Agosto, quando la Calabria torna a casa

Agosto

Agosto, in molti paesi della Calabria, non è semplicemente un mese. È una parentesi. E, come tutte le parentesi, prima o poi si chiude. Basta attraversare uno dei tanti piccoli centri dell’entroterra per rendersene conto. Finestre rimaste chiuse per mesi improvvisamente si spalancano, compaiono automobili che in paese non si sono mai viste. I bar riempiono i tavolini, nelle piazze tornano le voci e persino trovare parcheggio, impresa piuttosto semplice nei mesi invernali, diventa una questione da affrontare con una certa strategia- Sono tornati Quelli di Milano, Torino, Bologna, Roma, etc.. Quelli della Germania e della Svizzera. Quelli che partirono molti anni fa e quelli che, a dire il vero, dalla Calabria non sono mai partiti perché sono nati altrove. Figli e ormai nipoti degli emigrati, che magari parlano con accento milanese ma sanno perfettamente quale porta aprire per entrare nella casa dei nonni. C’è chi torna per il mare, chi per i genitori, chi per gli amici. E c’è chi torna semplicemente perché quella casa chiusa undici mesi all’anno bisogna pur riaprirla. Poi ci sono quelli — e qui la faccenda diventa interessante — che durante l’anno raccontano quanto si viva meglio altrove. E probabilmente hanno ragione. Gli stipendi sono più alti, i servizi funzionano meglio, le occasioni di lavoro sono maggiori. Le grandi città offrono quello che molti piccoli centri calabresi non possono offrire. Tutto vero. Poi arriva agosto.E gli stessi che magnificavano le città del nord affrontano mille chilometri di autostrada, code comprese, per arrivare nel paese dal quale erano stati così contenti di partire. Contraddizione? Non necessariamente. Si può vivere meglio in un posto e sentirsi a casa in un altro. È una delle stranezze dell’emigrazione che le statistiche difficilmente riescono a raccontare. L’anagrafe dice dove risiediamo. Non sempre dice dove apparteniamo. Nei piccoli borghi questa singolare geografia dei sentimenti diventa visibile. Strade silenziose per buona parte dell’anno si riempiono nuovamente di bambini, le sedie tornano davanti alle porte, le piazze diventano salotti. Feste patronali, sagre e concerti ricompongono comunità che per undici mesi sono sparse tra il Nord Italia e mezza Europa fino agli altri continenti. Per qualche settimana sembra quasi che lo spopolamento non sia mai esistito Il guaio è che esiste. E infatti, passato Ferragosto, comincia il controesodo. Una macchina parte. Poi un’altra. Qualcuno anticipa, qualcuno resiste fino alla fine del mese. A settembre i parcheggi tornano abbondanti, al bar non bisogna più aspettare e le finestre, una dopo l’altra, si richiudono.Il paese ritorna quello di prima. Ed è qui che finisce la cartolina e comincia il problema. Perché la vera sfida della Calabria non è riempire i paesi ad agosto. Quello, bene o male, riesce ancora. È tenerli vivi negli altri undici mesi. Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che tutti quelli che sono partiti possano tornare definitivamente. Molti hanno costruito altrove lavoro, famiglia, relazioni, vita. E sarebbe altrettanto ingenuo pensare che bastino nostalgia e qualche tramonto sullo Ionio per invertire decenni di emigrazione. Ma esiste una grande Calabria fuori dalla Calabria. E continua ad avere qui case, affetti, ricordi, proprietà e soprattutto radici. Forse bisognerebbe cominciare da questo dato, senza trasformarlo nella solita retorica del ritorno. Il lavoro a distanza, il recupero delle abitazioni abbandonate, piccoli investimenti, servizi adeguati, permanenze più lunghe potrebbero trasformare almeno una parte di questo rapporto sentimentale in qualcosa di più concreto. Agosto, in fondo, è una prova generale. Per qualche settimana vediamo come sarebbero molti nostri paesi se avessero ancora persone nelle case, bambini nelle strade, clienti nei negozi e conversazioni nelle piazze. È una bella fotografia. Peccato che duri poco. Tra qualche giorno ricominceranno le partenze. Le valigie finiranno nei portabagagli, qualcuno controllerà il traffico sull’autostrada, qualcun altro saluterà dalla porta promettendo, come ogni anno, che la prossima volta resterà qualche giorno in più. Poi l’automobile svolterà all’ultima curva. Il paese tornerà silenzioso. E avrà davanti undici mesi per aspettare di nuovo agosto.