Personaggi

Marco Tullio Cicerone

Cicerone Dire di Cicerone significa scrivere non solo di un grande statista, ma anche di un grande giurista, avvocato e filosofo. Per conoscerlo meglio ci limiteremo ad accennare ad alcuni episodi della sua vita citando infine alcune delle sue opere. Ma per valorizzare la figura del grande uomo, pensiamo sia opportuno analizzare e quindi tradurre alcune sue opere. Lo faremo con lo spirito di chi traduce per conoscere lo stile dell'autore e non con il solo fine di fare una traduzione corretta. Non è escluso, infatti, che qualche traduzione possa contenere qualche imprecisione, ma per noi è il senso degli scritti o delle orazioni di Cicerone, che riteniamo sia giusto trasferire ai lettori. Dunque dicevamo della vita di Cicerone. Marco Tullio Cicerone nacque ad Arpino nel 106 a.C., il padre (Marco Tullio Cicerone il vecchio) avviò agli studi forensi i figli Marco e Quinto portandoli a Roma. Qui Cicerone ebbe la possibilità di istruirsi ascoltando Licinio Crasso e Marco Antonio fra i più grandi oratori dell'epoca, mentre per quanto riguarda gli studi di legge, fu erudito da Quinto Muzio Scevola. Dopo il servizio militare continuò a studiare ed ebbe modo di seguire gli insegnamanenti degli epicurei fra cui Zenone. La sua carriera forense cominciò nell''81 con l'orazione Pro Quinctio a cui seguirono tante altre. Fra queste segnaliamo la Pro Roscio Amerino che rappresenterebbe un piacevole esercizio di traduzione per chi volesse cimentarsi. Quindi, armatevi di vocabolario latino o dizionario latino e procedete.Proseguendo con la vita di Cicerone dobbiamo dire che negli anni '70 a.C., dapprima viaggiò in Grecia (meta d'obbligo per i Romani dell'epoca che volevano approfondire i loro studi) dove conobbe lo stoico Posidonio, quindi tornò nella Capitale per iniziare la sua carriera politica. Divenne quindi Questore e durante il mandato si impegnò nella causa contro il propretore Verre, affidatagli dai siciliani. Verre fu costretto a dimettersi e le orazioni ( c.d. Verrine) preparate da Cicerone contro di lui, rappresentano anche uno spaccato storico del costume dell'epoca durante la quale la nobiltà corrotta viene smascherata da Marco Tullio Cicerone che però non attaccò l'istituzione senatoria. Dopo l'elezione a Questore per Cicerone fu un continuo successo in campo politico. Divenne Edile nel 69 a.C. e nel 66 a.C. fu eletto all'unanimità Pretore. Nel 64 a.C. grazie al voto delle centurie ebbe il Consolato. Durante questo periodo si impegnò per impedire a Catilina di candidarsi nuovamente al senato. Una candidatura che aveva preoccupato i benestanti dell'epoca per l'intenzione di Catilina di volere proporre un progetto in cui sarebbero stati rimessi i debiti. Cicerone alimentò le voci che giravano all'epoca (in questo senso si rivelò anche un esperto di comunicazione) che davano Catilina organizzatore di una congiura contro la Repubblica. Il console pronunciò le quattro famose Catilinarie che costrinsero Catilina ad abbandonare la città. Furono fra le orazioni migliori tenute dal grande statista romano, le quali come potrete notare, poco alla volta stiamo traducendo e mettendo in rete (In catilinam). L'accordo fra Cesare e Pompeo ai danni dell'aristocrazia senatoria segnò il declino di Cicerone che però ebbe l'occasione di risorgere quando durante il primo triumvirato gli fu proposto di sostenere la legge agraria a favore della plebe più povera. Cicerone però non si prestò, probabilmente per non sembrare un traditore dell'aristocrazia e per non perdere l'immagine di uomo attaccato all'ordine legale. Restò quindi fuori dalla politica per molto tempo anche se il tribuno della plebe Clodio, antico nemico di Cicerone, fece in modo di fare condannare all'esilio il grande giurista e oratore romano. Dopo qualche anno, riuscì a tornare a Roma, dove pronunciò l'orazione Pro Sestio sostenendo la necessità di fare un fronte comune contro i populares. Durante uno degli sconti fra possidenti e plebei, Clodio venne ucciso da Milone che Cicerone difese (Pro Milone). La folla però inferocita non fece pronunciare a Cicerone l'orazione a difesa di Milone e quest'ultimo fu condannato all'esilio. Nel 51 a.C. Cicerone fu proconsole in Cilicia durante il periodo in cui la guerra civile a Roma sembrava alle porte e quando tornò nella capitale il grande oratore si batté per frenare gli animi di Cesare e Pompeo senza alcun esito. Allo scoppio della guerra civile fu al seguito dei pompeiani abbandonando l'Italia. Dopo la guerra civile Cesare lo perdonò nel 47 a.C. e Cicerone tentò di collaborare con il divino Giulio. Tentativo fallito per la piega assolutistica che aveva assunto il governo di Cesare. Quando Giulio Cesare morì, Cicerone riprese l'attività politica attaccando fortemente Marco Antonio e pronunciando 14 orazioni dette Filippiche. Cicerone si schierò dunque con Ottaviano anche se dopo il secondo triumvirato a nulla valse il disaccordo di quest'ultimo di cancellare dalle liste di proscrizione Marco Tullio Cicerone. Antonio impose il nome di Cicerone sulle liste di proscrizione e il grande oratore, giurista e filosofo romano fu ucciso dai sicari nel dicembre del 43 a.C. nella sua villa di Formia. Fra le opere di Cicerone ricordiamo: De domo sua ad pontifices, De Haruspicum responso, De Lege Agraria, In L.Calpurium Pisonem, In Verre actio prima, In Catilinam I-IV, Oratio cum popolo gratias egit, Philippicae orationes, Pro T.Annio Milone, Pro Archia, Pro P.Cornelio Sulla, Pro L.Cornelio Balbo, Pro M.Marcello, Pro Sex Roscio Amerino.

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Oddone (Eudes), conte di Parigi

Oddone fu dapprima conte di Parigi e successivamente re dei Franchi dall'anno 888 d.C. Faceva parte della dinastia dei Robertingi, ragion per cui nell'anno 886 ricevette in eredità il titolo di Conte di Parigi. Figlio di Roberto il Forte, Oddone si distinse quando i Normanni assediarono Parigi, rivelando grandi doti e durante i primi anni del suo regno (successe a Carlo III il Grosso). I Normanni però, che sconfissero ripetutamente i Franchi, indebolirono la sua autorità tanto che sul finire dell'800, intorno all'anno 897 d.C. Oddone fu costretto a riconoscere come suo successore Carlo III il Semplice, già incoronato a Reims nell'893 grazie all'appoggio dei feudatari (quasi tutti) del nord della Francia. Ad abundatiam: quanto alla dinastia dei Robertingi di cui Oddone faceva parte, va riferito che il regno dei franchi occidentali visse per lungo una lunga contesa che contrapponeva la dinastia che aveva come discendente Carlo Magno (Carolingi di cui era discendene Carlo III il semplice) a quella dei conti di Parigi (appunto Robertingi).

