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Musica amica-nemica – di Maria Palazzo

Negli stessi giorni in cui, nelle sale cinematografiche impazza, in Italia, il film Bohemian Rhapsody, sulla storia dei Queen, leggendario gruppo rock inglese, e del suo leader, Freddie Mercury, siamo sbattuti al muro dalla tragedia di Corinaldo.
Circa 1400 ragazzi, un numero immenso di minorenni, stipati nella discoteca Lanterna azzurra.
Il paragone è inevitabile…
“Ci hai fatto sentire come se potessimo volare, perciò non diventare del semplice rumore di sottofondo”(Radio Gaga), canta, a squarciagola il grande Freddie, riferendosi agli antichi fasti della radio, sperando che non si spenga del tutto, diventando semplice rumore di sottofondo…
Non riesco a non riferire tale frase alla musica stessa, pensando al rumore prodotto dai brani di Sfera Ebbasta…
Detesto scagliarmi, con in resta le solite frasi che hanno come refrain il trito e ritrito ai tempi miei, oppure il vomitevole: “La musica di una volta”, ma non riesco a far a meno di esprimermi duramente su quanto è successo, in quel locale.
L’accostamento fra il rumore di alcuni ritmi e i testi discutibili che non entrano in testa, quanto la musica ripetitiva e la ressa nei locali, senza controllo e con l’unico scopo di cavalcare l’onda di vendita dei biglietti (incuranti dei fenomeni ricorrenti, in presenza di ragazzini) è impossibile da evitare… Idem l’accostamento fra i ritmi dei grandi rockers e i testi importantissimi, per dare ritmo e per galvanizzare le maree umane.
La musica non è cambiata: segue le onde tipiche di tutti i fenomeni di massa, ma la cosa che risalta agli orecchi degli appassionati, non è la differenza di genere musicale, bensì il suo significato. Da che mondo è mondo, affratella, coinvolge, vivifica: è uno dei pochi fenomeni liberi della Storia, tanto che veniva usata persino dagli eserciti nelle battaglie: dal rumore di rudimentali strumenti a fiato, alle bande militari che seguivano i reggimenti…
Ma, se perdiamo di vista tale concetto, ecco che la musica si trasforma in fruscìo maledetto di soldi da contare, di guadagno facile, che viene dai like dei social media e null’altro. Neppure rumore, ma puro calcolo, mero business, infimo conteggio di danaro.
Già nel 1973 i mitici Pink Floyd scrissero il testo e musicarono Money: soldi… Si ascolta, per tutto il brano, in sottofondo, una specie di calcolatrice infinita di denaro, una sorta di slot machine continua, che riflette, con un tormentone auditivo, il desiderio di fare soldi, di dare importanza al denaro, rievocandolo con un ticchettìo inesorabile:
“Money, so they say is the root of all evil today” (“I soldi, dicono, sono la radice di tutto il male oggigiorno”)…
Spaventosamente profetico, nel suo testo, Roger Waters, nel singolo tratto dal celeberrimo album The Dark Side of the Moon, si scaglia contro l’esclusivo peso dato al denaro, origine di tutti i mali. Ed è questa la terribile colpa che, personalmente, non riesco a non attribuire ad artisti, organizzatori e moderni manager musicali, preoccupati soprattutto di far denaro, non di comunicare attraverso la musica.
Non si tratta di colpe materiali per gli artisti, ma di gravi, a parer mio, responsabilità morali e civili. Far finta di ignorare che la musica si ponga all’ultimo posto nell’interesse della platea, il cui unico scopo è fare tutt’altro, mente in sottofondo la macchina contasoldi globale ticchetta incessantemente in uffici non troppo lontani, anche a costo della vita…
“Money, it’s a gas grab that cash with both hands and make a stash” (“I soldi sono una forza, prendi le banconote con entrambe le mani e fanne un mucchio”), continuano i Pink Floyd…
Il brano mi risuona nella mente, mentre ascolto i Tg, mentre mi passano davanti, in video, le terribili immagini della notte di morte e terrore a Corinaldo, mentre ascolto della madre assurta a martire, nel tentativo di proteggere sua figlia dalla calca. Tentativo, appunto, perché proteggere è un verbo che fa quasi assonanza, ma non certo rima con accontentare… Come amare, pur essendo in rima perfetta con soddisfare (i desideri), di fondo, non può avere significati coincidenti…
Proteggere è non farsi stritolare dall’accontentare: è prevenire, semmai, non darsi in pasto al martirio per futili motivi. Alcuni no hanno, spesso, salvato schiere di vite umane, impedendo di ridurre l’esistenza alla bruta essenza di un numero.
Proteggere è accorgersi, sia pur volendo accontentare, che anche senza lo spray al peperoncino, la situazione di una calca ruggente, non sia l’elemento migliore in cui far immergere una ragazzina di 11 anni…
Se ne esce stritolati, senza respiro e, talvolta, senza vita.
Dolorosamente mi chiedo quanto sia vero (e in quale percentuale), in molti genitori, il desiderio di accontentare e quello di tornare (essi stessi) a quelli che rievocano nostalgicamente come i fasti dell’adolescenza spensierata e irresponsabile; quanto sia vera la volontà di sentirsi vicini ai figli e quanto sia forte, invece, l’illusione di arrestare il tempo…
Oggi molti genitori rispondono di essere impotenti di fronte ai fenomeni globali. E qui casca l’asino, a parer mio! L’impossibilità di opporre resistenza di fronte a qualsiasi cosa, la resa incondizionata di fronte alla massificazione, l’essere incaprettati dal fenomeno di turno, senza stima per se stessi e senza alcuna valida opposizione di ragionamento o di convincimento. Senza alcuna autorità genitoriale di fiducia, se non quella legale, che permette l’entrata in discoteca a minorenni…
Non mi chiedo, come la maggior parte degli adulti: “Dove andremo a finire”, ma rifletto sul come siamo già finiti. Senza tutela per noi stessi, per il nostro stesso sangue, per il nostro stesso futuro.
Ai megaconcerti rock del passato, vi erano molti minorenni, anche lì, spesso, accompagnati dai loro genitori hippies e non posso fare a meno di pensare che, pur fra tutte le peggiori sostanze assunte dai rockers e dai partecipanti, all’epoca, la morte non fosse così gratuita come oggi, alla quale non opponiamo più una benché minima resistenza, ma solo una mentalità da gregge (pecore al macello) o, per dirla sempre con i Pink Floyd mai tramontati, another brick in the wall, un altro mattone nel muro dell’imbecillità!

Maria Palazzo