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Pensieri

Favole di Fedro: un calvo e un tale altrettanto privo di capelli

TESTO LATINO Invenit calvus forte in trivio pectinem. Accessit alter aeque defectus pilis. "Heia." inquit "in commune quodcumque est lucri." Ostendit ille praedam et adiecit simul: "Superum voluntas favit; sed fato invido Carbonem, ut aiunt, pro thesauro invenimus". Quem spes delusit, huic querela convenit. TRADUZIONE LIBERA IN ITALIANOUn calvo e un tale altrettanto privo di capelli. Un calvo trovò per caso un pettine in un incrocio. Mentre continuava un altro, altrettanto privo di capelli gli si avvicinò. "Orsù - disse - poni in comunione qualsiasi cosa ci sia di guadagno. Quegli fece vedere quanto ritrovato, e aggiunse nel contempo: "la volontà degli dei ci ha favorito; ma per un invidioso destino trovammo, come si suol dire, un carbone invece di un tesoro. Il piagnisteo conviene a colui che la speranza ha deluso.

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Favole di Fedro – Fabularum Phaedri – Il toro e il vitello – Taurus et Vitellus

TESTO LATINO Taurus et Vitellus Angusto in aditu taurus luctans cornibus Cum vix intrare posset ad praesepia, Monstrabat vitulus quo se pacto plecteret. "Tace" inquit "ante hoc novi quam tu natus es". Qui doctiorem emendat sibi dici putet. TRADUZIONE LIBERA IN ITALIANO... Il Toro e il Vitello Mentre un toro, dimenandosi con le corna in un varco angusto, riusciva a stento ad entrare alle mangiatoie, un vitello gli indicava in quale maniera dovesse curvarsi. "Taci" disse "prima che tu fossi nato io appresi ciò". Chi corregge uno più istruito, metta in conto che questo è detto per lui.

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Favole di Fedro – Fabulae Phaedri – De vitiis hominum – I vizi degli uomini

Fabulae Phaedri – De vitiis hominum Favole di Fedro – I vizi degli uomini Traduzione libera in italiano Testo latino De Vitiis Hominum Peras imposuit Iuppiter nobis duas: propriis repletam vitiis post tergum dedit, alienis ante pectus suspendit gravem. Hac re videre nostra mala non possumus; alii simul delinquunt, censores sumus. Traduzione libera in Italiano... I Vizi degli Uomini Giove mise sopra di noi due sacche: una piena dei nostri difetti ce la mise sulle spalle, l'altra pesante dei difetti degli altri sospesa fissò davanti al nostro petto. Per queste ragioni non possiamo vedere i nostri difetti; non appena gli altri commettono uno sbaglio siamo giudici inflessibili.

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Fabularum Phaedri – Liber I – Rana Rupta Et Bos (Fedro) – libro I – La Rana scoppiata e il bue

TESTO LATINO Fedro - Fabularum Phaedri - Liber I - Rana Rupta Et Bos RANA RUPTA ET BOS Inops, potentem dum vult imitari, perit. In prato quondam rana conspexit bovem, et tacta invidia tantae magnitudinis rugosam inflavit pellem. Tum natos suos interrogavit an bove esset latior. Illi negarunt. Rursus intendit cutem maiore nisu, et simili quaesivit modo, quis maior esset. Illi dixerunt 'bovem'. Novissime indignata, dum vult validius inflare sese, rupto iacuit corpore. TRADUZIONE LIBERA IN ITALIANO LA RANA SCOPPIATA E IL BUE... Il povero muore  quando vuole imitare il potente. La rana in un prato scorse un bue. e colpita d'invidia della grande dimensione, rigonfiò la sua pelle rugosa. Quindi domandò ai figli se era più larga del bue: ed essi negarono. La pelle ancora con uno sforzo stese, e chiede di nuovo  ai figli chi era più grande. Questi dissero il bove. Indignata per l'ultima volta, fece un ultimo sforzo. Si gonfiò ancora, scoppiò e morì.