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Vitruvio – Marco Vitruvio Pollione

Sulla vita di Marcus Vitruvius Pollio (Marco Vitruvio Pollione) non si hanno molte notizie. Fu un architetto che svolse la sua opera al comando di Giulio Cesare, dirigendo in qualità di ufficiale alle macchine belliche. Si sa che durante Augusto progettò e costruì la basilica di Fano ed è forse l'unico scrittore latino di architettura la cui opera sia arrivata sino ai giorni nostri. Fu un grande architetto come è possibile rilevare dai richiami alle sue opere che spesso si ritrovano in autori successivi. Scrisse "De architectura" (L'architettura), un trattato in 10 libri pubblicato sotto Augusto (intorno agli anni venti a.C.)  che fu tenuto in grande considerazione durante il rinascimento da Poggio Brocciolini rappresentando la base dell'architettura dell'occidente per alcuni secoli.

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Svetonio

PERSONAGGI Gaio Svetonio Tranquillo Gaio Svetonio Tranquillo (storico romano) nacque intorno al 70 d.C. e apparteneva ad una famiglia di ceto equestre. Fece parte della corte (oggi diremo dello staff) dell'imperatore dell'epoca Adriano divenendo magiser epistolarum ovvero segretario personale. Non si hanno molte notizie sulla sua vita e spesso quelle poche che si trovano non sono certe. Sembra che nel 122 fu allontanato dall'imperatore Adriano e morì intorno fra intorno al   130 d.C. Fra le sue opere ricordiamo. De viris illustribus e  De vita Caesarum. In quest'ultima si narra la vita di Cesare, Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano . Poiché Svetonio faceva parte della corte imperiale, aveva a disposizione molti documenti ufficiali che gli consentirono di completare l'opera, ma il lavoro dello storico romano non si fermò soltanto all'utilizzo di queste fonti in quanto Svetonio si servì anche di testimonianze orali e di scritti dell'epoca non ufficiali.

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Marco Calpurnio Bibulo

Marco Calpurnio Bibulo Le notizie che abbiamo su Marco Calpurnio Bibulo ci consentono di dire che fu un uomo politico dell'epoca Romana che svolse la sua azione durante il I secolo a.C. e che fu rivale, forse fino all'eccesso, del grande Gaio Giulio Cesare, con il quale divise il consolato durante il 59 a.C. L'autorevolezza di Cesare frenò sempre le ambizioni di Marco Calpurnio Bibulo che addirittura durante il consolato, talmente veniva considerato figura secondaria rispetto all'altro console (Cesare), i romani indicavano l'anno di consolato dei due con il nome di "consolato di Giulio e Cesare" piuttosto che di "Cesare e Bibulo". Bibulo raccolse solo insuccessi contro Cesare al punto che dopo i sei mesi di consolato si chiuse in casa non partecipando alle sedute del senato romano. Quando scoppiarono le guerre civili, Bibulo si schierò al fianco di Pompeo contro Cesare. Bibulo diventa nel 49 governatore della Siria e muore nel 48 a.C., in Epiro (sembra per una malattia), mentre guidava la flotta di Pompeo.

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La cultura calabrese piange Vincenzo Guarna

Scansione dell'articolo Nato da genitori satrianesi in Jugoslavia(allora in parte italiana) era sempre vissuto a Satriano Con la scomparsa di Vincenzo Guarna  la cultura calabrese è in lutto è stato da più parti sottolineato nell'anniversario della sua recente scomparsa. Vincenzo Guarna, da Satriano, era un intellettuale profondo, che sapeva trovare il gusto della vita nella poesia e nella sua spiccata vocazione di educatore. Riservato quanto aperto alla dinamica culturale moderna aveva in  Eugenio Montale  il simbolo e l'amante per il culto del sapere legato alla stravaganza della vita della quale bisogna saper cogliere gli attimi di ispirazione e i reconditi pensieri che s'annidano nell'animo dell'uomo.Vincenzo Guarna è stato educatore e Preside in diversi Istituti della provincia di Catanzaro, ma il suo “rifugio” preferito è stato l'Istituto Alberghiero di Soverato che  adesso ha deciso di intestare la scuola al suo nome, alla sua persona perché per anni  aveva saputo prendere per mano e portarla in alto, tant'è che il suo Istituto, i suoi chef, la sua scuola è divenuta nota anche all'estero. Vincenzo Guarna era nato in Jugoslavia (allora una parte era italiana) dove il padre satrianese era maresciallo nella Finanza, ma Vincenzo Guarna era cresciuto a Satriano e a Satriano è rimasto legato fino alla sua prematura scomparsa. Qui conta sempre i suoi amici veri che continuano a ricordarlo con affetto e che hanno seguito la sua ascesa con orgoglio e trepidazione. Viene ricordato ragazzo, giovane, uomo professionista affermato e cultore di Eugenio Montale. Il suo ultimo lavoro è proprio su Montale “Satura lanx” dove l'acume di Vincenzo Guarna  riesce a interpretare e a dare l'esatto intendimento di Montale al termine latino “satura”, inteso come mescolanza di toni elegiaci e lirici da una parte e satirici dall'altra, e di cui è permeata la poesia di Montale. Vincenzo Guarna oltre a studi su Montale ha lasciato parecchi scritti  in prosa e poesia e ultimamente stava lavorando  ad una storia su Satriano  intorno agli anni 1938 “quando a un tratto si immerse nell'inverno e nel Medioevo. Spazzata da un gelido vento di tramontana l'aria si fece tesa e vetrina, i giorni divennero cupi e brevi, e al tramonto lente processioni percorsero salmodiando le strade, si fermarono supplici ai calvari, s'incontrarono ai crocevia e ivi sostarono ad ascoltare predicatori estemporanei compitare dall'alto di una scala o di un balcone, terrei in volto per il clima e la novità dell'esperienza, lunghi fogli dal linguaggio apocalittico intriso di esclamazioni”. Amava Montale, la Scuola, la sua famiglia e sul padre sofferente, tra l'altro, scriveva “Come un animale ferito,sedevi/ la gran parte dei tuoi giorni nel tuo/ angolo di stanza e il tuo silenzio,/ come un rimorso senza colpa,/ mi feriva.”. A Messina, dove si era laureato con il massimo dei voti e la pubblicazione della tesi su Montale, conobbe la compagna della sua vita, Adelaide, e così insieme a Montale ha dovuto riservare il suo amore anche alla moglie, ai due figli Francesca e Fabio e alla sorella Rina che continuano ad essergli vicini e considerarlo sempre presente, con la Bibbia, ossia Montale sul comodino accanto al  suo letto. Raffaele Ranieri (Fonte: Gazzetta del Sud)

