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A vent’anni da… Titanic – di Maria Palazzo

TITANIC… il film. Sono passati vent’anni.
Questo film mi ricorda cose belle e brutte.
Lo vidi tre volte: con la mia migliore amica Graziella, con i miei, con un’altra amica che me lo chiese.
Tre volte in dieci giorni.
Scene di delirio davanti al cinema, ragazzine con la foto di “Leo” in mano (e non mi trovavo certo a New York, ma a Lamezia Terme, la mia città, quando il cinema era in gran funzione, al centro di Nicastro)…
L’ambivalenza di quel periodo, la ricordo ancora, cercando di creare un distacco, per via del fatto che ero contenta per molte cose e scontentissima per altre.
Per carattere, non ho vissuto, nella mia vita, per fortuna, troppi periodi “ambivalenti”, ovvero “di sospensione” fra ciò che mi sta bene e ciò che non mi va: sono, di solito, decisa e “tranchante” nelle scelte che faccio e, quando scelgo, non ho dubbi, non mi porto mai dietro dei “se” e non volgo mai lo sguardo fuori dalla linea di cammino che decido di percorrere.
Ma, in quell’anno, il 1998, agli inizi (perché, poi, nella seconda parte dell’anno, tutto fu sorprendentemente diverso e migliore), mi trovai a fronteggiare una sorta di “nebulosa”. Come una bolla di sapone che mi avvolgeva, dalle pareti invisibili, impermeabili, ma resistenti.
Ricordare quel periodo, che poi scoprii fosse di preludio al successivo, definitivo, miglioramento della mia vita, in tutti i campi, è come sentire un velo di polvere antica. Una tristezza dimenticata che, stranamente, si collega a quel film, col transatlantico che cola a picco, senza via di scampo.
Tre visioni di TITANIC.
Tre dimensioni diverse.
Tre prospettive differenti.
E un solo, semplice, pensiero: il timore di qualcosa che potesse trascinare anche me.
Di solito, si dice che, quando affronti un vortice, di cui non conosci la natura, puoi solo assecondarne la spirale, come Edgar Allan Poe, nel racconto LA DISCESA DEL MOSKOËSTROM e, se il gorgo ti riporta in superficie, magari con qualche capello incanutito, senti che diventerai invincibile…
Moskoëstrom, Titanic: questo ricordo dei primi sei, strani, mesi del 1998 e di quel film che li ha attraversati come una giostra. Ogni volta che riguardo quel film e penso anche al suo regista (che ha quasi speso la vita per esso), a Leo Di Caprio (che, almeno in Italia, ne è uscito sconfitto, perché, pur essendo un grande, immenso, magistrale attore, tutti lo identificano sempre e solo con Jack), a me che sono rimasta folgorata da quelle immagini, provo un senso di sollievo, nel constatare che quel periodo, esistenzialmente strano, sia durato solo sei mesi.
Eppure aspettavo quel film come un evento e, quando lo vidi con i miei, mi sedetti in mezzo a loro e accolsi la mano di mia madre, che ricordava i giornali che mio nonno aveva conservato, del 1912 (poi periti), con tutta la vicenda del Titanic vero e che mia madre, nata 15 anni dopo, da ragazzina guardava con fascino e tristezza. E col pensiero di un’America lontana, che molta gente nostra aveva portato via…
Come sono legati gli eventi!
È tutto un immenso istante.
Noi percepiamo il tempo come successione di eventi, ma il tempo è, in fondo, un’illusione e tentiamo con l’arte (teatro, cinema, poesia, romanzo, pittura, scultura, musica…) di superarlo, di andare al di là, di cercar e contatti e legami, per non sentirci soli, “scollati” da quel Tutto a cui aneliamo.
Credo che, il successo di un film, di una poesia, di una canzone o di un quadro, non dipenda solo dalla bellezza, ma dal “fil rouge” che è capace di creare. Al di là del contingente, abbracciando l’infinito.

Maria Palazzo