Dalla ricreazione a WhatsApp: cronache di “giambonetti”

Mi è arrivato un WhatsApp. Di quelli che sembrano innocui e invece aprono falle nel tempo. A mandarlo è stato un ex compagno di scuola, sì, ma soprattutto un amico: uno di quelli con cui i banchi sono rimasti alle spalle da anni, mentre le chiacchierate no. Con lui e col gruppo di amici nato da allora, non abbiamo mai smesso di raccontarci cose, di scambiarci pezzi di vita, aggiornamenti e ricordi. Nel messaggio c’era una foto di una confezione di snack senza troppi preamboli. Su di essa (una bustina) c’era scritto “Jumbonetti”. Proprio loro, i giambonetti: noi li chiamavamo così. E, appena osservata, ho avuto la netta sensazione che non fosse una semplice immagine mandata per caso. Chi l’aveva inviata sapeva benissimo cosa stesse facendo. O forse lo intuiva soltanto. Io ho risposto, come mi capita quando riconosco un dettaglio che chiede di essere seguito, come una porta socchiusa che invita a entrare: “Con questa immagine mi fai scappare l’articolo”. Ho aggiunto che speravo di trovare il tempo, magari scrivendo tutto di un fiato. E poi, a chiudere, un “sei grande” sincero, detto da amico ad amico, per l’immagine trasmessa e il ricordo fatto riemergere. Perché certi ricordi non arrivano mai da soli: hanno bisogno di qualcuno che li faccia riemergere. E, in questo caso, ne sono quasi certo, quella foto era anche un invito silenzioso a ricordare insieme. Ed eccolo, allora, scritto d’un fiato come promesso, l’articolo, … Scuola media salesiana di Soverato. Ora di ricreazione. Uno sportello a finestra, una fila ordinata, anzi, quasi solenne. La mano che porge le cinquanta lire (o forse cento?), e poi — finalmente — la bustina con all’interno gli snack al gusto prosciutto. I giambonetti erano più di uno spuntino: erano un rito. E lo erano ancora di più perché condivisi. Una volta acquistati, si usciva nel cortile, quello di sopra, e cominciava la parte forse più importante: la pausa dalle lezioni. Oggi la chiamerebbero “pausa didattica”, con tanto di regolamento e burocrazia varia. Ma allora era semplicemente “ricreazione”: un diritto guadagnato tra le interrogazioni, le spiegazioni e i compiti in classe. Eravamo lì, tra le colonne e i muretti, alcuni seduti, altri in piedi, a consumare il giambonetto e, nello stesso tempo, a gustare la vita. Era il nostro modo di stare al mondo: con le mani unte e gli occhi che sognavano l’ora dell’uscita da scuola e i pomeriggi spensierati. Oggi, quel sapore non so più se esista davvero. Forse non c’è più la stessa ricetta. Ma ogni tanto, quando assaggio qualcosa che ci si avvicina anche solo vagamente, o guardo una foto come questa, sento che dentro me si attiva un campanello. Non è golosità. È memoria. Ed è allora che capisco come i dettagli, anche quelli più minuti, possano parlare. Non solo alla testa, ma al cuore. Perché un giambonetto, in fondo, può dirti molto più di una lezione: può raccontarti chi eri, chi sei diventato, e cosa — di tutto questo — porti ancora con te.

Fabio Guarna