SATRIANO (CZ) – Sono passati ventiquattro anni da quel giorno. L’11 settembre non è una semplice data. È un punto fermo nella memoria, un giorno che continua a tornare, silenzioso e pesante. Lo affermo non solo per ciò che quell’evento rappresenta nella storia dell’umanità, ma anche per una mia esperienza professionale: tra le tante notizie di portata nazionale e internazionale che si rincorrevano in quelle ore, una – improvvisamente – riguardava da vicino la mia terra. E così, da corrispondente locale, me ne occupai. A volte il giornalismo ti conduce in luoghi che non sceglieresti. Ti pone davanti a storie che non avresti mai voluto raccontare. Ma bisogna scriverle perché questo è il mestiere del giornalista. E quel giorno, per me, fu esattamente così. Collaboravo con il Quotidiano della Calabria, e mi occupavo – tra le altre cose – di cronaca locale. Scrivevo spesso su Satriano, il paese dei miei affetti, della mia infanzia e delle mie radici. Quando arrivò la notizia, e con essa il nome di Joe Riverso, tutto assunse un altro significato. Quella tragedia immensa, che sembrava così lontana, divenne improvvisamente vicina, personale, dolorosamente reale. Joe era un figlio di Satriano. Figlio di Domenico Riverso e Teresina Zangari, emigrati negli Stati Uniti negli anni Sessanta. Una famiglia conosciuta e stimata. E Joe, con quel suo sorriso largo e contagioso, era tornato più volte al paese. Camminava per le vie del centro, salutava, si fermava a parlare. Scrissi mentre ci si attaccava ancora a una speranza, tenue ma viva, che potesse trovarsi fra i sopravvissuti. Di Joe non si avevano notizie: i genitori, angosciati, cercavano disperatamente un segno, un indizio. Nessun riscontro, però, né dalle autorità né dalle liste dei soccorsi. Padre e madre si erano recati ovunque, tra ospedali e centri di accoglienza, nella speranza — purtroppo vana — di trovarlo tra i sopravvissuti. Ne venne fuori una pagina intera, un intero servizio. Non fu facile. Non saprei nemmeno come definirlo, ma, sebbene quello fosse il mio compito, non riuscivo a trattarlo come un semplice pezzo di cronaca. C’era qualcosa che andava oltre, qualcosa che inevitabilmente coinvolgeva anche sul piano umano. Joe era lì, al 104° piano di una delle Torri Gemelle, nel cuore vivo di New York. Da lì non fece ritorno. Di lui, come per tanti altri, non fu ritrovato un corpo. Ma sembra sia stata rinvenuta una traccia. Joe venne riconosciuto tra le vittime di origine italiana delle Twin Towers. Satriano, quel giorno, fu colpita nel cuore. Non fu solo dolore. Fu incredulità. Un figlio del paese, un giovane uomo brillante, 34 anni appena, estroverso, generoso, legatissimo a sua figlia . Aveva costruito la sua vita negli Stati Uniti, ma il filo con la sua terra d’origine non si era mai interrotto. A Satriano gli è stata dedicata una via, a perenne memoria. A 24 anni dalla scomparsa ricordiamo Joe come allora: con quel sorriso che sembrava capace di alleggerire ogni cosa, con la sua presenza luminosa. E per chi lo ha conosciuto negli States, il ricordo è diventato qualcosa di ancora più profondo. Durante una serata organizzata in suo onore, poco tempo dopo il crollo delle torri, un amico, Al Riccobono, lesse un testo commosso e autentico, che ancora oggi sa parlare al cuore. Ne riportiamo – come già fatto in passato – la traduzione italiana, perché quelle parole restituiscono, con semplicità e verità, il ritratto più vivo e sincero di Joe. “Incontrai Joe Riverso una mattina di settembre nel 1976. Arrivò alla St Anthony’s School con il resto della sua classe perché la loro scuola era stata chiusa. Ma chi li voleva qui? Era strano allora, tutti questi ragazzi e ragazze che non ci piacevano e viceversa. Ciò che è accaduto l’11 settembre ha cambiato per sempre le nostre vite. Quasi tutti qui stasera siamo stati direttamente o indirettamente toccati dalla tragedia. Pensare a quello che è successo ci rattrista ed addolora. Vorrei approfittare di questo momento per esprimere le nostre condoglianze a tutte quelle famiglie e amici che sono stati devastati da questa tragedia, osservando un momento di silenzio. Questa sera siamo qui per ricordare e rendere onore al nostro amico Joe Riverso. Conoscevo bene Joe e la sua meravigliosa famiglia da quando avevo sette anni. Chiunque abbia avuto il piacere di conoscere Joe o forse l’incredibile fortuna di essere un suo amico intimo può ora riflettere e pensare quanto sia stato fortunato. Essere vicino a Joe significava una giornata radiosa, un grande sorriso e allegria a volontà. Joe possedeva tutto questo. Lui era la persona più brillante che abbia mai conosciuto. Faceva sentire meglio le persone che gli stavano attorno. Joe aveva una passione per lo sport in genere. Quando Joe si metteva qualcosa in testa, potresti scommettere che l’avrebbe realizzata in maniera eccellente. Ecco chi era Joe. Era dotato di talento atletico, una mente creativa e un cuore molto grande, ecco la ragione per cui Joe era così robusto. Il miglior amico che potevi avere. Joe aveva un’aura intorno a sé che rendeva il mondo un posto migliore. Se avevi avuto una brutta giornata al lavoro o volevi trovare un posto dove sentirti meglio o ridere, bastava andare da lui… Tutti quelli che conoscono o frequentano lo Sport Page sanno esattamente cosa voglio dire. Joe riusciva a coinvolgere tutti, anche le persone che non conosceva. Nessuno ha mai detto una sola parola cattiva sul suo conto. Invece quello che si sentiva dire sempre su di lui era: ‘Oh, è un così bravo ragazzo!’ Joe era così preso dal suo lavoro che non riusciva nemmeno a capire quanto lavorasse duramente, ma era il suo modo di vivere. A volte faceva 3 o 4 lavori simultaneamente, ma per lui era normale. Una volta gli chiesero perché conduceva una vita così frenetica e rispose che dedicava tutto quel tempo al lavoro perché non voleva mai dire NO a sua figlia di sette anni, Danielle, quando gli chiedeva qualcosa. Mi sembra che Joe abbia imparato tutto questo dai suoi genitori, che hanno educato il proprio figlio nel migliore dei modi. Alla sorella di Joe, Maria e ai fratelli Ralph e Will dico: “per favore cercate di ricordare sempre questi bei momenti che dureranno per sempre. Nessuno potrà mai portarli via”. La cena di questa sera è solo un piccolo segno di quanto Joe era amato e stimato e di quanto ci mancherà. E ora ritorno indietro con la mente a quella mattina di settembre nel 1976 alla scuola di St Anthony quando quel ragazzino entrò in classe … vorrei avere saputo già da allora che … stava entrando il mio eroe. Joe, ti volevo molto bene e ti rispettavo tantissimo e ancora non so come farò senza di te, ma come al solito tu probabilmente avrai già la risposta e allora per favore aiutami … Grazie. Al Riccobono (White Plains, NY )” –
Fabio Guarna
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