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Premier economista o giurista?

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Ormai in Italia dobbiamo farcene una ragione. Essere economisti per ottenere responsabilità di governo è un titolo in più. Lo abbiamo imparato con Monti recentemente e ancora prima Prodi, ma anche in altre occasioni i più gettonati al titolo di premier in situazioni di emergenza e non solo sono stati gli economisti. Ed ora, guarda caso, se dovesse presentarsi dopo il referendum un nuovo governo, il nome che sta in pole position è quello dell’economista Pier Carlo Padoan. Che sia corretto o meno non sta a noi affermarlo, ma dobbiamo prendere atto che qualche giurista, operatore del diritto o professore universitario, quando si parla di economisti al governo cambia espressione quasi accusasse un senso di inferiorità che per chi sta battendo questo pezzo è assolutamente ingiustificato. Non vi è dubbio però che un confronto tra economisti e giuristi sulle politiche economiche che dominano in Europa sarebbe auspicabile e sarebbe auspicabile che si tenesse su un piano di parità. Ha cercato di farlo, ottenendo un buon risultato, il libro “La domanda inevasa. Dialogo tra economisti e giuristi sulle dottrine economiche che condizionano il sistema giuridico europeo”, edito da “Il Mulino”, curatore L.Antonini. Nel libro si parte dall’assunto che l’unione economica e monetaria nel vecchio continente a partire da Maastricht ha avuto alla base l’applicazione di teorie economiche che la crisi non ha mutato. Piuttosto l’effetto della crisi è stato quello di rinforzare le regole per impegnare la classe politica considerata incapace di mettere a pieno regime le politiche economiche. Per farlo, ad es. nel nostro paese come in altri, il principio del pareggio di bilancio è stato costituzionalizzato e sebbene l’iniziativa richiami aspetti di ordine economico e non giuridico, non si può trascurare il fatto che è stata una innovazione che ha inciso e non poco sul nostro sistema giuridico e non può essere considerata soltanto dal punto di vista economico. Adesso il pareggio di bilancio ha rango costituzionale come la tutela della salute e si potrebbe dire in virtù di questo e per esemplificare che, un tempo per pareggiare il bilancio non si sarebbe potuto chiudere un ospedale come oggi invece sarebbe possibile. Ed allora si fa avanti l’idea che la crisi economica si sia trasformata anche in crisi costituzionale. In merito ci viene in soccorso un altro libro, poco conosciuto in Italia e che ho ricevuto qualche anno fa in regalo dall’autore durante un seminario di filosofia del diritto. Non è stato facile leggerlo ma fortunatamente una lingua neolatina con qualche sforzo si può anche capire. Nel lavoro “De la Crisis Económica a la Crisis Constitucional de la Unión Europea”, l’autore Agustin Josè Mendenez parte dalla considerazione che la crisi finanziaria, economica, fiscale e il modello di unione monetaria ha prodotto una grave crisi di diritto costituzionale democratico che ha messo in discussione le basi economiche dello Stato sociale. Non solo ma tentando di dare una chiave di interpretazione costituzionale della crisi, Mendenez avanza l’ipotesi che per ragioni economiche si è fatto spesso un uso strumentale delle leggi fondamentali. Insomma sarebbe il caso che la sensibilità di un paese cominciasse anche a misurarsi dagli uomini che ne reggono le sorti. Nella nostra Europa non c’è dunque solo una crisi economica da affrontare ma anche una crisi costituzionale. E per affrontare quest’ultima essere economisti non è certo un titolo in più per fare il premier.

Fabio Guarna

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