Poesie

Dantedì e dintorni – di Maria Palazzo

Oggi, 25 marzo 2020, si celebra il DANTEDÌ, la prima giornata dedicata a Dante Alighieri, in preparazione delle celebrazioni solenni del prossimo anno (1321-2021). Non posso non pensare al famosissimo quadro del pittore preraffaellita Henry Holiday, conservato nella Walker Art Gallery di Liverpool, Dante e Beatrice, ogni volta che un …

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San Valentino, poesia

San Valentino non è certo la festa di tutti! Se non si è ricambiati in quel dolce sentimento bizzarro che scava un vuoto nell'addome...

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Taci anima stanca di godere…

Taci, anima stanca di godere e di soffrire (all'uno e all'altro vai rassegnata). Nessuna voce tua odo se ascolto: non di rimpianto per la miserabile giovinezza, non d'ira o di speranza, e neppure di tedio...

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10 agosto di Giovanni Pascoli

X AGOSTOSan Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l'aria tranquilla arde e cade, perché si gran pianto nel concavo cielo sfavilla. Ritornava una rondine al tetto: l'uccisero: cadde tra i spini; ella aveva nel becco un insetto: la cena dei suoi rondinini.Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell'ombra, che attende, che pigola sempre più piano.Anche un uomo tornava al suo nido: l'uccisero: disse: Perdono; e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole in dono.Ora là, nella casa romita, lo aspettano, aspettano in vano: egli immobile, attonito, addita le bambole al cielo lontano.E tu, Cielo, dall'alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d'un pianto di stelle lo inondi quest'atomo opaco del Male!Giovanni Pascoli

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Divina Commedia, Inferno Canto VII

"Pape Satàn, pape Satàn aleppe!", cominciò Pluto con la voce chioccia; e quel savio gentil, che tutto seppe,      disse per confortarmi: "Non ti noccia la tua paura; ché, poder ch'elli abbia, non ci torrà lo scender questa roccia".      Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia, e disse: "Taci, maladetto lupo! consuma dentro te con la tua rabbia.       Non è sanza cagion l'andare al cupo: vuolsi ne l'alto, là dove Michele fé la vendetta del superbo strupo".       Quali dal vento le gonfiate vele caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca, tal cadde a terra la fiera crudele.       Così scendemmo ne la quarta lacca, pigliando più de la dolente ripa che 'l mal de l'universo tutto insacca.       Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa nove travaglie e pene quant'io viddi? e perché nostra colpa sì ne scipa?      Come fa l'onda là sovra Cariddi, che si frange con quella in cui s'intoppa, così convien che qui la gente riddi.       Qui vid'i' gente più ch'altrove troppa, e d'una parte e d'altra, con grand'urli, voltando pesi per forza di poppa.       Percotëansi 'ncontro; e poscia pur lì si rivolgea ciascun, voltando a retro, gridando: "Perché tieni?" e "Perché burli?".       Così tornavan per lo cerchio tetro da ogne mano a l'opposito punto, gridandosi anche loro ontoso metro;      poi si volgea ciascun, quand'era giunto, per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra. E io, ch'avea lo cor quasi compunto,       dissi: "Maestro mio, or mi dimostra che gente è questa, e se tutti fuor cherci questi chercuti a la sinistra nostra".      Ed elli a me: "Tutti quanti fuor guerci sì de la mente in la vita primaia, che con misura nullo spendio ferci.      Assai la voce lor chiaro l'abbaia, quando vegnono a' due punti del cerchio dove colpa contraria li dispaia.      Questi fuor cherci, che non han coperchio piloso al capo, e papi e cardinali, in cui usa avarizia il suo soperchio".       E io: "Maestro, tra questi cotali dovrÈ io ben riconoscere alcuni che furo immondi di cotesti mali".      Ed elli a me: "Vano pensiero aduni: la sconoscente vita che i fé sozzi, ad ogne conoscenza or li fa bruni.     In etterno verranno a li due cozzi: questi resurgeranno del sepulcro col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.    Mal dare e mal tener lo mondo pulcro ha tolto loro, e posti a questa zuffa: qual ella sia, parole non ci appulcro.     Or puoi, figliuol, veder la corta buffa d'i ben che son commessi a la fortuna, per che l'umana gente si rabuffa;      ché tutto l'oro ch'è sotto la luna e che già fu, di quest'anime stanche non poterebbe farne posare una".       "Maestro mio", diss'io, "or mi dì anche: questa fortuna di che tu mi tocche, che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?".       E quelli a me: "Oh creature sciocche, quanta ignoranza è quella che v'offende! Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.      Colui lo cui saver tutto trascende, fece li cieli e diè lor chi conduce sì, ch'ogne parte ad ogne parte splende,      distribuendo igualmente la luce. Similemente a li splendor mondani ordinò general ministra e duce      che permutasse a tempo li ben vani di gente in gente e d'uno in altro sangue, oltre la difension d'i senni umani;       per ch'una gente impera e l'altra langue, seguendo lo giudicio di costei, che è occulto come in erba l'angue.      Vostro saver non ha contasto a lei: questa provede, giudica, e persegue suo regno come il loro li altri dèi.      Le sue permutazion non hanno triegue: necessità la fa esser veloce; sì spesso vien chi vicenda consegue.      Quest'è colei ch'è tanto posta in croce pur da color che le dovrien dar lode, dandole biasmo a torto e mala voce;       ma ella s'è beata e ciò non ode: con l'altre prime creature lieta volve sua spera e beata si gode.       Or discendiamo omai a maggior pieta; già ogne stella cade che saliva quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta".      Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva sovr'una fonte che bolle e riversa per un fossato che da lei deriva.      L'acqua era buia assai più che persa; e noi, in compagnia de l'onde bige, intrammo giù per una via diversa.       In la palude va c' ha nome Stige questo tristo ruscel, quand'è disceso al piè de le maligne piagge grige.       E io, che di mirare stava inteso, vidi genti fangose in quel pantano, ignude tutte, con sembiante offeso.      Queste si percotean non pur con mano, ma con la testa e col petto e coi piedi, troncandosi co' denti a brano a brano.      Lo buon maestro disse: "Figlio, or vedi l'anime di color cui vinse l'ira; e anche vo' che tu per certo credi      che sotto l'acqua è gente che sospira, e fanno pullular quest'acqua al summo, come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.       Fitti nel limo dicon: "Tristi fummo ne l'aere dolce che dal sol s'allegra, portando dentro accidïoso fummo:       or ci attristiam ne la belletta negra". Quest'inno si gorgoglian ne la strozza, ché dir nol posson con parola integra".      Così girammo de la lorda pozza grand'arco, tra la ripa secca e 'l mézzo, con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.       Venimmo al piè d'una torre al da sezzo.