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Elegia al padre di Vincenzo Guarna

Ora che il dolore s'allontana e il tempo della tua morte, mi si rischiara intera la solitudine che seppero i tuoi ultimi anni dopo che un cardiologo ti trovò danneggiato il miocardio e compromesse, al limite, le arterie... Come un animale ferito, sedevi la gran parte dei tuoi giorni nel tuo angolo di stanza e il tuo silenzio, come un rimorso senza colpa, mi feriva e offendeva. Poi ti guardavo, così esile, così perduto nel lembo di vita che t'avanzava e si scioglieva la mia rancura in una pena muta. Fuori il paese squallido e inerte, la tua antica nostalgia, la pietra di paragone mentre, di lontano, solo, senza studi e ambizioso ti faticavi il tuo povero successo nella carriera della Guardia di Finanza. Io pensavo al ritorno, una stupita mattina d'infanzia. Ho ricostruito la tua vita sull'ordito dei tuoi avari ricordi, delle rare confidenze: l'infanzia miserabile e orgogliosa, le lodi dei maestri di scuola per il tuo forte ingegno, le vuote esortazioni a continuare gli studi, il futuro segnato, di stenti e umiliazioni nella squallida bottega di tuo padre… E già i tuoi antichi compagni di scuola s'erano mutati: quelli avviati agli studi, con gli occhiali, i discorsi tra loro, il disagio d'ignorarti; quelli chiusi nella fatica con un cupo orgoglio di condannati; gli altri, irrassegnati, emigravano in America o popolavano – col pietoso sdegno del parroco, dal pulpito, le domeniche – violenti e neghittosi le osterie. Nelle sere di luna, di strade Deserte, di rare finestre illuminate ai palazzi, di silenzio, solitario suonavi la chitarra e ti nasceva dal ritmo, soave e dolorosa, d'emergere alla chiusa dignità del medico, del maestro, dell'avvocato, una smania lunga che credevi invidia ed era, inerme e inconsapevole, un senso di giustizia e di rivolta. Fin quando un manifesto affisso nell'atrio del Comune ti persuase ad arruolarti nel corpo della Guardia di Finanza. E venne l'ora della partenza, un giorno gelido e tempestoso di febbraio del millenovecentosedici. Avevi diciotto anni. A piedi, solo t'avviasti verso la lontana stazione ferroviaria  di Soverato piangendo d'incertezza e di nostalgia. Io so di una notte che trascorresti all'addiaccio, tremando di freddo e di paura in un cimitero sul fronte d'Albania. Di tutta la guerra che ti travolse nel delirio d'Europa non mi resta da te, che questo fragile ricordo. Poi la pace, rapidi avvenimenti di violenze, di sangue e di silenzio duro, improvviso, lungo. Non potevi capire, nessuno t'aiutava, oltre uno smarrito senso di sconfitta vasta, invisibile. Frequentavi il corso allievi sottufficiali, diventasti vice-brigatiere. Ora, di quando in quando, ritornavi Al paese e i notabili, con una punta (sempre meno palese) di condiscendenza ti tenevano uno di loro, e gli antichi studenti era come se non ti avessero mai dimenticato. Ma quelli dell'osteria usavano con te una rancurosa confidenza simile a un rimprovero immeritato. Poi fu la nostra infanzia, Zara, Orsera, Fiume, S. Martino, Mattuglie, Caisole. Di quegli anni non mi restano che questi nomi, come un'eco smarrita della memoria. L'Europa s'estenuava in un'angoscia di terrori e speranze quando ti vinse la nostalgia dei ritorni. Il mio ricordo degli anni che seguirono è di prati e di colline perpetuamente nel sole oltre le case e i vicoli squallidi, di donne sulle soglie attente ad una violenza lontana come una leggenda, che le scuoteva a giorni, in urla di dolore. Definitivamente entrato nell'accolita dei notabili del paese ne scoprivi, antichi e irrimediabili, l'inganno, l'ipocrisia, il vuoto che si nutriva d'odi meschini, di grottesche risse, di vile prepotenza… Non avevi scelta. Accettare quel mondo non sapevi. Ma era la meta di lunghi anni, di tenaci sogni, non osavi distaccarti. Fuori d'esso era maggiore il vuoto, più sordo, più corrotto, ostile a quella che solo potevi dare, inutile pietà. Eri prigioniero della tua vita. Ora intendo i tuoi lunghi silenzi delusi e amari, l'ire eccessive e improvvise, l'ironie il disprezzo. Ora intendo la confusa, tenace, smisurata speranza del mio avvenire. Con la fede d'un escluso credevi alla cultura come a un bene sicuro e vasto d'umanità, di forza e di giustizia. Non si vince da soli. È assai che tu abbia salvato lungo la tua vicenda, fra le nebbie dell'ignoranza, dell'orgoglio lusingato, il senso della giustizia e della misura, l'ironia, il rispetto agli altri, la dignità dinnanzi a te stesso. Di più non potevi. T'aveva anche deluso la viltà della mia solitudine, quando come un'insidia certa e inevitabile prese a serpeggiarti nelle vene, la morte. Era ormai la vecchiezza. Il paese nella sua vicenda incessante di risse e di miseria, di fughe e di ritorni, straniava. T'avanzava di tutta la tua vita, un senso scontroso di vuoto e intense tenerezze. Io non potevo capire che a tratti, in silenzio. Ora è un giorno d'ottobre, Satriano è lontana, la giovinezza è finita, da anni sei morto. E io non voglio credere ch'è stata inutile la tua vita. Vincenzo Guarna

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Satriano, 1936 e dintorni di Vincenzo Guarna