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Traduzione libera dal latino: Ab Urbe condita liber I, 2

TESTO LATINO - Ab Urbe condida liber I, 2 Bello deinde Aborigines Troianique simul petiti. Turnus, rex Rutulorum, cui pacta Lavinia ante adventum Aeneae fuerat, praelatum sibi advenam aegre patiens simul Aeneae Latinoque bellum intulerat. Neutra acies laeta ex eo certamine abiit: victi Rutuli: victores Aborigines Troianique ducem Latinum amisere. Inde Turnus Rutulique diffisi rebus ad florentes opes Etruscorum Mezentiumque regem eorum confugiunt, qui Caere opulento tum oppido imperitans, iam inde ab initio minime laetus novae origine urbis, et tum nimio plus quam satis tutum esset accolis rem Troianam crescere ratus, haud gravatim socia arma Rutulis iunxit. Aeneas, adversus tanti belli terrorem ut animos Aboriginum sibi conciliaret, nec sub eodem iure solum sed etiam nomine omnes essent, Latinos utramque gentem appellavit. Nec deinde Aborigines Troianis studio ac fide erga regem Aeneam cessere. Fretusque his animis coalescentium in dies magis duorum populorum Aeneas, quamquam tanta opibus Etruria erat ut iam non terras solum sed mare etiam per totam Italiae longitudinem ab Alpibus ad fretum Siculum fama nominis sui inplesset, tamen, cum moenibus bellum propulsare posset, in aciem copias eduxit. Secundum inde proelium Latinis, Aeneae etiam ultimum operum mortalium fuit. Situs est, quemcumque eum dici ius fasque est, super Numicum flumen: Iovem indigetem appellant. TRADUZIONE LIBERA IN ITALIANO - Ab Urbe condita liber I, 2 Successivamente, Aborigeni e troiani dovettero combattere insieme una guerra. Turno, re dei Rutuli, al quale era stata promessa in sposa Lavinia prima dell'arrivo di Enea, non accettando di buon grado che lo straniero gli fosse stato anteposto, entrò in guerra simultaneamente con Enea e con Latino. Nessuno dei due contendenti poté farsi piacere dell'esito di quel combattimento: i Rutuli furono vinti, però i Troiani e gli Aborigeni, nonostante risultassero vincitori, persero il loro comandante Latino. X  Quindi Turno e i Rutuli, demoralizzati per la situazione del momento, fecero ricorso alle fiorenti risorse degli Etruschi e del loro re Mesenzio il quale imperava sull'allora opulenta città di Cere. Questi, poiché   sin dal principio non aveva gioito della fondazione della nuova città e in quel momento considerava la crescita della potenza troiana come un pericolo imminente e smisurato per la salvaguardia dei popoli vicini, si unì in armi con i Rutuli. Enea, spaventato innanzi all'eventualità di una simile guerra, per conquistarsi la benevolenza degli Aborigeni e affinché tutti fossero uniti non solo sotto lo stessa potere ma anche sotto lo stesso nome, chiamò Latini entrambi i popoli; né più da quel momento gli Aborigeni si mostrarono inferiori ai Troiani quanto a devozione e lealtà nei confronti del re Enea. Forte di questi animi e della sintonia che aumentava sempre di più tra i due popoli col passare dei giorni, Enea, sebbene l'Etruria avesse una tale possibilità di impiego di mezzi da raggiungere con la sua fama non solo la terra ma anche il mare per tutta l'estensione dell'Italia - dalle Alpi allo stretto di Sicilia -, fece scendere lo stesso in campo le sue milizie pur potendo allontanare l'attacco dalle mura. Si trattò del secondo combattimento per i Latini. Per Enea, invece, fu l'ultima opera da mortale. Comunque si dica di lui, dio o uomo, egli è sepolto sulle rive del fiume Numico e la gente lo indica col nome Giove Indigete.

