17 gennaio, La Giornata nazionale del dialetto arriva, puntuale, come certe ricorrenze che sembrano chiedere più riflessione che celebrazione. Di quelle che non reclamano clamore, ma attenzione. Mi è stata ricordata oggi al lavoro. Chi lo ha fatto, ricordandomi anche la ricorrenza della giornata internazionale della pizza, è sempre puntuale, sempre sorridente, capace di attraversare le stanze lasciando una lieve sensazione di vivacità persistente. Ho intuito presto, però, che il suo entusiasmo era rivolto soprattutto all’altra ricorrenza coincidente: la giornata della pizza, che con quella dei dialetti condivide la data. L’intuizione si è confermata osservando il suo stato sui social, dove campeggia una locandina della ricorrenza e subito dopo una pizza fumante e invitante. E, in fondo, come darle torto. Il calendario contemporaneo funziona così: le ricorrenze competono, e quasi sempre vince ciò che si può mordere. In ogni modo, quanto alla pizza, ho fatto la mia parte. Come spesso accade di sabato, questa volta però consumata in versione da taglio (margherita, anche se – a pensarci ora – sarebbe stata più ad hoc, una calabrese per celebrare il dialetto), senza particolari riflessioni esistenziali. Sui dialetti, invece, vale la pena fermarsi un po’ di più. La definizione della Treccani parla di sistema linguistico adoperato in un ambito geografico limitato, privo del prestigio della lingua ufficiale. È una definizione corretta, ma fredda. Perché, per chi lo parla, il dialetto non è una “varietà” dell’italiano: è un’altra lingua. Con una grammatica implicita, un lessico emotivo autonomo, una musicalità propria. E soprattutto con la capacità di dire cose che l’italiano standard, spesso, non riesce a dire allo stesso modo. Parlare più lingue, anche se queste non hanno riconoscimenti ufficiali, è un arricchimento profondo. Significa abitare più punti di vista. Il dialetto racconta il territorio, il lavoro, il clima, i rapporti umani. Non è un residuo del passato, ma una competenza radicata. Ed è osservando la struttura dei dialetti che emerge una riflessione curiosa: avete mai pensato che il calabrese, come molti dialetti del Sud, non ha il futuro? Tecnicamente è vero. Il futuro esiste come concetto, ma non come tempo verbale autonomo. Si dice: domani vaju a Catanzaro, u tg dissa ca a simana prossima chiova, stasira mangiàmu a pizza. È il contesto a fare il lavoro che altrove svolge la grammatica. Una struttura antica, coerente, funzionale. Eppure l’idea di una lingua “senza futuro” colpisce, quasi fosse il riflesso di una condizione esistenziale. Il tempo che conta è quello che c’è. Il domani non si promette: si attraversa quando arriva. In questa sintassi c’è una visione del mondo fatta di adattamento, prudenza, resistenza. E diventa difficile non leggere, in controluce, una metafora più ampia: terre a cui il futuro è stato spesso raccontato, raramente consegnato. E quasi sembra che una lingua senza futuro sia anche la lingua di un popolo senza speranza. Ma voglio essere ottimista, perché non è detto che sia così. Forse è una lingua che non rinuncia al domani, semplicemente non lo anticipa. Vive l’attimo, sapendo che è lì che il futuro comincia a prendere forma. È una concretezza che non ha a che fare con lo slogan dell’azione, ma con lo stare: con l’abitare il tempo che c’è, senza proiezioni enfatiche né promesse solenni. Ed è anche per questo che il dialetto (quello del sud per quel che ci riguarda) è davvero un’altra lingua. Non solo diversa. E’ anche un’altra visione del tempo.
Fabio Guarna
Soverato News