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Montale: spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l'incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato. 5 Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.(Eugenio Montale - da Ossi di seppia)

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Il 5 maggio di Alessandro Manzoni

Si tratta di una delle più note odi civili di Alessandro Manzoni. Fu dedicata a Napoleone Bonaparte. Oggi è il 5 maggio. Di seguito il testo.IL CINQUE MAGGIOEi fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro, 5  così percossa, attonita la terra al nunzio sta, muta pensando all'ultima ora dell'uom fatale; né sa quando una simile 10 orma di piÈ mortale la sua cruenta polvere a calpestar verrà. Lui folgorante in solio vide il mio genio e tacque; 15 quando, con vece assidua, cadde, risorse e giacque, di mille voci al sònito mista la sua non ha: vergin di servo encomio 20 e di codardo oltraggio, sorge or commosso al sùbito sparir di tanto raggio; e scioglie all'urna un cantico che forse non morrà. 25 Dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno; scoppiò da Scilla al Tanai, 30 dall'uno all'altro mar. Fu vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza: nui chiniam la fronte al Massimo Fattor, che volle in lui 35 del creator suo spirito più vasta orma stampar. La procellosa e trepida gioia d'un gran disegno, l'ansia d'un cor che indocile 40 serve, pensando al regno; e il giunge, e tiene un premio ch'era follia sperar; tutto ei provò: la gloria maggior dopo il periglio, 45 la fuga e la vittoria, la reggia e il tristo esiglio; due volte nella polvere, due volte sull'altar. Ei si nomò: due secoli, 50 l'un contro l'altro armato, sommessi a lui si volsero, come aspettando il fato; ei fÈ silenzio, ed arbitro s'assise in mezzo a lor. 55 E sparve, e i dì nell'ozio chiuse in sì breve sponda, segno d'immensa invidia e di pietà profonda, d'inestinguibil odio 60 e d'indomato amor. Come sul capo al naufrago l'onda s'avvolve e pesa, l'onda su cui del misero, alta pur dianzi e tesa, 65 scorrea la vista a scernere prode remote invan; tal su quell'alma il cumulo delle memorie scese. Oh quante volte ai posteri 70 narrar se stesso imprese, e sull'eterne pagine cadde la stanca man! Oh quante volte, al tacito morir d'un giorno inerte, 75 chinati i rai fulminei, le braccia al sen conserte, stette, e dei dì che furono l'assalse il sovvenir! E ripensò le mobili 80 tende, e i percossi valli, e il lampo dÈ manipoli, e l'onda dei cavalli, e il concitato imperio e il celere ubbidir. 85 Ahi! forse a tanto strazio adde lo spirto anelo, e disperò; ma valida venne una man dal cielo, e in più spirabil aere 90 pietosa il trasportò; e l'avvïò, pei floridi sentier della speranza, ai campi eterni, al premio che i desideri avanza, 95 dov'è silenzio e tenebre la gloria che passò. Bella Immortal! benefica Fede ai trïonfi avvezza! Scrivi ancor questo, allegrati; 100 ché più superba altezza al disonor del Gòlgota giammai non si chinò. Tu dalle stanche ceneri sperdi ogni ria parola: 105il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola, sulla deserta coltrice accanto a lui posò.Alessandro Manzoni

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Epigrafe – di Vincenzo Guarna

EPIGRAFEScrivete sulla mia tomba: “VissePer ischerzo”. Il mioinfernoin questa epigrafe. Perchéi giorni tramarono vicendee io in quelle vicende,senza convinzione: animadivisa, inertevolontà. E vissiper ischerzo e ogginullaè veramente mio. Un murosotto la luna, il tediodei ricordi, questovuoto disagio.Vincenzo Guarna“TRE ISTORIE”Estratto da “Galleria” n. 1-2 Gennaio Aprile 1967

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