Salvatore Sanso (nonno Rino) ci ha lasciati: radici a Montepaone, vita tra famiglia e Ferrovie

Salvatore (Rino) Sanso

MONTEPAONE – Si è congedato con la stessa discrezione che ha caratterizzato il suo modo di stare al mondo. Con quella gentilezza silenziosa che non chiedeva attenzione, ma la meritava. Ha atteso, con pazienza composta, e poi ha lasciato questa vita così come l’ha attraversata: con misura, senza mai cercare il centro della scena. Salvatore Sanso, nonno Rino per gli affezionati nipoti, Rino per tutti, è stato marito, padre, fratello, cognato , suocero, zio, nonno esemplare. E non è una formula, né un elenco di ruoli: è il segno di una presenza piena, costante, sicura. La famiglia era il suo baricentro naturale, il luogo verso cui ogni gesto era orientato. A essa si è donato senza risparmio, con quella premura silenziosa che non ha bisogno di essere raccontata per essere riconosciuta. Restano i suoi racconti, gli aneddoti restituiti sempre con una lieve ironia, mai ostentata. Montepaone, innanzitutto. La passione per la pesca (strumento preferito la “sicciara” per le seppie). E poi le Ferrovie, il lavoro di una vita, iniziato a Torino e proseguito in Calabria, tra tante stazioni che per lui non erano semplici luoghi di passaggio ma frammenti di esistenza: Catanzaro Lido, Squillace, Montepaone, Montauro, Settingiano, e altre ancora. Le nominava come si evocano vecchi amici, ciascuna con una storia, un turno, un episodio da ricordare. Un mestiere svolto con passione autentica e con quella operosità tenace che appartiene a una generazione abituata a fare, più che a dire. Con lui si consegna alla memoria una bella pagina di storia locale: di Montepaone Lido in primis e dei paesi intorno. In molti lo ricordano nelle sue uscite quotidiane, accanto alla tenace e attivissima moglie, Rina (nonna Rina, gasperinese doc, diciamo “gasperisana”, che fa più effetto), legati alle loro abitudini di sempre nella ritualità semplice degli spostamenti tra Montepaone, Gasperina, Soverato, Stalettì, Davoli. Piccoli viaggi, piccole incombenze, che erano in fondo il modo di abitare e vivere il territorio: esserci, senza occupare spazio, ma riempiendolo di senso. Scrivere queste righe non è facile. C’è sempre un punto in cui le parole sembrano inadeguate, come se non riuscissero a contenere ciò che si vorrebbe dire davvero. Chi scrive, però, sente il dovere di aggiungere una cosa semplice e sincera: essere stato suo genero, marito della sua splendida figlia e padre delle sue adorate nipoti, che accompagnava ogni giorno a scuola con premura, con quel piacere silenzioso di chi conosce il valore dello studio e sa quanto conti , è motivo di onore e orgoglio. Un orgoglio quieto, che non fa rumore. Proprio come lui. Firmo io l’articolo. Ma mentre le dita scorrono sulla tastiera, ho la chiara sensazione che questi pensieri non siano soltanto miei: a guidarli, insieme a me, ci sono l’affetto della moglie Rina, lo sguardo della figlia Rosanna – mia moglie – e quello delle nipoti Adele e Martina, le mie figlie.

Fabio Guarna