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Il caso Vasì – di Francesco Barbieri

DAVOLI (CZ) – E’ ormai quasi noto come Vasì, località sita in quel di Davoli, sia sede di una discarica di rifiuti urbani, macerie di demolizione, elettrodomestici..
Ciò viene confermato, seppur mai solo ipotizzato, da un progetto di bonifica definitiva dell’area “incriminata”, pubblicato nel 2013 e riscontrabile sul sito della Regione Calabria.
A maggio del 2017 è stato pubblicato il bando per il conferimento dell’opera di bonifica, visionabile sul sito del comune di Davoli e pochi giorni fa è giunta la notizia dell’ormai imminente avvio dei lavori. Tale sito è ormai da anni al centro di dibattiti, anche di pubblico dominio e ciò, come è ovvio che sia, non lascia meravigliati. Difatti, l’importanza della bonifica di tale sito non risiede soltanto nella necessità di apportare urgenti misure per la salvaguardia del territorio, ma anche, e su questo avremo da ridire, nella impellente esigenza di risposte. Quanto alla necessità di apportare urgenti misure, una domanda sorge spontanea: perché, dopo tanti anni, ci siamo ridotti ad intervenire soltanto adesso?
Merita sicuramente di essere evidenziato, a proposito di quanto detto poc’anzi, che ciò non è una critica a questa o a quell’altra amministrazione. Non è intenzione di questo articolo sollevare critiche di parte; ci si limita a sottolineare un’argomentazione importante: la salute e l’ambiente. Quanto alla impellente generica esigenza di risposte… segue ciò: il caso Vasì è, sic et simpliciter, spunto per una più ampia discussione in materia di rifiuti, inquinamento, sanità e tutto ciò che con questi elementi può trovare un collegamento valido.
In via principale non è assente, nella popolazione, un quesito davvero sconcertante: perché molta gente si ammala? Bene, pur volendo evitare dapprima inutili polemiche e spazi comuni sorgenti di populismo, che in questo articolo non possono e non devono trovare casa, non possiamo però non soffermarci sul valore di tale trattazione. Il quesito in oggetto implica a priori due specificazioni: in primo luogo, parlando di inquinamento – e con ciò non si intende riferirsi solo ai comuni luoghi di trattazione v. ad es. quello radioattivo, bensì a tutta la grande famiglia che viene generalmente, in sede di studi, inclusa nel termine “inquinamento” – è fondamentale affidarsi ai riscontri tecnico-scientifici, quelli derivanti da studi accurati, fedeli e meritevoli di tutela. Difatti, lasciarsi coinvolgere da elementi prevalentemente “popolari” non sembra poter essere un buon punto di partenza per discussioni di questo calibro poiché si rischierebbe, con ogni probabilità, di incorrere in una insufficiente nonché infondata replica.
In secondo luogo, ritenere responsabile dell’insorgenza di una patologia, seppur direttamente collegabile al problema inquinamento o ad uno o più fattori ambientali determinati, potrebbe risultare come un errore di non poco conto. Difatti, non si esclude e non lo si è mai fatto, soprattutto in ambito scientifico, che talune malattie siano riconducibili ad una molteplicità di fattori ambientali, generalmente considerati e responsabili in maniera coadiuvata dell’insorgenza di patologie incisive per la salute dell’uomo. Le analisi svolte dagli organi competenti hanno più volte rimarcato la necessità di svolgere ulteriori indagini approfondite e magari circoscritte alle sole aree di interesse, al fine di verificare se persiste una effettiva correlazione tra taluni fattori ambientali determinati e insorgenza di patologie invasive.
Per ulteriore chiarezza, si era tentato di instaurare un contatto con la responsabile dell’organo (a livello provinciale) che si è occupato di tali indagini. Però, la mail inviata non ha avuto seguito, nonostante non fossero domande da un milione di dollari. In via secondaria si evince come l’assenza di dati certi che possano effettivamente imputare a qualcosa la responsabilità delle malattie, fa sorgere la necessità di compiere delle più accurate indagini.
Ciò presuppone non solo la concreta volontà di svolgere tali ulteriori accertamenti, che di sicuro non possono che non essere dispendiosi, ma anche l’effettiva disposizione di risorse umane per la loro esecuzione. Solo in seguito a convincenti e qualificati riscontri si potrebbe iniziare a dare qualche risposta ad un territorio che frequentemente si pone delle domande.
Ma comunque, eravamo partiti da Vasì: è noto come lo studio epidemiologico dello stato di salute dei residenti nella provincia di Catanzaro, in relazione all’inquinamento ambientale effettuato dall’A.S.P., aveva individuato, a Davoli, oltre agli 83 casi incidenti di tumore in cinque anni, anche un eccesso di leucemia mieloide cronica rispetto al riferimento regionale nel genere maschile. A questo punto la domanda sorge spontanea: è lecito chiedersi “perché?”
E poi, chi di competenza, può darci qualche risposta? La nostra terra merita, come prima cosa, il rispetto. Poi tutto il resto.

Francesco Barbieri