Hammamet… e dintorni – di Maria Palazzo

Di solito, nel momento in cui decido di andare a vedere un film, non ho alcuna intenzione di leggere o ascoltare i commenti altrui.
Sinceramente, non mi interessa neppure chi siano gli interpreti, se non per un fatto assolutamente di pura conoscenza.
Il regista? Beh, quello mi affascina, direi…
La tematica è importante, ovvero il soggetto a cui il film si ispira.
Ma, al di sopra di tutto, gioca il mio istinto, cioè se voglio o meno vedere il film e la curiosità, per cui mi attira. Ciò mi rende inattaccabile, nel senso che nulla può influenzarmi, tenendo conto solo delle sensazioni, delle specifiche emozioni che, una volta visto, il film mi trasmette.
Pur consapevole del fatto che non si possa consigliare nulla, specie in campo culturale, se dovessi esprimere un parere, direi di seguire sempre le direttive del proprio cuore e della propria curiosità, quando si sceglie di dedicare qualche ora del proprio tempo al grande schermo. Ovviamente, mai trascurando la conoscenza pregressa, riguardo ad attori, registi, Storia del Cinema…
In pratica, utilizzo, per il cinema, lo stesso metodo che uso per la scelta di un libro.
Sono altrettanto consapevole che tutto ciò avvenga in chi abbia una vera passione, per il cinema o la letteratura. Di solito, invece, il pubblico sceglie in base all’autore, all’attore, al regista, alla storia narrata, al sentito dire, ma ciò non mi scoraggia…
Premetto che per il film HAMMAMET, tutto convergeva a stuzzicare la mia curiosità e a suscitare il mio interesse: Gianni Amelio come regista, Pierfrancesco Favino come interprete, la trama incentrata sulla parte finale della vita di Bettino Craxi e, non ultima, la musica dei momenti cruciali, opera del maestro Nicola Piovani… L’unica cosa a sfavore… le dicerie! Ho sentito dire di tutto, su questo film: dai privati ai social, dai critici al pubblico, da amici a conoscenti…
A volte, uscita dal cinema, mi chiedo cosa abbiano visto. Ma è giusto che ognuno dica la sua…
A film fatto, credo di dover dare retta solo a ciò che ho provato.
Innanzi tutto, HAMMAMET è, appunto, un film di Gianni Amelio, un regista che ama la lentezza. Ricordando la lettura del romanzo di Milan Kundera, La lentezza, appunto, ho sempre pensato che Amelio adotti un sistema lento di narrazione filmica, non solo per facilitare l’introspezione del protagonista, ma proprio per portare il fruitore della sua opera a non guardare il film solo per la storia, ma per vivere con lo stesso personaggio, ogni fase che esso attraversi. Succede in molti film di Amelio e, in parte, anche nei suoi corti e nei suoi docufilm: il personaggio principale non corre mai, è sempre soggetto ai ritmi della vita, non a quello della cinepresa…
E’ la prima sensazione avuta già fin dalla prima inquadratura del Craxi-Favino. Così in ogni suo primo piano, in ogni immagine dedicata al personaggio. Il tempo è fondamentale, in Amelio: ti mette in condizione di osservare il personaggio dall’interno. Ho provato le stesse sensazioni, la prima volta in cui vidi IL LADRO DI BAMBINI, in cui il volto di un giovanissimo Enrico Lo Verso, mi rimase impresso per diverse settimane, con l’espressione attonita del personaggio e la malinconia dello sguardo…
Nel volto trasformato, nella dizione simile a quella di Craxi, in maniera impressionante, Favino si fissa insistentemente nella tua retina e nel tuo animo: perdi il contatto con la realtà e sei catapultato nel film, esattamente come ti ritrovavi sulla nave del film LAMERICA…
Amelio, dunque, pone lo spettatore in forma empatica, di fronte al personaggio. La quasi assenza di colonna sonora, convince ancor più: affidati i momenti cruciali a un maestro come Piovani, il pubblico avverte ancor meno distanza col personaggio. Favino, poi, è insuperabile come interprete di storie incentrate su personaggi controversi, dalla personalità e dalla vicenda complessa e la sua trasformazione per somigliare a loro, non toglie nulla all’ammirazione che il pubblico ha per lui, che sia esposta la sua faccia o il trucco necessario… La storia di Bettino Craxi, da molti visto come un eroe, a causa delle difficoltà politiche odierne, o visto come antieroe, per chi le vicende le conosce fin troppo bene, genera contrasti e polemiche. Amelio, con Favino, punta sull’uomo, non trascurando il politico figlio del suo tempo: uomo che ha pagato caro lo sfruttamento, e non il contrasto, del sistema dell’epoca, fatto di bustarelle, vie traverse e corruzione. Un uomo che ha sbagliato e che ha trascinato nella sua caduta tutta la Prima Repubblica. Un uomo che, pur avendo scelto di non pagare in patria, paga altrove e su altri piani, lo scotto delle sue scelte politiche. Amelio non assolve e non condanna Craxi, ne narra la fine, come fosse un Napoleone in esilio, con luci e ombre. Intensa la scena in cui il politico si chiude in macchina, per non essere trasportato in aereo, in Italia, per essere operato. La pioggia, la figlia che cerca di aprire inutilmente la portiera della macchina… e poi l’operazione, la breve convalescenza e l’immagine di fantasia, in cui Craxi si vede incontrare il padre in una dimensione altra, rappresentata fra le guglie del Duomo di Milano e la conseguente rappresentazione di lui bambino, che infrange i vetri delle finestre del suo collegio, lanciando sassi con una fionda… Il tutto con la proverbiale lentezza di cui sopra, che lascia insoluto il problema politico e anche quello morale, ma che risolve tutto, sul piano umano…
Ho amato questo film, proprio per questa pietas, in contrasto con ciò per cui condannammo Craxi nella Storia…
Un bel film, perché, con la sua lenta ricerca, fa comprendere che non è necessario cercare pentiti o pentimenti, ma immergersi, non nelle ragioni, ma nelle contingenze. Un politico visto da se stesso, non dalla Storia, né dalla Morale, ma dalla Vita.
Un bel film che non fa né riflettere, né pensare, ma fa guardare in fondo a una vicissitudine, all’ascesa e alla caduta di un uomo.
Infine, un bel film, perché i personaggi sono visti come sfuocati, rispetto a quello principale: essi ruotano quasi indistinti al suo fianco, impotenti, senza forma, senza forza…
Un bel film perché mi è piaciuto il silenzio e l’immobilità del pubblico in sala e la malinconia velata dei discorsi, uscendo dal cinema, della nostra Italia, da sempre nave sanza nocchiere in gran tempesta…
Maria Palazzo