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Traduzione libera dal Latino – Fedro: la volpe e il corvo

Traduzione libera dal Latino - Fedro: la volpe e il corvo Testo latino Cum corvus caseum de fenestra raptum comedere vellet, celsa residens arbore, vulpes hunc vidit, deinde sic coepit loqui: "O qui tuarum, corve, pennarum est nitor! Quantum decus corpore et vultu geris! Si pulchram vocem haberes, nulla ales te prior esset". At ille stultus, dum vult vocem ostendere, emisit ore caseum, quem celeriter dolosa vulpes avidis rapuit dentibus. Tunc demum ingemuit corvus deceptus stuporem. Haec fabula probat quantum ingenium valeat. Traduzione libera in Italiano... Mentre un corvo si apprestava a mangiare del formaggio rubato da una finestra, appoggiato sulla sommità di un albero, lo scorse una volpe e cominciò a parlargli: "Che splendore è delle tue penne, Corvo!  Quanta bellezza nel corpo e nel volto possiedi! Se avessi una bella voce, nessun uccello sarebbe più grande di te". Allora quello stolto, mentre tentava di far sentire la voce, mollò il formaggio dalla bocca, che la furba volpe con prontezza prese con i denti affamati. Solo allora il corvo gabbato si dolse della sua stoltaggine. Questa fiaba dimostra quanto abbia valore  l'intelligenza.

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Traduzione libera dal latino – DE OTIO 2 – Seneca

TRADUZIONE LIBERA DAL LATINO - DE OTIO - 2 SENECA Nunc probabo tibi non desciscere me a praeceptis Stoicorum; nam ne ipsi quidem a suis desciuerunt, et tamen excusatissimus essem, etiam si non praecepta illorum sequerer sed exempla. Hoc quod dico in duas diuidam partes: primum, ut possit aliquis uel a prima aetate contemplationi ueritatis totum se tradere, rationem uiuendi quaerere atque exercere secreto; 2. deinde, ut possit hoc aliquis emeritis stipendiis, profligatae aetatis, iure optimo facere et  - ad alios actus animos -  referre, uirginum Vestalium more, quae annis inter officia diuisis discunt facere sacra et cum didicerunt docent... TRADUZIONE LIBERA Ora ti persuaderò che non mi sono separato dai precetti degli Stoici; infatti gli stessi non abbandonarono certamente le loro idee, ma sarei stato comunque molto giustificato, anche se avessi seguito non i loro precetti ma i loro esempi. Dico questo in due prospettive differenti: la prima, affinchè qualcuno possa fin dalla prima età  indirizzarsi alla contemplazione della verità con tutto sé stesso, il chiedere e l' esercitare segretamente la ragione del vivere; secondo, che possa questo qualcuno di grande autorevolezza, una volta anziano, dettar legge con grande autorità per  recare beneficio agli altri animi, con il costume delle Vergini Vestali, che in anni diversi imparano tra i loro doveri il celebrare le funzioni sacre e quando hanno imparato insegnano a loro volta.

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De Bello Civili, Liber I, Caesar – Traduzione libera

De Bello Civili, Liber I, Caesar - Traduzione libera TESTO LATINO Litteris Cai Caesaris consulibus redditis aegre ab his impetratum est summa tribunorum plebis contentione, ut in senatu recitarentur; ut vero ex litteris ad senatum referretur, impetrari non potuit. Referunt consules de re publica [in civitate]. [Incitat] L. Lentulus consul senatu rei publicae se non defuturum pollicetur, si audacter ac fortiter sententias dicere velint; sin Caesarem respiciant atque eius gratiam sequantur, ut superioribus fecerint temporibus, se sibi consilium capturum neque senatus auctoritati obtemperaturum: habere se quoque ad Caesaris gratiam atque amicitiam receptum. In eandem sententiam loquitur Scipio: Pompeio esse in animo rei publicae non deesse, si senatus sequatur; si cunctetur atque agat lenius, nequiquam eius auxilium, si postea velit, senatum imploraturum. TRADUZIONE LIBERA Dopo che la lettera di Caio Cesare fu recapitata ai consoli, si  riuscì con fatica che questi, dopo la viva insistenza dei tribuni della plebe, leggessero il contenuto in senato; ma non si riuscì ad ottenere che sull'argomento si aprisse una discussione in senato. I consoli riferiscono sulla situazione politica cittadina. Il console Lucio Lentulo dichiara che non mancherà  il suo sostegno al senato e alla Repubblica, se i senatori vorranno esprimere le proprie opinioni con coraggio e decisione; se invece essi hanno deferenza per Cesare e ricercano la sua amicizia, come hanno fatto nei tempi passati, egli assumerà una posizione nel proprio interesse senza piegarsi all'autorità del senato; del resto anch'egli ha modo di trovare riparo nella benevolenza e nell'amicizia di Cesare. Allo stesso modo si esprime Scipione: è nell'animo di Pompeo difendere la Repubblica, se il senato lo appoggia; ma se il senato non si sa decidere o agisce con troppa debolezza, se in seguitò lo vorrà, invano supplicherà il suo aiuto.

