Non vi è dubbio che lo scenario internazionale degli ultimi tempi sia segnato da un ricorso sempre più frequente alle armi, quasi che la diplomazia — che pure resta la via maestra — sia divenuta una parentesi. E tuttavia, la storia insegna una verità semplice che anche chi vince, paga. E spesso il vincitore si convince che quel prezzo sia necessario. Un tempo il mondo era leggibile. Due blocchi: URSS e USA, est e ovest. Non era un mondo tranquillo, ma era un mondo chiaro. Si sapeva fin dove spingersi. Oggi la scena è più affollata. Gli Stati Uniti restano centrali, ma non più soli; la Cina avanza con discrezione e metodo; la Russia mantiene un ruolo che non consente di ignorarla. Intorno, alleanze mobili, interessi che si sovrappongono senza mai coincidere del tutto. L’Europa, in questo quadro, è presente ma incompiuta: forte nei principi, meno nella sintesi. Oscilla tra la volontà di incidere e la necessità di tenere insieme posizioni diverse. Ne deriva un equilibrio fragile, meno definito. Non ci sono più linee nette, ma zone grigie. Si coopera e si compete nello stesso tempo. Anche la guerra cambia, non sempre si vede, e spesso si combatte altrove: nelle tecnologie, nelle risorse, nei mercati. È come se, senza dichiararlo, fossero cambiate le regole. Non all’improvviso, ma per accumulo. E così le decisioni si muovono in un campo meno prevedibile. Il punto, allora, non è capire come si svilupperanno le attuali operazioni belliche o come finiranno o dove scoppierà il prossimo conflitto, ma secondo quali logiche matureranno. Perché la sensazione è che la partita continui, ma con regole diverse. E’ un po’ come in una partita a scacchi quando, a un certo punto, ci si accorge che non è cambiata solo la posizione dei pezzi, ma il modo stesso di giocare: le mosse non seguono più gli schemi studiati, le aperture non garantiscono più sicurezza, e la differenza non la fa chi gioca meglio secondo gli schemi, ma chi ha compreso per primo che la partita, silenziosamente è diventata un’altra. – Fabio Guarna
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