Introduzione Vincenzo GuarnaIl brano che segue è paragrafo intermedio di un lungo racconto che l'autore ha scritto tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 (senza peraltro mai pervenire alla sua stesura definitiva) e che, meritamente, a suo dire, egli subito dopo ha confinato in un cassetto dove tuttavia giace probabilmente per sempre. Si tratta di un racconto, a suo modo, “corale” essendone protagonista - nella seconda metà degli anni '30 e dintorni (1936-1940) - la comunità di Satriano e, a margine di questa la figura del suo Podestà. Un giovane avvocato, quest'ultimo, autoconfinatosi, senza vera convinzione, nel paese d'origine (destinazione, a sua volta e all'epoca, di veri “confinati” ossia dissidenti politici ovvero antifascisti di piccolo calibro e spessore) dopo un promettente inizio di carriera nella capitale dove si era laureato e aveva frequentato, con qualche positivo riscontro i freschi ambienti intellettuali interessati, soprattutto, alla “nuova arte” del cinema. Un'ultima annotazione. Lungo il contesto del racconto sono presenti, qua e là, abilmente fusi e mimetizzati al suo interno, brevi passi di autori più e meno noti della letteratura italiana (Giovanni Villani, Ludovico Ariosto, Gabriele D'Annunzio, etc.). È un “divertissement” cui l'autore indulge senza alcun fine speciale e che, per dire, trova riscontro più frequentemente di quanto non si supponga, in molti prodotti in prosa e in verso della nostra letteratura. Nel brano che riportiamo in calce questo, per così dire, “escamotage” è presente dove si parla del pensiero della morte divenuto in Satriano, come effetto della missione dei padri Redentoristi di Sant'Andrea, “pensiero se non predominante, dominante” (il flash è tratto dal saggio che B.Croce dedica al Foscolo in “Poesia e non poesia”); nella descrizione della figura fisica di padre Anoia nell'atto in cui il religioso si accinge a tenere nel Duomo del paese, la formidabile predica conclusiva della “missione” da lui guidata (il brano è desunto dal ritratto che Alessandro Manzoni fa di Padre Cristofaro – vedi “I Promessi sposi”); quindi in epilogo, nell'endiadi “le colonne e i simulacri”, tratta da Leopardi SATRIANO, 1936 E DINTORNI di Vincenzo Guarna Tra la fine di novembre e i primi di dicembre del 1938 Satriano, a un tratto, si immerse nell'inverno e nel Medioevo. Spazzata da un gelido vento di tramontana l'aria si fece tesa e vetrina, i giorni divennero cupi e brevi. E al tramonto lente processioni percorsero salmodiando le strade, si fermarono supplici ai calvari, s'incontrarono ai crocevia e ivi sostarono ad ascoltare predicatori estemporanei compitare dall'alto di una scala o di un balcone, terrei in volto per il clima e la novità dell'esperienza, lunghi fogli dal linguaggio apocalittico intriso di esclamazioni. Il fenomeno, ristretto all'origine ai ceti e alle generazioni, per così dire, di mezzo e caratterizzato da un non so che di gioco, ben presto si incupì e crebbe e coinvolse l'intera comunità. Si può dire che il pensiero della morte divenne in tutti se non predominante, dominante e, con esso, l'intero suo corteo di umane reazioni diverse a seconda dell'indole e della situazione dei singoli e dei gruppi. Si videro antiche inimicizie trascolorare e dissolversi come nebbie d'alba; altre farsi più dense e feroci; delinearsi nuovi patti; infrangersi solide consuetudini. E ben presto corsero voci di nascite mostruose e di eventi straordinari nei paesi vicini: e chi rinvenne sul dorso di una foglia portata dal vento nel suo balcone, chiaramente disegnata la spirale di un serpente; chi tornando a sera, dal suo lavoro in montagna, travide nell'intrico del bosco un piccolo animale di forme ignote e orribili. Fu anche, quello, il momento di maggior fortuna dei più poveri, ossia di quel particolare ceto sociale che erano a Satriano i più poveri: non mendicanti ma piuttosto clientes di una o più famiglie, da quelle meno bisognose a quelle più agiate e dalle quali, in cambio delle prestazioni più varie e diverse, ottenevano soccorso, raramente in danaro, più spesso in natura o in altri modi (una bottiglia d'olio non del migliore; un fiasco di vino sul punto di andare a male; un grumo di fagioli e di ceci spesso stantii. Ma anche un intervento presso le autorità per il disbrigo di una pratica o per la concessione di un contributo “governativo”, come usava dire, e altro ancora). Nella congiuntura, il soccorso essi l'ottennero con più frequenza e maggior garbo del solito e fu meno parsimonioso e, in alcuni casi, della migliore qualità. Ancorché fossero divenuti meno umili e talora quasi biechi e torvi nel richiedere e meno solleciti e persino restii nel proporre e rendere i loro servigi. Radice e alimento di questo complesso fenomeno era stata ed era l'opera di tre padri Redentoristi del vicino convento di Sant'Andrea venuti in paese a svolgere, - come è nei compiti dell'Ordine - una delle loro “missioni” intese a potenziare il sentimento religioso dei fedeli e a promuovere tra quelli un'intensa vita cristiana. Efficienti, pieni di zelo, infaticabili, essi, senza perdere tempo, già dal primo giorno del loro arrivo si erano messi all'opera. E uno, padre Conca, aiutato dalle suore di Maria Ausiliatrice, aveva preso ad attivare le donne e i ragazzi; un altro, padre Silva, aiutato dall'arciprete, gli uomini; il terzo, infine, padre Anoia, il leader per così dire dei tre, aveva dato inizio, la sera nella chiesa matrice alla sua predicazione (giudicata subito e a tutti i livelli, possente e straordinaria) che ebbe la funzione di coordinamento della “missione” e diede ad essa il tono, la tensione e il fervore che la caratterizzarono. In realtà, se grande fu il successo di padre Conca e di padre Silva, quello di padre Anoia fu addirittura eccezionale: le sue prediche conquistarono rapidamente tutti, dalla più oscura beghina ai notabili dell'una e dell'altra fazione, ai due dottori. Ascoltarle divenne, la sera, un'occasione da non perdere a nessun patto. Persino il Prof. Bevilacqua, trovandosi, com'era solito, a Satriano, pur premettendo d'essere “idealista”, anzi “attualista” e, dunque “ateo nel senso non volgare del termine” non si astenne dall'ascoltarne una e, ascoltatala, dal lodarne, - a malgrado, come disse “una qual certa carenza di rigore logico”- il “vigore fantastico”, la “potenza delle immagini”, insomma “l'altissima qualità letteraria”. Erano, per farla breve, veramente “da innalzar l'idea” come notò Antonio Ferraro. Certo fu a causa delle sue nefaste condizioni di mente e non già per non essere egli, d'abitudine, frequentatore della chiesa e delle sacre funzioni che il podestà quasi per tutta la durata della missione se ne