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Favole di Fedro

Favole di Fedro - Libro III - Fabularum Phaedri - liber tertius La vecchia all'anfora Traduzione libera TESTO LATINO Anus iacere vidit epotam amphoram, Adhuc Falerna faece ex testa nobili Odorem quae iucundum late spargeret. Hunc postquam totis avida traxit naribus: "O suavis anima. quale te dicam bonum Antehac fuisse, tales cum sint reliquiae?" Hoc quo pertineat, dicet qui me noverit. TRADUZIONE LIBERA IN ITALIANO Una donna anziana vide giacere un'anfora il cui contenuto era stato bevuto, che ancora trasmetteva da lontano dalla nobile terra cotta l'odore piacevole dei residui di Vin di Falerno. Dopo che aspirò con tutte le narici l'odore: “ O che piacevole diffusione! Qual bene dirò io essere stato prima d'ora in te, poiché i residui son tali?” Chi mi avrà conosciuto, dirà a quale scopo ciò miri.

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Tacito – agricola – 1 – traduzione libera

TACITO AGRICOLA – 1 - TESTO LATINO (1) Clarorum virorum facta moresque posteris tradere, antiquitus usitatum, ne nostris quidem temporibus quamquam incuriosa suorum aetas omisit, quotiens magna aliqua ac nobilis virtus vicit ac supergressa est vitium parvis magnisque civitatibus commune, ignorantiam recti et invidiam. (2) Sed apud priores, ut agere digna memoratu pronum magisque in aperto erat, ita celeberrimus quisque ingenio ad prodendam virtutis memoriam sine gratia aut ambitione bonae tantum conscientiae pretio ducebatur. (3) Ac plerique suam ipsi vitam narrare fiduciam potius morum quam adrogantiam arbitrati sunt, nec id Rutilio et Scauro citra fidem aut obtrectationi fuit: adeo virtutes iisdem temporibus optime aestimantur, quibus facillime gignuntur. (4) At nunc narraturo mihi vitam defuncti hominis venia opus fuit, quam non petissem incusaturus: tam saeva et infesta virtutibus tempora. TRADUZIONE LIBERA IN ITALIANO L'antica abitudine di tramandare ai posteri i valori e le gesta dei grandi uomini, nonostante i contemporanei dedichino poca attenzione a quelli viventi, si mantiene valida anche per il presente ogni volta che una espressione di virtù grande, anzi nobile riesce a eliminare un vizio comune alle piccole come alle grandi società: l'ignoranza del giusto valore e l'invidia. Ciò nonostante per gli antichi era più semplice e facile compiere imprese leggendarie e d'altra parte i più capaci erano spinti a celebrarne il ricordo non per partito preso o ambizione, ma sole per dovere di coscienza. Piuttosto molti pensarono che narrare la propria vita fosse un segno di fiducia nei propri meriti più che un gesto di superbia, e l'averlo fatto non privò di credibilità Rutilio o generò disapprovazione: tanto credito ha la virtù nei tempi in cui si manifesta nella maniera più spontanea. Oggi invece, nel momento in cui mi appresto a narrare la vita di un defunto, devo chiedere quella comprensione che non domanderei se mi ergessi ad accusatore: tanto duri e ostili sono i tempi a ogni a ogni forma di virtù.

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