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Dantedì: ciò che vive nella lingua e oltre noi

In occasione del Dantedì, pubblichiamo questo video. È un giorno che invita a tornare a Dante non come a un monumento, ma come a una presenza: qualcosa che ancora si muove tra le nostre parole, che ancora ci attraversa, se solo si ha la pazienza — e forse l’umiltà — di fermarsi ad ascoltare. Il Dantedì, in questa luce, non è che un punto di convergenza: un tempo segnato, quasi simbolico, in cui una comunità dispersa può ritrovarsi attorno a una stessa voce, a uno stesso testo, riconoscendosi, almeno per un istante, dentro una medesima eredità. Non tanto per celebrare, quanto per riconoscere. E riconoscere Dante significa, inevitabilmente, misurarsi con una parola che non concede scorciatoie. Una parola che chiede interezza, memoria, disciplina — e insieme restituisce, a chi la attraversa, una forma di verità che non si esaurisce nel significato, ma si distende nel suono, nel ritmo, nella tensione morale che la sostiene. Per questo proponiamo questa testimonianza: a Soverato, nel 2004, il Preside Vincenzo Guarna recita interamente a memoria il canto XVII del Paradiso. È un gesto di fedeltà: alla parola appresa, custodita, restituita nella sua continuità. È un modo, semplice e rigoroso insieme, di abitare il Dantedì. Non aggiungendo altro, ma lasciando che sia Dante — ancora una volta — a parlare.

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