privò, prediligendo (con scelta che le rammaricate esortazioni e sollecitazioni piovutegli da mille parti, perché ne desistesse non valsero a modificare e che non mancò di suscitare delusioni e sfavorevoli giudizi in tutti gli ambienti riguardo la sua intelligenza e cultura) di percorrere contemporaneamente su e giù il paese fatto, per la circostanza nuovamente e meravigliosamente deserto e come abbandonato, vuote le strade lacerate dal vento, sbarrate le porte, senza fumo i camini sui tetti. Quando però, nella penultima predica, lo stesso padre Anoia, dal pergamo si dolse della sua continua assenza, gli fu giocoforza mutare orientamento e l'ultima sera in compagnia della moglie orgogliosa e raggiante si portò in chiesa insieme a tutta la comunità locale. Quando vi giunse, - in ritardo perché sino all'ultimo, per una sorta di amaro e giocoso puntiglio, da quelli indotti, aveva resistito agli inviti della consorte -, le funzioni preliminari erano concluse e già padre Anoia, montato sul pergamo stava immobile, eretto il busto, il capo chino, le mani afferrate all'orlo della balaustra, non in preghiera, ma teso, assorto, remoto. Entrati in chiesa i due subito si separarono: la moglie attenta a non fare rumore e provocare scompiglio raggiunse il suo posto, tra le file dei banchi della navata centrale, nella zona che, per l'uso cui essa era adibita, l'arciprete, dottamente ma impropriamente chiamava “matroneo”; il podestà rimase con gli altri uomini in piedi nell'androne della navata stessa, nella zona cioè che, insieme con le navate laterali, indicheremo, sempre con l'occhio all'uso cui erano adibite e per non apparire men dotti dell'arciprete, anche se parimenti impropri, come “androneo”. Sotto padre Anoia la chiesa era gremita sino all'inverosimile, il silenzio era folto, compatto, appena segnato, qua e là, da un bisbiglio subito dissolto, da uno strusciare di panca subito spento. Si udiva in alto attraverso le nere vetrate, cupo, sincopato, il rumore del vento. Poi, perdurando il silenzio, il vento parve interrompersi e padre Anoia, eretto il capo, proteso con gesto affabile e tuttavia nervoso il braccio destro, si accinse a parlare. Era un uomo più vicino ai cinquant'anni che ai sessanta; il capo aveva nudo, salvo una piccola corona di capelli che vi girava intorno, le guance e il mento incavati, rilevata la parte superiore del volto, grandi e come ardenti d'una interna febbre gli occhi. Disse: “un funestissimo annunzio son qui a recarvi, o cari fedeli, e vi confesso che non senza un'estrema resistenza mi ci sono addotto troppo pesandomi di dovervi contristare così tanto l'ultima sera che mi intratterrò con voi”. Un sentimento misto di preoccupazione e di lutulenta ammirazione percorse la folla. Riprese padre Anoia: “solo in pensare a quello che vi devo dire sento agghiacciarmisi, per grand'orrore, le vene. Ma che gioverebbe il tacere? Il dissimulare che varrebbe? Ve lo dirò …” E fece una pausa. Ormai tra gli ascoltatori l'ammirazione aveva ceduto il campo alla preoccupazione, questa si tingeva di sgomento e già alcuni s'interrogavano sulle proprie colpe e su quelle del vicino; altri pensarono a qualche grave delitto che li avesse coinvolti e del quale ancora fossero ignari; altri si guardarono negli occhi; altri elusero l'altrui sguardo. Continuò padre Anoia: “ve lo dirò … tutti, quanti siamo qui, o giovani o vecchi, o uomini o donne, o ricchi o poveri, dotti e indotti, tutti un giorno dovremo morire: “statutum est hominibus semel mori …” Era, quanto andava dicendo padre Anoia, con piccoli adattamenti, l'esordio della prima predica del noto Quaresimale che il Gesuita Fra' Paolo Segneri (1624-1697) tenne nel Duomo di Modena in occasione della Pasqua 1667 e, precisamente, di quella che pronunciò il Mercoledì delle Ceneri. Ma nessuno lo seppe e tutti, invece, appreso in che consistesse il funestissimo annunzio, provarono un senso di sollievo subito, peraltro, venato di rimorso. Nel podestà esplose, in forma esasperata, l'usato disagio: egli si sentì stretto dalla folla e desiderò fuggire via, ma rimaneva immobile e gli sembrava di soffocare. Padre Anoia incalzava: “ohimé, che veggo? Nessuno di voi si scuote a tanta notizia? Nessuno cambia di colore? Nessuno si muta in volto? Persino in cuor vostro ridete di me che vengo a presentarvi come novità una cosa così nota? Che ognun sa? Quis est homo qui vivet et non videbit mortem?” Sono tra la gente, più numerosi di quanto comunemente si pensi, attori e attrici di singolare e schietta tempra: affatto ordinari d'abito e d'aspetto essi vivono, momento per momento, la loro vita, per quanto trita e banale essa possa essere, con una capacità di immedesimazione, una tensione scenica, un sentimento del tempo, un istinto del pubblico per niente inferiori a quelli del grande interprete di teatro o dell'istrione più consumato. Fu un'attrice così, una buia beghina che, avendo fatto seguire padre Anoia, alla sua citazione in latino, un silenzio duro e minaccioso incombente sulla folla, scattò in piedi dal suo posto in prossimità del presbiterio e con voce acuta e disperata, protese al cielo le braccia gridò: “Signore pietà, pietà Signore, pietà …”. A quel grido, nella folla fu dapprima un ondeggiamento, presto seguito nel matroneo da un incrociarsi di voci, alcune interrogative, altre perplesse, altre già commosse. Poi d'un tratto esplosero, da molte parti, pianti di bambini e strepiti di donne cui dagli andronei si sovrapposero robuste voci invitanti alla calma che confusero e peggiorarono la situazione. E fu chi credette a qualche svenimento improvviso fra la folla e girò interrogativamente il suo dubbio al vicino il quale, scambiata la domanda per notizia, la passò in questa forma ad altri che, pessimista per natura, si convinse e riferì d'un decesso improvviso; chi temette che lo assediasse, rimanendogli ignoto un qualche orrendo prodigio; altri si persuase d'avere avvertito i preludi di un sisma, altri ancora pensò fosse giunta e si stesse diffondendo notizia d'una qualche esterna catastrofe. Fu un momento terribile. Già la folla era sul punto di slanciarsi verso le uscite: si sarebbe travolta, pestata, intasata, accoppata, dilacerata, ne sarebbe derivata una carneficina. Per fortuna, padre Anoia che per la sua posizione eminente aveva potuto avere la massima contezza della situazione nella rapida successione delle sue fasi, superato agevolmente un primo momento di imbarazzo e disorientamento, intervenne in tempo a decantarla. E fosse perizia o solo un felice istinto, lo fece nel migliore dei modi, senza scadere, cioè, in lunghe spiegazioni e vane esortazioni alla calma, ma riprendendo, facendo suo e amplificando - e in questa forma