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Vincenzo Guarna

Vincenzo Guarna: divagazione n. 1

Vincenzo Guarna è stato preside in diversi istituti calabresi. Negli anni '70 dirigeva l'Istituto Tecnico Commerciale Amministrativo e per Geometri di Soverato dove peraltro aveva insegnato lettere per diversi anni. Vi riportiamo un comunicato diramata all'epoca da Vincenzo Guarna indirizzato a tutti i Professori dell'Istituto Tecnico che qualcuno ha conservato negli anni. La nota si caratterizza per lo stile ironico e pungente nonché per i riferimenti letterari. Uno stile che Guarna spesso usava nel redigere circolari o comunicati. OGGETTO: DIVAGAZIONE n. 1 Immaginino i sigg. colleghi, una barca, una grossa e vecchia barca in mezzo al mare A bordo quattro uomini stanchi. La barca avanza nel mare perché, come scrisse D'Annunzio, “navigare necesse este” (Veramente, a un abate che concludeva il suo discorso al vescovo con la frase: “Devo pur vivere”, il vescovo rispose: “Francamente non ne vedo la necessità”!) A un tratto si apre a poppa una falla. Immediatamente uno dei quattro uomini corre ai ripari, prima con le mani poi con tamponi di fortuna.  Risolve. Un altro uomo, intanto, aggetta l'acqua imbarcata. Ma ecco una nuova falla, un nuovo correre ai ripari, un aggettare sempre più rapido, sempre più concitato. E ancora un'altra falla: ora tutti e quattro gli uomini sono al lavoro. Non fanno in tempo a tamponare una falla che se ne apre un'altra, l'acqua imbarcata aumenta trabocca. Questa è la storia di una vecchia grossa barca in mezzo al mare. Immaginino i sigg. colleghi che la vecchia grossa barca sia questa scuola, le falle siano i vuoti provocati dalle assenze repentine dei docenti, i quattro uomini stanchi sono  lo scrivente e i suoi collaboratori. Fine della divagazione n. 1

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Niobe – di Vincenzo Guarna

Niobe A uno a uno se ne sono andati, hanno una loro casa e una tomba nel vento della sera... Troppe memorie, una nebbia di passato: ora la grande casa piena di silenzio e d'ombra; attendo di morire. Vincenzo Guarna  "TRE ISTORIE"  Estratto da “Galleria” n. 1-2 Gennaio Aprile 1967

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Epigrafe – di Vincenzo Guarna

EPIGRAFE Scrivete sulla mia tomba: “Visse Per ischerzo”. Il mio inferno in questa epigrafe. Perché i giorni tramarono vicende e io in quelle vicende, senza convinzione: anima divisa, inerte volontà. E vissi per ischerzo e oggi nulla è veramente mio. Un muro sotto la luna, il tedio dei ricordi, questo vuoto disagio. Vincenzo Guarna “TRE ISTORIE” Estratto da “Galleria” n. 1-2 Gennaio Aprile 1967

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La cultura calabrese piange Vincenzo Guarna

