Francia; c’è molto di francese in tutto, questo è forse l’angolo più francese di quello che fu lo splendore reale italiano. Qualcuno qui in mezzo potrebbe essere morto di invidia o di gelosia, per proseguire con Rino.
Bisogna camminare per arrivare alla fine del piazzale e capirlo quindi completamente. Si apre a questo punto una stretta balconata che ci porta in un mondo nuovo, come la buca di Alice. Questi però sono i  giardini delle meraviglie.
Ecco la parte green della Venaria Reale. Adesso capite come si possa sentire un re. Una distesa di prati, piante, alberi a perdita d’occhio. Laghetti, gondole, fontane, siepi da labirinto magico. Il mio stupore è secondo solo all’emozione di trovarmi in un’altra epoca.
Cammino con cautela, quasi a non voler sgualcire quello che i miei occhi stanno vedendo. Ci sono sentieri ben battuti per percorrere l’enorme distesa. Ma tutto sembra essere troppo perché lo sguardo possa avere la presunzione di capire.
Si intuisce un senso di umana inferiorità rispetto a qualcosa che, seppur realizzato materialmente dall’uomo, sembra avere del divino.
Passeggio e mi aspetto di vedere vicino a una panchina Aglaja, figlia minore del generale Epančin, intenta a rimbrottare Lev Nikolaevic Myškin. Sto camminando tra le pagine de “L’idiota”. Non c’è il 2016, non c’è il tempo…Cavolo, l’ora è quasi passata, devo andare, la visita guidata aspetta!
Ritorno, non senza fatica considerate le distanze, all’ingresso principale.
Ad esempio a me piace la strada –  ancora Rino – entro e la guida, gentilissima, offre a ciascuno l’apparecchietto audio necessario per sentire bene le spiegazioni.
Si apre una sala enorme, buia, illuminata solo dalle luci poste sotto una cinquantina di quadri. Sono i ritratti dei vari Savoia che attraverso matrimoni di comodo, conquiste e mediazioni politiche sono diventati sovrani d’Italia. La maggior parte delle rappresentazioni rinuncia alla fedeltà per abbellire o evidenziare i caratteri dei nobili rampolli di turno.
Facce grottesche, bruttezze atteggiate a bellezze, baffi, nasi, gonne, spade e sguardi fieri. La casa delle bambole.
Forse non essenzialmente tu nella notte confidenzialmente blu…Usciamo dall’immenso salone e visitiamo il piano in cui operava la servitù, arriviamo alle cucine. Gli ambienti fanno ben capire quali fossero gli spazi di azione di persone intente a soddisfare voglie, capricci e necessità di Filiberti e Carli Alberti. Tuttavia l’arredamento originale, come spiega la guida, manca, perché portato via dagli stessi Savoia o sacrificato dalle precedenti destinazioni della Reggia.
E sì perché dovete sapere che la Reggia è stata persino una caserma nei primi anni del secolo scorso. Gallerie riconvertite a dormitori per soldati, con letti a castello e facce logore da romanzo di Hemingway. Una caserma, capite? La Venaria!
Abbandonata al destino previsto da un tempo spietato che la stava distruggendo. Riportata ai suoi fasti da pochi anni, dieci o qualcosa di più.
Buffa l’ignoranza, se non facesse rabbia. Ma adesso la Venaria è bella, bellissima.
Saliamo al piano nobile, quello che competeva ai sovrani. Tra gustosi aneddoti di corna e viltà assortite, la guida rende i re per quel che sono: esseri umani incoronati. Brava, davvero brava.
I letti erano minuscoli, non solo per l’altezza media dell’epoca, molto inferiore rispetto a quella attuale. E lo dico dall’alto del mio metro e settantasei (sette bluffando sulla carta d’identità).
Dormivano in maniera diversa, non distesi come i cadaveri, ma semi-seduti, come noi quando stiamo con il computer sulle gambe intenti a scrivere l’ennesima finta originalità su Facebook. Salottini eleganti ci accompagnano verso altre stanze da letto, ambienti per gli ozi e le nudità. I reali, dice la guida, si lavavano molto di rado. Coprivano il tanfo con parrucche e profumi, come i francesi. Ecco perché forse si parla di “puzza sotto al naso”…
Ok, sono già convinto, la Venaria ha vinto, mi ha schiacciato con la sua identità unica e sublime. E invece no, il meglio deve ancora venire. Entriamo nella “Galleria Grande”. Difficile trovare parole per descriverla, mi avventuro.
Pavimentata come una scacchiera bianconera (colori cari a Torino) e costituita da un soffitto apparentemente infinito e da vetrate continue, la Galleria è probabilmente “lo spazio chiuso che guarda all’aperto” più bello che si possa immaginare. Una voliera ideale per sentirsi come un cardellino della natura. Interminabile, delicata, geniale nella progettazione, fa venire voglia di lanciarsi in un valzer sospeso, cercando di prendere il volo come nelle scene romantiche dei film Disney. È vera, l’ho vista, ma non ci giurerei.
Lascio gli aggettivi in Galleria e ormai accecato dalla Venaria mi dirigo verso la fine del percorso. Chiudiamo in chiesa, perché la cappella reale era in realtà una chiesa a tre navate.
I reali seguivano le cerimonie dall’alto su una balconata creata appositamente. Per stare più in alto dei plebei e quasi all’altezza di Dio. La modestia non è il tratto caratteristico di chi si faccia mettere una corona in testa.
La Venaria Reale mi ha sorpreso, andare a Torino e non vederla è come mangiare un gelato senza panna. Non fatelo.