implicitamente chiarendolo e illustrandolo - l'evento che l'aveva provocata: “sì - gridò con voce robustissima - pietà o Signore, pietà della nostra forza che è debolezza e della nostra debolezza che è forza, pietà della nostra povertà che è ricchezza e della nostra ricchezza che è povertà, del nostro odio e del nostro amore, del nostro orgoglio e del nostro pregiudizio …”. La tensione della folla prese a sciogliersi: le voci, lo strepito calarono subito di tono, diradarono; rimase un brusio diffuso, il pianto disperso d'un bambino e ancora qua e là qualche colpo di tosse. Poi fu nuovamente silenzio. Continuò padre Anoia protendendo il capo e le braccia verso il cielo: “cosa altro, Signore, possiamo offrirti se non la nostra domanda di pietà? Hai visto, stasera, o Signore, la nostra fragilità, la nostra viltà, la nostra inettitudine, e forse è stato questo un modo della tua imperscrutabile sapienza per dirci, ancora una volta, che siamo nulla, per ripetere alle nostre coscienze disperse e ottenebrate che siamo polvere: memento homo, memento homo quia pulvis es”. Mai più l'uomo è disposto al pianto di quando sia emerso, indenne, da un grave spavento: intanto che il suo cuore, come avulso da tutto il resto, continua anzi accentua il ritmo frenetico, il nodo dei suoi nervi si discioglie, la sua mente si sgombra, gli attraversano l'anima mille rivoli di ignota tenerezza. Simile se non uguale a questo era, in quel momento, lo stato degli ascoltatori di padre Anoia che intanto, passato dal Segneri al Bartoli (1), con voce triste e arcana diceva: “tutti siam qui passeggeri, e tutti, chi prima e chi poi, arriveremo al termine. Ma corrano, com'è in uso, le vite e le età comparate tra sé, e perciò altre lunghe, altre corte, non per tanto è vero che quelle e che queste sono ugualmente un medesimo viaggiare che finisce. E ancor qui ‘dies diei eructat verbum', perché l'un giorno ci rammenta la manchevolezza dell'altro e tutti insieme il consumare della vita …” Mentre egli così parlava, una donna e poi più in là un'altra e un'altra ancora più in là, si misero a piangere: e quel pianto, come un contagio, dapprima incerto ed esitante, poi sempre più rapido e deciso, divagò, si espanse invase tutto il matroneo. Poi rimbalzò nella navata laterale destra e qui, per un istante, indugiò, ristagnò, parve rompersi. Ma tosto, ripreso vigore, si mosse, scivolò, serpeggiò, dilagò irrefrenabile. “Vi sarà certo avvenuto di viaggiar fuor del vostro paese; e certo avrete osservato mille varietà di scene, or belle, or brutte, e paesaggi d'ogni genere, mai visti prima. Tutto questo ‘iuvit spectare, delectavit parumper attendere; dum attendis pertransisti'. Fatta sera e giunti alla meta che vi rimase di tutto ciò? Nulla, certo, tranne una debole memoria …” Ormai tutti, - si direbbe l'intera comunità satrianese - piangevano e tutti, - pur nella varietà dei pianti conformi all'indole e allo stato di ciascun piangente - ponendo, chi più chi meno, una schietta cura a non produrre moto o suono oltre al necessario. Chi esibiva, come un trofeo, le sue lacrime; chi si provava a respingerle dietro un vano sorriso che presto si mutava in una smorfia dolorosa. Qui un uomo ancora asciutto, vistosi a lato il suo nemico col volto umido e stravolto, gli tendeva in un impulso di fraternità la mano e, in atto, anche il suo volto si storceva e gli occhi si inondavano di lacrime. Là una donna chinava in forma di estrema spossatezza il volto sulla spalla della sua vicina e tosto violenti sussulti la scuotevano tutta. E c'era chi, gli occhi chiusi, enfiava le gote e poi più e più volte soffiava dalle labbra contratte. E chi, ostentando indifferenza, indirizzava con inusitato interesse lo sguardo ai rosoni del soffitto finché la sua vista si velava e annegava in una pozza di lacrime costringendolo a chinare, come in atto di dolorosa umiltà, la fronte sul petto. Si videro donne abbracciarsi e mescolare lacrime e sospiri e uomini di fiera tempra fare al viso coppa delle mani ed esprimere in questa posa un gemito sottile interminato. Altri estrarre dalla tasca il fazzoletto e portarselo al naso e soffiarvi dentro ripetutamente e intanto con gesto furtivo asciugarsi coi lembi l'umidore delle gote. Altri ancora mordersi ora le labbra, ora le dita, ora le mani contratte. E donne, poggiata l'umida bocca sulla spalliera del sedile antistante, inciderne coi denti il legno e rigarlo e roderlo; altre ravvilupparsi e scomparire nel buio del loro scialle. E ancora, uomini tossire, altri aderire alle colonne e ai simulacri e altro ancora. Anche il podestà, vile, tenero, vergognoso in mezzo a quel lago di pianto, poggiato ad una colonna, piangeva: senza memoria, senza convinzione. E intanto - come chi desto a mezzo di un triste sogno vede, durandone l'errore, rompersi e dileguare le immagini dolorose – egli guariva dal suo interno male, si lavava, per così dire, della sua solitudine. Vide padre Anoia, con un leggero moto di sorpresa tutto quel piangere, lo scrutò incerto, lo osservò interessato e già stimandolo, - del resto non senza una buona dose di ragione - per un suo nuovo e personale successo, naturalmente gli piacque di sostenerlo e prolungarlo, mirabilmente, in questo, soccorso e quasi forzato dalla parola facile e sonora. Però disse: “sunt lacrimae rerum … e allora, fratelli e sorelle in Cristo … piangiamo … in quest'angolo perduto della Terra, da questo oscuro margine della Storia, in questa scheggia del Tempo, piangiamo: per l'amore reso e per quello negato, per i torti fatti e per quelli patiti, per il bene lontano e per il male vicino, per il bene vicino e il male lontano, fratelli e sorelle in Cristo piangiamo. Del nostro odio e del nostro amore, delle onte e delle offese, delle vendette e delle ire … fratelli, sorelle, piangiamo del nostro pianto….” Così predicava padre Anoia… Vincenzo Guarna (1) Daniello Bartoli (1608-1685). Altro scrittore e predicatore gesuita. La sua opera maggiore è la ISTORIA DELLA COMPAGNIA DI GESU' pubblicata tra il 1653 e il 1673. Interessanti anche le sue prediche, alcune raccolte in un Quaresimale che andò in gran parte perduto in un naufragio. I frammenti della predica di Padre Anoia riportati nel soprastante testo sono alcuni, mutuati dal Segneri (il primo, quello immediatamente successivo e il suo prolungamento: “ohimè che veggo”) e altri dal Bartoli (quello che ha inizio con “siamo qui giù tutti passeggeri e tutti….” e quello che compare subito dopo: “vi sarà avvenuto etc.”) Sono propri di Padre Anoia i restanti ossia quelli che servono da raccordo allo svolgimento del suo discorso o che prendono via via spunto dalle reazioni o condotte degli ascoltatori e fanno fronte o bordone ad esse.