Scansione dell'articolo Nato da genitori satrianesi in Jugoslavia(allora in parte italiana) era sempre vissuto a Satriano Con la scomparsa di Vincenzo Guarna  la cultura calabrese è in lutto è stato da più parti sottolineato nell'anniversario della sua recente scomparsa. Vincenzo Guarna, da Satriano, era un intellettuale profondo, che sapeva trovare il gusto della vita nella poesia e nella sua spiccata vocazione di educatore. Riservato quanto aperto alla dinamica culturale moderna aveva in  Eugenio Montale  il simbolo e l'amante per il culto del sapere legato alla stravaganza della vita della quale bisogna saper cogliere gli attimi di ispirazione e i reconditi pensieri che s'annidano nell'animo dell'uomo.Vincenzo Guarna è stato educatore e Preside in diversi Istituti della provincia di Catanzaro, ma il suo “rifugio” preferito è stato l'Istituto Alberghiero di Soverato che  adesso ha deciso di intestare la scuola al suo nome, alla sua persona perché per anni  aveva saputo prendere per mano e portarla in alto, tant'è che il suo Istituto, i suoi chef, la sua scuola è divenuta nota anche all'estero. Vincenzo Guarna era nato in Jugoslavia (allora una parte era italiana) dove il padre satrianese era maresciallo nella Finanza, ma Vincenzo Guarna era cresciuto a Satriano e a Satriano è rimasto legato fino alla sua prematura scomparsa. Qui conta sempre i suoi amici veri che continuano a ricordarlo con affetto e che hanno seguito la sua ascesa con orgoglio e trepidazione. Viene ricordato ragazzo, giovane, uomo professionista affermato e cultore di Eugenio Montale. Il suo ultimo lavoro è proprio su Montale “Satura lanx” dove l'acume di Vincenzo Guarna  riesce a interpretare e a dare l'esatto intendimento di Montale al termine latino “satura”, inteso come mescolanza di toni elegiaci e lirici da una parte e satirici dall'altra, e di cui è permeata la poesia di Montale. Vincenzo Guarna oltre a studi su Montale ha lasciato parecchi scritti  in prosa e poesia e ultimamente stava lavorando  ad una storia su Satriano  intorno agli anni 1938 “quando a un tratto si immerse nell'inverno e nel Medioevo. Spazzata da un gelido vento di tramontana l'aria si fece tesa e vetrina, i giorni divennero cupi e brevi, e al tramonto lente processioni percorsero salmodiando le strade, si fermarono supplici ai calvari, s'incontrarono ai crocevia e ivi sostarono ad ascoltare predicatori estemporanei compitare dall'alto di una scala o di un balcone, terrei in volto per il clima e la novità dell'esperienza, lunghi fogli dal linguaggio apocalittico intriso di esclamazioni”. Amava Montale, la Scuola, la sua famiglia e sul padre sofferente, tra l'altro, scriveva “Come un animale ferito,sedevi/ la gran parte dei tuoi giorni nel tuo/ angolo di stanza e il tuo silenzio,/ come un rimorso senza colpa,/ mi feriva.”. A Messina, dove si era laureato con il massimo dei voti e la pubblicazione della tesi su Montale, conobbe la compagna della sua vita, Adelaide, e così insieme a Montale ha dovuto riservare il suo amore anche alla moglie, ai due figli Francesca e Fabio e alla sorella Rina che continuano ad essergli vicini e considerarlo sempre presente, con la Bibbia, ossia Montale sul comodino accanto al  suo letto. Raffaele Ranieri (Fonte: Gazzetta del Sud)

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Elegia al padre di Vincenzo Guarna