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Il caffé

Storia e leggenda del caffè. L'origine della piantina verde del caffè si perde nella storia. Accanto a citazioni fatte nella Bibbia e dal sommo poeta greco Omero, ci sono leggende popolari che descrivono gli ignari consumatori delle bacche rossastre rinvigoriti e sollevati. È del 1400 una curiosa storia che narra di un pastore yemenita il quale, osservando delle capre che avevano appena brucato bacche rossastre da una pianta erano diventate irrequiete ed eccitatissime. Volle riferire l'accaduto ad un monaco. Questi dopo aver bollito le bacche, ne ricavò una bevanda amara ma ricca di forza tanto da fugare sonno e stanchezza. Forse non c'è molto di vero in questa storia, ma sotto inesattezze storiche c'è un fondo di verità. Il caffè, lo sappiamo bene dalla nostra quotidiana esperienza, ha la capacità di svegliare la mente, di renderla più pronta e di dare al nostro pensiero lucidità forza e chiarezza. L'occidente scopre il caffè verso la fine del 1600, sembra, grazie ad alcuni sacchi dimenticati dai turchi in ritirata da Vienna, ma nel mondo arabo era una bevanda diffusa fin dagli anni 1000. L'uso si estende a tutto l'islam e forse i mercanti veneziani lo introdussero in Europa ben prima della battaglia di Vienna. E proprio in occidente, alla sua introduzione ebbe alterne fortune. La Chiesa lo accusò di essere la "bevanda del diavolo", finché Papa Clemente VIII, decise di santificarne l'uso. Da allora il caffè si sparse ovunque, ed i consumatori divennero milioni sia in Europa che in America. Sempre nel 1600 anche gli scienziati vollero dire la loro e asserirono che il caffè era un veleno, aggiungendo che "il giorno del Giudizio Universale chi lo aveva bevuto sarebbe uscito dalle tombe nero come i fondi del caffè". Senza volerlo, fu re Gustavo III di Svezia che provò al mondo "l'innocenza" di questa bevanda e che se ne poteva bere in gran quantità, senza star male. Il re, infatti, firmò una condanna a morte da eseguirsi mediante somministrazione di caffè. Si racconta che, nonostante cospicue dosi, i colpevoli vissero fino a più di 80 anni. E così la bevanda fu assolta. Agronomia del caffè. La preziosa pianta del caffè è nata nell'altopiano di Kaffa, in Etiopia, e di li si diffuse nello Yemen e poi in tutto il mondo arabo. E proprio dal turco "Kahve" deriva il suo nome, che significa, appunto, bevanda eccitante. Il caffè è un arbusto sempreverde appartenente alla famiglia delle rubiacee, che vegeta nelle regioni tropicali ad un'altezza che varia dai 600 ai 2000 metri. La pianta del caffè raggiunge un'altezza che varia dai tre ai dodici metri, ma mediante potatura viene mantenuta a livelli che rendono agevole la raccolta dei frutti. La forma della pianta è generalmente conica con rami flessibili, radici fittonanti e poco profonde. Le foglie di un bel verde lucente sono simili a quelle dell'alloro, di lunghezza massima di 20 cm. I fiori solitamente in gruppo, sono bianchi dall'intenso profumo di gelsomino. Il periodo di fioritura varia da zona a zona ed è molto breve. I frutti sono piccole bacche verdi che maturando acquistano le dimensioni di una ciliegia, assumendone il colore rossastro. La polpa molle e giallastra racchiude due grani, entrambi protetti da una membrana e da una sottile pellicola argentea. I semi sono di forma piatta, con un solco longitudinale sulla parte interna e convessi dalla parte esterna. La grandezza dei semi varia nelle 80 specie di Coffea che si conoscono. Le più diffuse commercialmente sono due: La Coffea Arabica (originaria dell'Arabia) più pregiata per gusto e aroma, che necessita di suoli ricchi di minerali, con una temperatura costante sui venti gradi e di un'altitudine delle piantagioni superiore ai 600 metri, e la Coffea Robusta. Quest'ultima specie, più resistente alle variazioni climatiche, ha anche un'aroma più intenso di caffeina. Per queste ragioni la Coffea Robusta si trova sul mercato a quotazioni più basse. Coltivazione. Per le sue caratteristiche botaniche, la pianta del caffè, che ha una lunga radice verticale, richiede un suolo profondo e ben drenato: i terreni eccessivamente compatti, argillosi o con acqua stagnante comportano seri rischi di putrefazione per le delicate radici della pianta. I terreni vulcanici sono perciò quelli più adatti alla crescita dell'arbusto, perché porosi e ricche di riserve nutritive, come azoto, potassio e fosforo. La fascia dei Tropici rappresenta la condizione climatica migliore, con temperature tra i 15 ed i 25 gradi. Le piogge devono essere abbondanti ma ben separate dalle stagioni secche: la pianta soffre il vento, il gelo e la brina o l'eccessivo calore. Dopo aver preparato il terreno in appositi semenzai di chicchi accuratamente scelti, che vanno posti nel terreno ad una profondità di due centimetri. Trascorse 6/8 settimane fuoriescono dal terreno peduncoli con in testa il seme. La piantina genera poi le prime foglie, che s'infoltiscono via via. Passato un anno e avendo raggiunto un'altezza di 30-50 centimetri le piante vengono trapiantate a dimora fissa e cioè nelle piantagioni vere e proprie. La pianta del caffè inizia a fruttificare regolarmente a circa tre anni d'età: sui rami compaiono grappoli di drupe prima verdi e poi progressivamente sempre più rosso ciliegia, che giungono a perfetta maturazione nell'arco di circa sette mesi. Raccolta Dopo la prima fioritura inizia il ciclo produttivo della pianta, che varia dai tre ai cinque chilogrammi di caffè e che mantiene produttiva per circa 15-20 anni. Fioriture e fruttificazione si susseguono nell'arco dell'anno, e questa continua attività vegetale richiede da parte dell'uomo un costante controllo. Il rischio maggiore è costituito dalla compresenza di chicchi di diverso livello di maturazione in uno stesso raccolto. Per questo tra i sistemi di raccolta è da preferire quello di picking a quello di stripping. Infatti, nel primo caso gli addetti girano per la piantagione esaminando le piante, e con occhio esperto scelgono e raccolgono solo le ciliegie giunte alla giusta maturazione, in modo da ottenere un raccolto perfettamente omogeneo. Il sistema di stripping invece è più economico, ma in una partita possono trovarsi sia chicchi perfettamente maturi, sia chicchi ancora acerbi o già fermentati, perché dagli alberi vengono strappate tutte le ciliegie del caffè non appena è trascorso il tempo necessario ad una maturazione media totale. Trattamento del caffè. Dai frutti appena raccolti bisogna estrarre i chicchi nel giro di pochi giorni, altrimenti il prodotto ne soffre. Si tratta quindi di eliminare la polpa e le varie pellicole che circondano i chicchi. Anche questo lavoro ha diverse fasi: (pulitura, cernita, lavaggio, essiccazione) che se ben eseguite determinano il successo finale del raccolto. I tipi di lavorazione per ricavare i semi puliti sono due: 1°) procedimento a secco, che da origine ai caffè naturali; 2°) procedimento ad umido, che da origine ai caffè lavati. Il primo, molto più economico, consiste nell'eliminare per prima cosa i corpi estranei ( pezzi di legno, pietre e sabbia) passando i frutti attraverso setacci e getti d'aria. A questo punto resta soltanto da separare la polpa dal pergamino. Per fare questo è necessario che la bacca venga essiccata al sole. Il caffè viene rimosso continuamente per mezzo di pale o altri sistemi: Quando la ciliegia è secca si procede alla separazione della buccia, della polpa e del pergamino dal chicco, facendo passare il frutto attraverso una macchina decortatrice, in questo modo esso verrà spaccato permettendo la fuoriuscita dei chicchi. Il metodo alternativo è quello ad umido, che consiste nel far passare le ciliegie appena raccolte attraverso un dispolpatore che ha il compito di spaccare i frutti; lacerando la buccia tra un disco rotante e una lama fissa. Separati così i semi dalla polpa, si ha il così detto caffè in "pergamino". I semi del caffè, ancora racchiusi nel pergamino, sono quindi messi in vasche di fermentazione per un periodo che va dalle 36 alle 72 ore, per mondarli dalla restante "mucillagine"della polpa. Il trattamento, oltre ad eliminare la polpa residua, procura al chicco una serie di reazioni chimiche che n'esaltano le qualità aromatiche ed il gusto. A questo punto non resta che asciugarlo tramite macchine o stendendolo al sole su aree antistanti la fattoria. Dopo che il caffè ha subito uno di questi due trattamenti, viene selezionato per grandezza o per calibro ed insaccato in unità di 60 Kg, per essere poi spedito ai mercati di destinazione. I Paesi produttori di caffè. Viene stimato che i paesi produttori di caffè consumino solo il 16/20% del raccolto annuale. L'esportazione tranne qualche periodo di stasi è stata in continua ascesa. Tuttavia non sempre i raccolti sono stati completamente esportati; questo ha comportato per i paesi produttori un accumulo di giacenze. Tale ragione, insieme alla produzione eccessiva verificatasi in alcuni anni, ha reso necessario la stipulazione di un accordo fra paesi produttori e consumatori. Si definisce perciò, anno per anno ( in seno all'organizzazione ICO ) la quantità di caffè crudo che può essere esportata, e fissata la politica dei prezzi con un meccanismo tendente a limitare sbalzi improvvisi e non giustificabili. AFRICA: la maggior parte dei paesi africani (zone più temperate) produce caffè di tipo robusta, ma in alcune aree è notevole la quantità e la qualità di caffè tipo Arabica, che viene coltivata con cura particolare. AMERICA CENTRALE E CARAIBI: da Panama al Messico e nelle varie isole le coltivazioni del caffè hanno assunto un'importanza strategica per le economie di questi paesi, la produzione e generalmente d'alta qualità. AMERICA DEL SUD: in quest'area il Brasile con oltre 30 milioni di sacchi di raccolto annuale è il paese più importante nella produzione mondiale, seguono poi Colombia, Venezuela, Perù ed Ecuador. ASIA: in India, Indonesia e Malesia le piantagioni di caffè sono in grand'ascesa per la diffusione e la modernizzazione delle coltivazioni. I caffè della specie Arabica rappresentano il 70% del mercato, i Robusta il 30%. I Paesi importatori e consumatori. Gli Stati Uniti e L'Europa sono i principali mercati di destinazione del caffè crudo, seguiti a ruota dal Canada. In Europa il nostro paese si colloca al terzo posto tra i principali importatori di caffè crudo, dopo Germania e Francia. Tuttavia nei consumi pro-capite l'Italia è soltanto all'undicesimo posto continentale, con circa quattro Kg annui di consumo a testa. Il caffè in Italia, per il 92% giunge via mare a vari porti italiani (soprattutto Trieste), mentre il restante giunge dal nord Europa via TIR. Nel nostro paese le aziende che importano caffè sono oltre 300: di queste una cinquantina commercializza esclusivamente il caffè crudo, le altre sono costituite da torrefazioni di varia dimensione, che lavorano in proprio il caffè. Si calcola che i torrefattori tra grandi, medi e piccoli siano oltre 1200. Lavorazione e torrefazione. Ecco la fase più importante nel passaggio dei chicchi dalle piantagioni ai banconi del bar: la torrefazione. È l'operazione di trasformazione che dà ai chicchi l'aspetto che siamo abituati a vedere. Durante la tostatura il chicco si apre, e dilata la tipica fessura centrale; perde in peso circa il 18-20%, mentre aumenta in volume del 60%. Cambia gradatamente il suo colore, ma soprattutto è sottoposto a reazioni fisico-chimiche assai complesse: un chicco di caffè contiene oltre 700 diverse sostanze rinchiuse nelle cellule. La pressione esercitata dalla tostatura sulle pareti cellulari e l'anidride carbonica che si sviluppa all'interno dei chicchi è assai forte: per questa ragione non si possono superare i 230 gradi centigradi, che devono essere ridotti a 150° C nella fase finale. Il grado di torrefazione viene regolato tenendo conto dei gusti del consumatore e della zona di destinazione: tostare al sud Italia è cosa diversa che tostare per il nord. Nessuna macchina, nessun computer può sostituire l'occhio e la mente dell'esperto tostatore. Il grado di torrefazione è la base di ogni miscela: gli Arabica richiedono sempre una tostatura più chiara affinché non vengano alterati gli aromi delicati che li distinguono, mentre per i robusta è indispensabile una tostatura leggermente più scura per coprire le loro caratteristiche di legnosità. Quella della tostatura è la fase produttiva ove negli ultimi anni si sono ottenuti i progressi tecnologici più significativi, però solo l'esperienza del torrefattore riesce ad esaltare la qualità del caffè crudo che lui stesso ha scelto. Le miscele. Il perfetto equilibrio di una miscela è forse il pregio più difficile da riscontrare poiché richiede l'impiego di qualità pregiate, giusto dosaggio delle stesse, perfetto grado di tostatura. La fase della miscelazione, è dunque quella in cui nasce il carattere, il valore di una marca di caffè, quella che ne determina l'immagine e che influisce direttamente sulla "fama" di un bar: armonia sofisticata del gusto, aroma generoso, corpo nobile costituiscono la strategia vincente per una miscela destinata ad imporsi. La produzione può essere divisa in tre grandi classi: CANEPHORA-ROBUSTA: di produzione africana e asiatica con gusto neutro, meno aromatica delle altre; MILDS: caffè dolci e soavi, esclusivamente prodotti dalla coffea arabica, del centro e del sud America; BRASILIANI: nonostante la stessa origine botanica, si distinguono per le proprietà aromatiche differenziate. Bisogna tenere presente che ogni tipologia risponde in modo diverso alle temperature e alle pressioni necessarie per l'espresso e si comporta in modo diverso in tostatura ed in macinazione. Occorre perciò una grande sapienza una profonda esperienza, una conoscenza certa del prodotto e dei processi di trasformazione per ottenere una miscela perfetta. Gli italiani sono considerati i più grandi miscelatori del mondo. Infatti, pochi caffè l'insieme dei caratteri che danno alla tazza le impressioni gustative ricercate: aroma, sapore e pienezza. Questa è la ragione per cui si associano nelle miscele più tipi giudiziosamente scelti, i cui pregi si fondono armoniosamente. Abbinamento Cibo-Vino | La corretta alimentazione | Lo stress | Il melone A cura del prof. Michele Mirante docente IPSSAR In collaborazione con: Torrefazione caffè New York S.p.a. Viale Adua, 5/7 - 51100 Pistoia- Tel. 0573 364562 Per approfondimenti su questo ed altri argomenti: michele12@interfree.it

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