Ora che il dolore s'allontana e il tempo della tua morte, mi si rischiara intera la solitudine che seppero i tuoi ultimi anni dopo che un cardiologo ti trovò danneggiato il miocardio e compromesse, al limite, le arterie... Come un animale ferito, sedevi la gran parte dei tuoi giorni nel tuo angolo di stanza e il tuo silenzio, come un rimorso senza colpa, mi feriva e offendeva. Poi ti guardavo, così esile, così perduto nel lembo di vita che t'avanzava e si scioglieva la mia rancura in una pena muta. Fuori il paese squallido e inerte, la tua antica nostalgia, la pietra di paragone mentre, di lontano, solo, senza studi e ambizioso ti faticavi il tuo povero successo nella carriera della Guardia di Finanza. Io pensavo al ritorno, una stupita mattina d'infanzia. Ho ricostruito la tua vita sull'ordito dei tuoi avari ricordi, delle rare confidenze: l'infanzia miserabile e orgogliosa, le lodi dei maestri di scuola per il tuo forte ingegno, le vuote esortazioni a continuare gli studi, il futuro segnato, di stenti e umiliazioni nella squallida bottega di tuo padre… E già i tuoi antichi compagni di scuola s'erano mutati: quelli avviati agli studi, con gli occhiali, i discorsi tra loro, il disagio d'ignorarti; quelli chiusi nella fatica con un cupo orgoglio di condannati; gli altri, irrassegnati, emigravano in America o popolavano – col pietoso sdegno del parroco, dal pulpito, le domeniche – violenti e neghittosi le osterie. Nelle sere di luna, di strade Deserte, di rare finestre illuminate ai palazzi, di silenzio, solitario suonavi la chitarra e ti nasceva dal ritmo, soave e dolorosa, d'emergere alla chiusa dignità del medico, del maestro, dell'avvocato, una smania lunga che credevi invidia ed era, inerme e inconsapevole, un senso di giustizia e di rivolta. Fin quando un manifesto affisso nell'atrio del Comune ti persuase ad arruolarti nel corpo della Guardia di Finanza. E venne l'ora della partenza, un giorno gelido e tempestoso di febbraio del millenovecentosedici. Avevi diciotto anni. A piedi, solo t'avviasti verso la lontana stazione ferroviaria  di Soverato piangendo d'incertezza e di nostalgia. Io so di una notte che trascorresti all'addiaccio, tremando di freddo e di paura in un cimitero sul fronte d'Albania. Di tutta la guerra che ti travolse nel delirio d'Europa non mi resta da te, che questo fragile ricordo. Poi la pace, rapidi avvenimenti di violenze, di sangue e di silenzio duro, improvviso, lungo. Non potevi capire, nessuno t'aiutava, oltre uno smarrito senso di sconfitta vasta, invisibile. Frequentavi il corso allievi sottufficiali, diventasti vice-brigatiere. Ora, di quando in quando, ritornavi Al paese e i notabili, con una punta (sempre meno palese) di condiscendenza ti tenevano uno di loro, e gli antichi studenti era come se non ti avessero mai dimenticato. Ma quelli dell'osteria usavano con te una rancurosa confidenza simile a un rimprovero immeritato. Poi fu la nostra infanzia, Zara, Orsera, Fiume, S. Martino, Mattuglie, Caisole. Di quegli anni non mi restano che questi nomi, come un'eco smarrita della memoria. L'Europa s'estenuava in un'angoscia di terrori e speranze quando ti vinse la nostalgia dei ritorni. Il mio ricordo degli anni che seguirono è di prati e di colline perpetuamente nel sole oltre le case e i vicoli squallidi, di donne sulle soglie attente ad una violenza lontana come una leggenda, che le scuoteva a giorni, in urla di dolore. Definitivamente entrato nell'accolita dei notabili del paese ne scoprivi, antichi e irrimediabili, l'inganno, l'ipocrisia, il vuoto che si nutriva d'odi meschini, di grottesche risse, di vile prepotenza… Non avevi scelta. Accettare quel mondo non sapevi. Ma era la meta di lunghi anni, di tenaci sogni, non osavi distaccarti. Fuori d'esso era maggiore il vuoto, più sordo, più corrotto, ostile a quella che solo potevi dare, inutile pietà. Eri prigioniero della tua vita. Ora intendo i tuoi lunghi silenzi delusi e amari, l'ire eccessive e improvvise, l'ironie il disprezzo. Ora intendo la confusa, tenace, smisurata speranza del mio avvenire. Con la fede d'un escluso credevi alla cultura come a un bene sicuro e vasto d'umanità, di forza e di giustizia. Non si vince da soli. È assai che tu abbia salvato lungo la tua vicenda, fra le nebbie dell'ignoranza, dell'orgoglio lusingato, il senso della giustizia e della misura, l'ironia, il rispetto agli altri, la dignità dinnanzi a te stesso. Di più non potevi. T'aveva anche deluso la viltà della mia solitudine, quando come un'insidia certa e inevitabile prese a serpeggiarti nelle vene, la morte. Era ormai la vecchiezza. Il paese nella sua vicenda incessante di risse e di miseria, di fughe e di ritorni, straniava. T'avanzava di tutta la tua vita, un senso scontroso di vuoto e intense tenerezze. Io non potevo capire che a tratti, in silenzio. Ora è un giorno d'ottobre, Satriano è lontana, la giovinezza è finita, da anni sei morto. E io non voglio credere ch'è stata inutile la tua vita. Vincenzo Guarna

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